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Noir in Festival… of the dead: il convegno sugli zombi, con Dario Argento

Nell’anno del cinquantesimo anniversario del capolavoro di  George Romero “La notte dei morti viventi” e in occasione dei quarant’anni di “Zombi”, secondo capitolo della saga a cui ha lavorato anche Dario Argento, il Noir in Festival 2018 ha deciso di dedicare agli zombi la sua XXVIII edizione.

Una scelta interessante, per un festival che tradizionalmente predilige il thriller e il crime, e che sottolinea come il dibattito sulla figura dello zombi sia in qualche modo universale, capace di uscire dagli schemi, dai generi, e farsi carico di tutta una serie di significati diversi e complessi. Parlare, in sostanza, di noi, nella misura in cui abbandoniamo la nostra condizione di singolarità per diventare una pluralità.

È a questo che allude la strepitosa locandina del Noir in Festival 2018, realizzata da Gigi Cavenago, fumettista e copertinista di “Dylan Dog” dal 2016. All’illustratore è stato chiesto di reinterpretare la figura dello zombi in chiave noir, «rappresentarlo nella sua connotazione collettiva, di gruppo, folla disorientata e smarrita alla ricerca di un centro di gravità, di cui la contemporaneità sembra averci privato», come dichiarano i direttori del Festival Marina Fabbri e Giorgio Gosetti.

Si è parlato proprio di questo durante l’incontro “Tutto in quella notte: gli zombie nell’immaginario contemporaneo”, che si è svolto ieri mattina allo IULM, al quale ha partecipato proprio al maestro dell’horror Dario Argento, insieme al giornalista Federico Ercole, il giornalista e saggista Gioacchino Toni e il cantautore, scrittore e fumettista Gianfranco Manfredi.

«”La notte dei morti viventi”» esordisce Giorgio Gosetti, «apre una pagina di storia del cinema non soltanto per il film in sé, ma per tutto quello che ha innescato dopo. È questa la materia dell’incontro di oggi. Si tratta di un film di un’attualità travolgente. Si tratta di sensibilità collettive che si spingono oltre la barriera del tempo storico. Noi agli zombi abbiamo idealmente dedicato tutto il Festival, a partire da Gigi Cavenago che ha ideato la locandina. E non è un caso che lo zombi centrale regga un ciak e il teschio di fianco un libro. Tutto questo per dirvi che, quando si fa un Festival, si cerca sempre di comporre un mosaico con idee centrali. Il motivo fondamentale per il quale, insieme a IULM, abbiamo deciso di spostare un Festival internazionale dentro l’Università è proprio per metterci a disposizione di un pubblico nuovo, di lettori, spettatori, consumatori intelligenti di idee. Vogliamo essere un ponte».

 

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Federico Ercole, Gioacchino Toni, Dario Argento e Gianfranco Manfredi allo IULM di Milano

 

Gli zombi il cinema

Ad aprire le danze è stato Gioacchino Toni, giornalista e studioso di fenomeni audiovisivi contemporanei, che ha inquadrato la figura dello zombi cinematografico nelle tre grandi fasi di sviluppo tradizionalmente identificate dagli studiosi di cinema.

La prima fase che riprende la figura della tradizione haitiana, mutuata dalla cultura africana e guardata attraverso il filtro del folclore europeo ottocentesco. Si tratta di un uomo vittima dell’incantesimo di uno stregone che ne diventa il padrone. È stato il libro di William Seabrook “The Magic Island” (1929) ad aprire la strada a questo tipo di immaginario, chiaramente riferito alla schiavitù. Si è poi concretizzato nel grande classico del 1932 di  Victor Halperin, interpretato da Bela Lugosi, “L’isola degli zombies”. Filone a cui appartiene – aggiungo io perché purtroppo nel dibattito non è emerso – uno dei film più interessanti e sottovalutati di Wes Craven, “Il serpente e l’arcobaleno” (1988).

Dal 1968, con “La notte dei morti viventi”, tutto cambia. «Romero trasforma la figura dello zombi» ci dice Toni, «rappresentandolo come un essere in decomposizione. Questa volta non è opera di uno stregone, è una figura senza padroni. Inoltre, dà largo spazio alla crisi dei rapporti sociali tra i vari personaggi». Un’allegoria che rappresenta, in modo chiaro e feroce, la società contemporanea americana e le crisi sociali del 1968.

Molti studiosi riconoscono poi una terza fase iniziata con “28 giorni dopo” di Danny Boyle. «Si passa dalla figura dello zombi di Romero a quella dello zombi infetto, che diffonde la pandemia, diventando veloce e vorace».

Toni apre una piccola parentesi anche sulla serie tv di grande successo “The Walking Dead”, ideata da Frank Darabont e basata sull’omonima serie a fumetti di Robert Kirkman, puntando l’attenzione sulla «dilatazione esasperata» della struttura seriale, sposta l’interesse dalla figura dello zombi per «soffermarsi sulle questioni che riguardano la ricostruzione di un mondo distrutto».

Gli zombi e l’Accademia

Nel corso dell’incontro,  Gioacchino Toni fornisce anche un’interessantissima bibliografia per affrontare la tema da un punto di vista accademico, parlando degli studi di Maxime Coulombe, sociologo e professore di storia dell’arte autore di “Piccola filosofia dello zombie” (Mimesis Edizioni), che vede nel morto vivente «la rappresentazione dell’occidente come frutto malato di una società che si sta autodistruggendo».

Cita, inoltre, di “Zombi. I mostri del neocapitalismo” (Medusa Edizioni) di Martino Doni e Stefano Tomelleri, che «parlano del mito dello zombi come massa indifferenziata, associandolo al neoliberismo, in parallelo con il consumismo contemporaneo».

E ancora, Antonio Lucci, autore di “Metafore della non-morte. Riflessioni culturologiche sul potenziale metaforico della figura dello zombie”, pubblicato sulla rivista “Trópos” (Aracne Editrice), “ si sofferma sull’accantonamento della morte nella cultura occidentale, laddove lo zombi riporta alla vista la questione della morte».

Federico Boni, in “The watching dead. I media dei morti viventi” «riflette sulla questione dei mass media», mentre Livio Marchese, in “La fabbrica degli zombi: da Caligari al Grande Fratello” (saggio contenuto nel volume “Critica Dei Morti Viventi. Zombie e cinema, videogiochi, fumetti, filosofia”) «ci ricorda che, per certi versi, i veri zombi siamo noi che manifestiamo indifferenza verso ciò che ci circonda».

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La notte dei morti viventi (1968)

 

Gli zombi e i videogiochi

Il secondo ospite del Noir in Festival 2018 è Federico Ercole, giornalista esperto di videogame. «Chiunque videogiochi è consapevole di esercitare un atto violento» ci dice all’inizio del suo intervento».

«Per questo l’industria videoluduca si è impossessata della figura antropomorfa dello zombi, che è diventata un nemico ideale, che consente al giocatore di rimuovere il senso di colpa. Tuttavia, spesso si tratta di giochi non eccezionali. Nel vero gioco zombie, ad esempio “Resident Evil”, noi siamo anche vittima degli zombi. Possono ucciderci. Appare la scritta “You Die”, non “Game Over”».

Ercole ci racconta poi come l’intera storia dello zombi videoludico sarebbe potuta cambiare negli anni ‘90, quando la Capcom decise di affidare la realizzazione di un suo videogioco proprio a George Romero. «Avrebbe potuto essere un capolavoro, cambiare la storia di un immaginario videoludico che, salvo rare eccellenze, si arresta sempre nella mediocrità».

«Romero propose una sceneggiatura che prendeva una direzione cormaniana, che piacque a Shinji Mikami, creatore della saga di Resident Evil» ci dice Ercole. «ma non a Capcom. Come contentino, Capcom fece realizzare a Romero due trailer usciti in Giappone per il rilascio di Resident Evil 2. C’è più cinema in quei 60 secondi che in tutta la saga, adattata uscita al cinema e interpretata da Milla Jovovich. Romero ha saputo cogliere l’anima del survival horror e le dinamiche della sopravvivenza, che ha inventato lui stesso. Il suo cinema è già interattivo, ci insegna a sopravvivere». Potete vedere i due trailer QUI e QUI.

Ercole non dimentica di citare il bellissimo “The last of us”. «È interessante perché motiva  il sorgere degli zombi, con un artificio pseudo-scientifico, prendendo spunto da un fungo, che realmente esiste e agisce sui centri nervosi degli insetti facendoli impazzire, che decide di mutare e attaccare l’essere umano. È gioco straordinario, basato su narrazione di una certa profondità».

Gli zombi e la protesta

Gianfranco Manfredi è un fumettista, cantautore e scrittore che ha vissuto attivamente il ‘68. Autore Bonelli e creatore di “Magico Vento”, ha scritto una decina di romanzi, tra cui “Magia rossa” (fuori catalogolo Feltrinelli, 1983, scaricabile gratuitamente in ebook sul sito del Comune di Milano), in cui un’orda di zombi emerge dal cimitero di Crespi d’Adda. Ha, soprattutto, composto l’album del 1977 “Zombie di tutto il mondo unitevi”. Oltre a questo, è un pozzo di sapere zombesco.

Nel suo intervento racconta la sua esperienza personale legata al film: «Ho visto “La notte dei morti viventi” nel ’68, a 20 anni. Passai a Porta Romana davanti al cinema Carcano. La locandina in bianco e nero sembrava un ciclostilo di quelli che facevamo noi all’università, con l’iconica immagine della ragazzina metà del viso coperto dai capelli. Un’immagine già punk, che anticipava anche quella dei vari fantasmi cinematografici giapponesi. Il film ebbe un impatto fortissimo su di me. L’horror, per la mia generazione, era ancora legato all’immaginario di Roger Corman e ai film tratti da Edgar Allan Poe e mi sembrava chiaro che queste orde di cannibali che avanzavano eravamo noi. Sembrava la versione horror di Woodstock. Sono andato in Università a dire a tutti “Guardate, questo è un film da vedere” e mi hanno risposto “Manfredi, a te piacciono tutte queste cavolate horror” perché il nostro ‘68 era molto moralistico».

Manfredi continua parlando di come il fortissimo impatto del film si è tradotto, nel corso degli anni, con una serie infinita di produzioni a tema, tutte catalogate nel database zmdb.org, diventando «una forma epidemica». Pochi hanno la qualità del modello.

Cita, in particolare, un libro dello scrittore cinese Yu Hua, “Il settimo giorno” (Feltrinelli). Il protagonista è un cadavere vivente che si racconta in prima persona. Si tratta di un libro che parla in maniera lucida e feroce della società cinese, in cui anche dopo la morte le diseguaglianze non cessano. «L’aspetto nuovo nello sviluppo della metafora» ci dice Manfredi, «sta nel fatto che gli zombi non cercano carne, ma la propria coscienza, contenuta in frammenti di memoria».

Manfredi ci tiene a segnalare anche  lo spettacolo teatrale “Zombitudine”, scritto diretto e interpretato da Elvira Frosini e Daniele Timpano. «Metafora applicata al teatro, visto come isola di resistenza, uno spazio vuoto che richiede di essere riempito. Il teatro viene invaso dagli zombi in quello che gli autori chiamano “sold out apocalittico”».

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La notte dei morti viventi (1968)

Gli zombi e Dario Argento

Chiude l’incontro Dario Argento, il maestro dell’orrore che non ha mai realizzato film sui morti viventi, ma che ha collaborato attivamente alla produzione di “Zombi”, film del 1978 di Romero che ancora una volta riprende la figura, rimescola le carte in tavola e regala alla metafora nuovi significati. Si parla sempre dell’American Dream, ma questa volta l’attenzione è rivolta verso il consumismo.

«L’idea di ambientare il secondo episodio in un centro commerciale venne a George Romero perché un suo amico aveva appena aperto un centro commerciale nei pressi di Pittsburgh» racconta Argento. «Questo amico gli disse “Visto che ho appena aperto, fai un film, così me lo lanci”. E George ridendo, disse: “Non è una brutta idea!”. Così, quando ci incontrammo a New York, mi presentò questo soggetto. George scrisse questa sceneggiatura, alla quale ho partecipato, a Roma. Era chiaro in tutti noi cosa volevamo dire sul consumismo»

«Questo centro commerciale era molto grande» continua Argento. «C’erano negozi di tutti i tipi, che vendevano anche le armi, cosa normale in America. Andammo a vederlo e decidemmo di girarlo lì, di notte perché di giorno era aperto al pubblico. Ci sono tante storie su questo film. Ad esempio, mentre si girava ci fu una tempesta di neve fortissima. Accanto al centro commerciale c’era il nostro hotel. La tempesta ci bloccò lì. Siamo stati lì un sacco di tempo, dormendo, mangiando e girando il film. Era un nuovo nuovo di vivere il cinema. Andavamo a dormire tutti insieme, ci alzavamo insieme. Era molto affascinante e George era molto contento di questa esperienza».

Sul montaggio europeo di “Zombi”, diverso da quello originale di Romero e realizzato da Argento, il regista romano dice: «questa è stata una cosa che ci ha diviso per qualche anno, poi lo stesso Romero ha ammesso che in realtà anche il mio era bello! Il montaggio era interessante e durava leggermente meno. La musica utilizzata da Romero era di repertorio. Lui non si interessava molto della musica. Oggi, la colonna sonora di quel film è praticamente solo quella dei Goblin, presente nel montaggio europeo. Erano due versioni differenti. Non abbiamo pensato a due pubblici differenti, avevamo solo due stili diversi. Poi il film aveva avuto problemi con la censura. In Italia era stato tagliato, in America e Francia è uscito intatto».

Su Romero, ci rivela: «Lui forse era un po’ stanco di girare film sugli zombi, voleva realizzare altri film, come “Monkey Shines” o progetti come il bellissimo “Creepshow”. Voleva continuare a collaborare con Stephen King, di cui era molto amico».

Dario Argento ci parla anche di una sua personale esperienza con la tematica: «Mi è capitato di fare il giro delle isole caraibiche francesi legate al folclore sugli zombi. Ho cercato di capire il fenomeno, ho frequentato le biblioteche del posto in cui si trovano dei vecchi libri, ho parlato con dei medici che curavano dei pazienti che si pensava fossero “zombi”. Mi hanno parlato della questione del sale, che fa tornare la memoria alle vittime di questo incantesimo. Non ho mai fatto un film sugli zombi anche per non infastidire George, ma avendo fatto questo viaggio lunghissimo, avevo molte idee e avrei voluto fare qualcosa tipo “L’isola degli zombies”».

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Zombi (1978)

Bibliografia citata

William Seabrook, The Magic Island, 1929, ristampato da Dover Pubns, 2016

Federico Boni, The watching dead, Mimesis Edizioni, 2016

Maxime Coulombe, Piccola filosofia dello zombie, Mimesis Edizioni

Martino Doni e Stefano Tomelleri, Zombi. I mostri del neocapitalismo, Medusa Edizioni

Yu Hua, Il settimo giorno, Feltrinelli, 2012

Antonio Lucci, “Metafore della non-morte. Riflessioni culturologiche sul potenziale metaforico della figura dello zombie”, pubblicato sulla rivista Trópos, Aracne Editrice, 2016

Livio Marchese, “La fabbrica degli zombi: da Caligari al Grande Fratello”, in AA.VV., Critica Dei Morti Viventi. Zombie e cinema, videogiochi, fumetti, filosofia, Villaggio Maori Edizioni, 2016

 

 

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