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Noemi: Bagnati dalla sua solarità

Noemi è già pronta per il tour che partirà il 17 aprile da Milano, e per l’occasione abbiamo chiacchierato un po’, per fare il punto della situazione e per capire insieme quanto è maturata professionalmente.
Dire che è simpatica, socievole, è dire poco. Insomma, è proprio come appare. Ha subito impostato un dialogo così confidenziale e caloroso con me, come se fossimo due vecchie amiche.
Ecco cosa ci siamo dette…

Ciao Noemi! Come va? Tra pochi giorni partirà il tour, ti senti carica? Cosa hai preparato per i fan?
Ciaoo! Tutto bene grazie!
Guarda io mi sento carichissima! Lo spettacolo è bellissimo, per non parlare del palco che ho disegnato io personalmente. Ovviamente, il disegno l’ho passato a uno scenografo in modo che non ci cada addosso (ride). Per quanto riguarda la band, c’è stato un cambio al pianoforte: non ci sarà più Emanuele Santana ma Michele Papadia che è un hammondista di primo livello che ha lavorato con un sacco di gente italiana, americana fortissima; poi sul palco insieme a me saliranno anche due coriste, Marta Capponi e Sara Jane Olog. Non mancheranno dei piccoli ballettini che improvviseremo, non vedo l’ora!

Insomma, il concerto sarà un bel mix tra i pezzi del passato e del presente, quindi più moderno. Sono molto contenta del risultato finale, e spero che lo siate anche voi!

“Made in London” oltre a essere il nome del tuo ultimo cd, rappresenta anche il luogo dove lo hai registrato. Dopo “Rosso Noemi” del 2011, è il tuo secondo cd realizzato all’estero. Come mai questa scelta? Che differenze hai riscontrato rispetto all’Italia?
Quando ho finito “Rosso Noemi” mi sentivo un po’ in un periodo di crisi e ho pensato di partire per Londra per provare a vedere se là riuscivo a collaborare e ad appassionare le persone al mio progetto, tentando di tirare fuori qualcosa di buono, ed è nato “Made In London”. L’album è nato soprattutto dal contatto organico con gli autori, produttori, e da una maturazione mia personale: ho maggiori responsabilità e sono direttore artistico del progetto.

È stato abbastanza bello portare avanti questo disco, ma anche altrettanto faticoso perché io volevo che fosse veramente una fotografia fedele di me stessa, senza diventare un disco autistico che non sarebbe stato capito da nessuno. Se penso a come è nato “Acciaio”, “Sempre In Viaggio”, come è arrivato “Passenger”… insomma in maniera molto naturale.

Nel tuo ultimo album si parla di viaggi e di scelte. Può essere definito come un diario delle tue ultime esperienze di vita?
Ma si assolutamente! Questo è un disco dove ho scritto tanto e io non sono un’autrice professionista che riesce a immedesimarsi in una situazione che magari non ha neanche vissuto. Ho scritto di quello che vivevo e di quello che volevo fare e che volevo essere. Ho scritto canzoni anche per infondermi coraggio, come ad esempio “Acciaio”, che solo a scriverla era una dimostrazione del fatto che potessi metter a frutto un bel disco.

Se poi penso a “Sempre In Viaggio”, mamma mia! Tutte le volte in cui mi perdevo con quella cacchio di metro a Londra! (ride,ndr). “Alba”, invece, parla anche un po’ di me, dei miei amici.. “Siamo tutti sulla spiaggia ad aspettare che qualcosa di veramente figo arrivi”.

Sono esperienze che comunque ti hanno cambiato non solo professionalmente..
Assolutamente, anche come persona. Io non so se questo sarà un disco di successo, però mi ha aiutato a capire più chi sono, e forse mi ha reso un pizzico più professionale.. senza esagerare, ovviamente, sennò poi diventa autoreferenziale e non va bene! Sono contenta di averlo fatto.

Io l’ho ascoltato e mi è piaciuto tanto!
Daiii..Grazie mille!

La maggior parte dei testi del tuo ultimo album sono scritti da te. Cosa vuoi raccontare ai tuoi fan con queste canzoni?
Ma non so! Guarda io le ho scritte più che altro per mia necessità, nel senso che non volevo raccontare qualcosa a qualcuno. Non era quello il fine. Volevo scrivere pezzi che piacessero a me e il fatto che piacessero agli altri era solo un effetto collaterale. Ci tenevo che non fosse un qualcosa fatto a tavolino, per essere capito per forza e trovare a tutti i costi un terreno di gioco comune. Con questo disco volevo che la gente avesse la voglia di seguirmi e ti devo dire che questi pezzi li ho scritti per me, fondamentalmente. Anzi, sono contenta che se qualcuno ci trovasse se stesso in queste canzoni, sarebbe proprio una cosa naturale e sono contenta perché non ci sono trucchi, non ci sono inganni e questo disco, se lo amate, è veramente vostro. Non c’era nessuna volontà di dover piacere per forza e lo regalo volentieri alle persone che lo stanno apprezzando.

Parliamo di “Bagnati Dal Sole”.. come nasce? Ti aspettavi qualcosa di più a Sanremo?
No, assolutamente, anzi pensavo di arrivare ultima a Sanremo! Sono stata molto contenta di esser stata accettata con quelle due canzoni perché rappresentavano bene quello che era il mio disco, la mia natura, quello che sono io adesso. Non ci speravo proprio di arrivare quinta, anche perché sono due canzoni che non c’entrano un cavolo con il Festival! Io sono andata a Sanremo per promuovere il mio progetto e sono molto contenta di come sia andata.

A proposito di Sanremo, mi incuriosisce l’altra canzone che hai portato sul palco dell’Ariston: “Un Uomo È Un Albero”. La domanda, citando una battuta di Verdone, è: “in che senso”?
In che senso? (Imita Verdone,ndr). Praticamente è una canzone che io ho scritto per descrivere come volevo essere: un albero. L’albero è profondamente organico, biologico, però è forte.. Ha queste radici, supera qualsiasi intemperie, pioggia, neve, e ogni volta si rigenera e non perde mai se stesso, il suo DNA. Per me questo è “Un Uomo È Un Albero”: coerente, trasparente, che si evolve, ma evolvendosi non perde mai la sua essenza. È una sorta di urlo liberatorio per me. Al fine della produzione ho preso spunto da alcuni autori africani, anche dal disco di Laura Mvula, che è fighissimo. Addirittura sono riuscita a farlo produrre al suo produttore che quando l’ha sentito mi ha detto “Sono molto contento che tu sia stata affascinata dal disco che ho fatto con Laura, e che tu l’abbia sviluppato come piace a te e con la tua personalità”. È stato bello sentirselo dire! Sai, ci vuole un attimo a dire “Ah, mi hai rubato l’idea!”.

Allora abbiamo tutti rubato da Vasco Rossi, perché insomma speriamo tutti di poter decantare le canzoni come lui. Ma si tratta solo di prenderne spunto, e poi la fai tua la cosa.

“Passenger”, scritta da Jamie Hartman, è l’unica canzone in inglese del disco. È diverso cantare in inglese? Scriverai mai in questa lingua?
È molto diverso perché l’inglese non è la mia lingua, non è la lingua in cui penso, rifletto. Magari uno a livello di emotività è più slegato quando canta in inglese. Devo dire, però, che “Passenger” l’ho sentita subito mia perché, delle volte, fa piacere nella vita essere solo un passeggero. Sai, io ho un carattere che mi spinge a prendere decisioni, a stare sempre al comando, e non è una cosa che si limita alla musica. A volte, farti portare da qualcuno di cui ti fidi, senza pensieri è bello, del tipo: “Guarda io non voglio pensare niente, portami dove vuoi andare”. Devo dire che il senso del testo mi ha colpito subito, fin dal primo ascolto. Sono contenta che Jamie Hartman mi abbia dato la possibilità di cantarlo in inglese perché è veramente un bel pezzo.

Hai raccontato in un’intervista di aver scritto “Per Cosa Vivere” sullo stesso divano dove Amy Winehouse scriveva i suoi testi, che affinità hai con questa artista?
Io sono sempre stata una sua gran fan! Lei era una tipa molto tosta, certo.. super sensibile perché è finita male.. Sai, poi ho anche parlato con persone che l’hanno conosciuta, perché qui non parlavano per sentito dire. Lei, da Poul O’Duffy, ha vissuto un paio di mesi. Amy era una bella sensibile, che passava da un argomento all’altro senza cognizione di causa, ma era anche quella che si metteva a giocare a The Sims con i figli. Poul mi ha raccontato che in quel mese hanno ascoltato un sacco di musica, e hanno fatto di tutto tranne che scrivere e che lei ha buttato giù il testo di “Wake Up Alone” in un quarto d’ora, dopo che lui aveva scritto la musica.

Beh, devo dire che in quella casa, in quel divano, mi sentivo un po’ inutile! (ride,ndr). Io ho scritto questo testo, che poi parla sempre della stessa cosa: “Per Cosa Vivere”. Sono un po’ monotona nelle tematiche, non ho parlato molto d’amore perché, a parte che non sono brava, i pezzi d’amore sono i più difficili.

Parlando di talent show. Da X-Factor a The Voice, però da due punti di vista differenti. Sapendo cosa vuol dire partecipare da concorrente, come vivi il ruolo da coach? Quale dei due ruoli è più divertente secondo te?
Guarda lo vivo male perché non riesco ad avere la leggerezza che magari può avere chi non è uscito da un processo, da un meccanismo del genere. Per me è un po’ dura, ed è il motivo per cui quest’anno sono più selettiva: voglio dare questa chance veramente a chi se lo merita. Ovviamente, sempre secondo me, non è che il mio sia un giudizio universale. Sono tutti molto bravi. Sto cercando di scegliere artisti veramente fighi.

Com’è lavorare al fianco di personaggi come la Carrà, Piero Pelù e J-Ax che, in un modo o nell’altro, sono molto diversi da te e anche tra di loro?
Sono diversi, però guarda la Carrà è la mia preferita in assoluto! È veramente troppo forte. Sono persa di questa donna, e non sento per niente il distacco d’età che c’è tra noi. Lei mi piace molto: è una donna di cuore, un po’ dura perché comunque tiene molto a fare le cose bene, ma è una che si lascia andare molto al sentimento, all’emozione.. Sai, dopo 40 anni in questo mondo, che non è un mondo molto semplice, molto trasparente.. è difficile rimanere così.

Sei stata negli Stati Uniti, poi ti sei spostata in Inghilterra e hai scelto per il tuo album una copertina ispirata alla regina Elisabetta. Pochi mesi fa hai anche cantato per il Papa. Cosa dobbiamo aspettarci da te nel futuro prossimo?
Ma non so! Sono una a cui piace sognare, e mi piace sfidare la fortuna. Spero sempre in cose interessanti e che non lasciano indifferenti. Sono abituata a lavorare molto sodo e a non disimpegnarmi mai nelle cose: faccio sempre tanto in prima persona.
Spero di non perdermi mai il valore del gruppo che ho dietro e che mi consiglia e mi dà la possibilità di fare le cose al meglio.
Credo che il risultato, che per me è bello, in parte lo devo sicuramente a tutti quelli che lavorano con me!

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