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Noise is love

Lo shoegaze è tornato, a quanto pare. Non solo per la ricomparsa sulle scene di alcuni dei nomi fondamentali nell’evoluzione dello stile, ma soprattutto per un rinnovato interesse da parte di ascoltatori e musicisti dai background anche contrapposti. Un fenomeno trasversale, una terra di nessuno in cui è possibile incontrare più o meno tutti. La serata allo Zoe ne è un perfetto esempio: sebbene sia gli A Place To Bury Strangers che gli opener Samideani pongano i My Bloody Valentine tra le loro influenze fondamentali, gli approdi a cui giungono sono agli antipodi.

I Samideani sono in cinque, sono giovanissimi e fanno pop. Lo fanno senza vergogna e lo fanno bene. Se proprio volessimo collocarli in un punto preciso della mappa shoegaze saremmo dalle parti dei Lush. Ma i Samideani sono figli del loro tempo, e l’ispirazione melodica non può che provenire dal rock “alternativo” degli ultimi anni. Le canzoni sono brevi, incisive e decisamente catchy; le costruzioni sono solidissime. Ottimo l’abbinamento di una drum machine con una batteria acustica ridotta all’osso, così come la prova della cantante Silvia Zaira.

Con un po’ di pignoleria si potrebbe puntare il dito su una certa carenza di dinamismo all’interno dei brani, tutti focalizzati sull’efficacia dei meccanismi anche a scapito della profondità emotiva. È indubbio che ci voglia talento per comporre canzoni pop, e ai bergamaschi questo non manca: ciò che manca è forse un briciolo di volontà di rischiare, cosa abbastanza strana per un gruppo emergente. O forse no, forse ce l’hanno, visto che tra il guardarsi le scarpe e il guardarsi (troppo) allo specchio il passo potrebbe essere pericolosamente breve.

Parlando di scarpe, gli A Place To Bury Strangers stanno ai Samideani come degli stivaletti antinfortunistici stanno a un paio di Converse. Pesanti, sporchi, crudi. I tre newyorchesi con il loro full-length omonimo e una quantità corposa di 7″ hanno dato vita a un sound che celebra il rumore in molte delle sue forme: dagli esperimenti elettronici delle principali band post-punk britanniche fino ai delay delle formazioni shoegaze vere e proprie, senza tralasciare il background di dissonanze e acidità offerto dalla loro città natale.

La loro prova sul palco dello Zoe sposta ancora più in là i confini, o forse li sposta più indietro: se il loro disco appariva come un’intelligente amalgama di rumorismi dal feeling artificiale e freddo e li avvicinava in qualche modo alla new wave, la loro proposta dal vivo si carica di una rabbia rock primigenia, caldissima, incontrollabile. Sembrano i Jesus and Mary Chain e i Liars coinvolti in un incidente stradale. Le loro canzoni non contengono rumore, sono fatte di rumore, in un instabile equilibrio tra composizione e sana curiosità infantile del “chissà che succede se pigio questo”.

Difficile trovare un highlight all’interno di esecuzioni così intense e sciolte, sia nel senso di naturali che di fuse. Gli effetti più o meno autoprodotti del chitarrista e vocalist Oliver Ackermann la fanno da padrone, e sono qualcosa di raramente sentito, decisamente al di là del semplice riverbero. Nell’ora e mezza scarsa del concerto Oliver percuote e maltratta due chitarre, strappando corde e saturando di feedback le code dei brani. C’è poco di completamente originale, questo è ovvio, ma l’intensità che rimane negli occhi e l’ossessiva melodia vocale di “Don’t Think Lover” che rimbalza tra le orecchie fischianti bastano e avanzano.

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