Home > Report Live > Noi, pochi ma buoni. Loro: sublimi.

Noi, pochi ma buoni. Loro: sublimi.

In perfetto orario, ecco salire sul palco i nostri quattro provenienti da Los Gatos. Scenografia semplice, un telo dietro alla batteria raffigurante la copertina dell’ultima fatica che i Dredg presenteranno stasera e luci semplici, alternate fra il blu e il giallo.

Senza esitazioni, l’apertura è affidata a “The Canyon Behind Her”, ottima scelta per evitare di essere scontati e per accogliere progressivamente, attraverso uno sfondo dilatato e potente al punto giusto, i presenti.
Il primo brano tratto dal fresco “The Pariah, The Parrot, The Delusion” ad essere proposto è “Stamp Of The Origin: Pessimistic”, seguito da “Saviour “. Il pubblico canta e balla, ma la partecipazione è più interiore che esplicita, a parte i più sfegatati. Gli spettatori non sono proprio numerosi, soprattutto se si tiene conto del notevole numero di sold-out che i Dredg sono soliti collezionare, ma come si suol dire, pochi ma sicuramente buoni e motivati. Non bisogna attendere tanto per iniziare ambientarsi nella sauna: il Bronson è piccolino, quasi intimo, e l’acustica di questo locale come ben si sa è soddisfacente.

Con la divina “Sang Real” torniamo ai pezzi ormai consolidati, e Gavin Hayes, il cantante, ha l’occasione di suonare la chitarra slide. Ecco quindi che con la sublime “Ode To The Sun” che il pubblico impazzisce; il coinvolgimento emotivo è ancora più alto con l’altrettanto splendida “Same Ol’ Road”. Si vede proprio che quelle che traspaiono sono le emozioni più fini: niente esagerazioni, niente virtuosismi fini a sé stessi. Il contatto che si stabilisce fra il gruppo e gli spettatori è perfetto, condito con qualche dialogo.

Più volte Gavin Hayes, cantante fantastico e chitarrista occasionale, muovendo continuamente il microfono a destra e a sinistra della bocca crea dei vocalizzi interessanti, si concede oscillazioni vocali e qualche improvvisazione non troppo esagerata, perfettamente in linea con la voce estremamente pulita, infinitamente dotata e terribilmente sotto controllo. “Jamais Vu” conferma che “Catch Without Arms” è molto privilegiato come album per i live.

Ecco quindi una tripletta di nuovi pezzi: “Ireland”, seguita a gran voce anche per la sua predisposizione ad accogliere cori, seguita da “RUOK?”, curiosa scelta strumentale, e da “Lightswitch”. D’altra parte, il bello dei Dredg è il loro costruire i concerti volta per volta senza mai ripetersi o essere prevedibili. Infatti ecco partire “Eighteen People” seguita da “New Heart Shadow” e “Triangle”, tratte da “El Cielo”. Dosato connubio di brani strumentali, singoli e nuove canzoni, con una predisposizione per quelli più puliti, secondo quella che in fin dei conti è la linea del nuovo album.

Torniamo a “Catch Without Arms” con l’omonima canzone e l’immancabile “Bug Eyes”; un album perfetto e per questo dal potenziale infinito, che lo stesso gruppo a quanto pare riconosce. Incredibile l’esecuzione, fedelissima al cd senza essere scontata. Versatili ma sempre legati da un chiaro filo conduttore, mai esagerati ma fino in fondo nelle sperimentazioni. Tocchi di improvvisazione che si appoggiano mimetizzandosi alla perfezione.

La conclusione è tutta in forza dell’ultimo album. Senza tregua parte “Information”, col il suo ritmo trascinante, quasi danzereccio, ed ecco la melodica “Pariah”. La genialità del gran finale, che possa piacere o no, è proprio nel non puntare né su una hit né su un muro di suoni che sfinisca a dovere gli spettatori. Sarà anzi in funzione di due brani malinconici e lenti che i nostri ci saluteranno. Allora ecco la splendida e strumentale “Down To The Cellar”, quasi alla Mogwai, e l’intima “carillon-osa” “Stamp Of Origin – Horizon”, per la quale il bassista avvicina una radiolina al microfono le voci di sottofondo. Un concerto quindi, in gran parte dedicato alla presentazione dei nuovi brani, inspiegabilmente “Leitmotif”, è l’album continuamente ignorato dai quattro.

Nessun bis, e questo magari è male. Quasi 2 ore di concerto, per 18€, unica data in Italia e questo forse è bene. Un tappeto di suoni di una densità e completezza assurda. Mar Drew Roulette al basso a cinque corde e alla tastiera (raramente), scalzo che si agita più di tutti su di un tappeto orientaleggiante, tirando fuori ogni tanto qualche aggeggino che appoggia al microfono per dare qualche effetto imprevisto. Mark Engels alla chitarra con i suoi effetti e suoni precisissimi che sanno essere delicati e potenti allo stesso tempo, e infine il mitico Dino Campanella alla batteria.

Per chi se li è persi, gira voce che torneranno in autunno nel Bel Paese. Speriamo in un contesto più liberatorio, perché questo è proprio il gruppo che va ascoltato a tutto volume senza perdersi nemmeno una nota, cantando e ballando in sintonia con i fan, con tanti fan.

The Canyon Behind Her
Stamp Of The Origin: Pessimistic
Saviour
Sang Real
Ode To The Sun
Same Ol’ Road
Jamais Vu
Ireland
RUOK?
Lightswitch
Eighteen People
New Heart Shadow
Triangle
Catch Without Arms
Bug Eyes
Information
Pariah Down To The Cellar
Horizon

Scroll To Top