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Non chiamatelo il film postumo di Carlo Mazzacurati

Una «testimonianza della leggerezza»: così è stato presentato alla stampa “La sedia della felicità“, il film al quale Carlo Mazzacurati ha lavorato nei mesi prima della sua scomparsa; ma, dice la moglie Marina, cui hanno fatto eco i collaboratori del regista presenti in sala insieme al cast artistico, «non è un film postumo, non definitelo così, perché non è adatto. Carlo ci teneva molto e adorava le persone con cui ha lavorato».

Ed ecco come queste persone care al cineasta padovano — gli attori Valerio Mastandrea, Isabella Ragonese e Giuseppe Battiston, il produttore Angelo Barbagallo, gli sceneggiatori Doriana Leondeff e Marco Pettenello — hanno raccontato l’esperienza sul set di “La sedia della felicità”, al cinema dal 24 aprile (qui la nostra recensione).

Un ricordo di Mazzacurati: come è stato lavorare sul set con lui, che già non stava bene?

Valerio Mastandrea: Non è vero che non stava bene. Ricordo soltanto un grande entusiasmo quotidiano nonostante le difficoltà, tanto che non ce ne siamo accorti. Un ricordo di Carlo… Avrei voluto lavorare con lui molto tempo prima. Per lui evidentemente non era così (sorride, ndr.), mi ha chiamato quando si è sentito pronto. Eppure già gli incontri di pre-produzione e il lavoro a stretto contatto per due mesi mi hanno fatto capire quanto mi mancherà come essere umano e uomo di cinema.

Lo amava molto più di quanto lo ami io, avrei potuto imparare molto da lui.

Altro ricordo: io e lui parlavamo del mio personaggio in terza persona, come fosse uno che camminava per strada cui avevamo visto fare delle cose. Dino esisteva nel nostro immaginario; io generalmente non affronto in maniera simbiotica i miei personaggi, e questo approccio è qualcosa che spero di riprodurre in futuro.

Giuseppe Battiston: È visibile a tutti la straordinaria ricchezza del cast, costellato di cameo di chi gli è rimasto vicino, attori molto preziosi. Ricordo di essermi chiesto: «Ma davvero verranno?», e Carlo mi rispondeva: «Chi vuoi che dica di no ad un povero malato!». Mi manca moltissimo l’esempio dell’occhio umano e divertito con cui guardava al mondo.

Isabella Ragonese: L’ho conosciuto per poco tempo, ma è stato un periodo molto importante. Evitamo la retorica per rispetto a ciò che era Carlo, allergico alle frasi fatte in queste circostanze. Ho ricordi molto belli che custodisco gelosamente per me. Mi ha insegnato che noi facciamo un mestiere che ci fa vivere per tanto tempo. Rivedendo i suoi film possiamo risentirlo vicino. In “La sedia della felicità” si ride non per far finta che le cose brutte non esistano, come spesso succede nelle commedie, perché qui la sua ironia è un punto di vista, è il vedere le cose dalla giusta distanza. L’ironia era il suo paio di occhiali per vedere il mondo, ed è bello lavorare in quelle condizioni: quando questo mestiere è una passione ti dimentichi di tutto, io non ho mai percepito la difficoltà. Mi piace pensare che abbia passato i suoi ultimi mesi non in ospedale ma facendo la cosa che amava, con un sorriso privo di malinconia, con le persone che amava.

Inizialmente il titolo del film era “La Regina delle Nevi”, come mai è stato cambiato?

Angelo Barbagallo: C’entrano le sedie usate in scena: ne avevo una in ufficio, che ho regalato al più grande fan del film, il figlio del montatore. Lui adorava la storia ma non il titolo e ha suggerito “La sedia della felicità”.

Doriana Leondeff: Con Carlo abbiamo lavorato insieme negli ultimi undici anni e quattro film. Il desiderio di leggerezza che anima questa commedia viene da molto lontano ed è assolutamente precedente alla malattia. La prima stesura è stata completata ben prima che lui stesso sapesse di essere malato, e quando poi ne è venuto a conoscenza, paradossalmente, la sceneggiatura ne ha acquistato in lucidità e buonumore, come se la malattia avesse sgombrato il campo da tutto ciò che era inutile: siamo arrivati al cuore allegro delle cose. Anche il titolo “La Regina delle Nevi” ci piaceva molto ma non rappresentava fino in fondo il film. Poi è arrivato questo suggerimento che Carlo ha preso al volo e che ha guidato anche il trailer del film, così insolito e lineare. L’idea che lo avesse trovato un bambino lo faceva impazzire di gioia!

Marco Pettenello: È il film di un uomo che non sapeva sarebbe stato il suo ultimo lavoro, all’inizio pensava che avrebbe avuto il tempo di finirlo, poi le circostanze hanno accelerato certe sue riflessioni: i temi del disagio e della fatica di abitare in Italia, già presenti in altri film, qui rimangono sullo sfondo di una storia semplice, che si potrebbe raccontare ad un bambino. Ci siamo ispirati a film come “Kiki consegne a domicilio”, “Fantastic Mr Fox”, alle escursioni nel surreala di Zavattini e De Sica, eppure è sempre lo stesso mondo di “Piccola Patria”.

In altri suoi progetti si partiva con l’idea di fare un film allegro e poi calava un’ombra di malinconia. Qui è tutt’altra pasta, è un film spensierato. È bello che il suo mestiere finisca in allegria.

Barbagallo: Il tono di Carlo, a cena, era quello allegro e scanzonato che vedete nel film. Il primo livello di interazione con lui era il divertimento. Raccontava storie, era straordinario. Un bugiardo pazzesco, con grandissima inventiva. Mi sembra sia il film che lo rappresenta di più.

Leondeff: Stavamo già scrivendo un’altra sceneggiatura, un progetto al quale avrebbe partecipato anche Mastandrea. Carlo era consapevole della sua malattia, ma pensava a questo piccolo film ambientato a Bolgheri tra vino, vigneti, nobili, senegalesi, diseredati.

Mastandrea: Se avessimo continuato ce l’avrei fatta a fargli fare un film sotto casa mia, Roma Sud.

Che donna è questa Bruna?

Ragonese: È nata con Carlo. Si divertiva a costruire anche fisicamente ed esteticamente i personaggi. Lei è molto colorata, quasi uno sponsor del suo mestiere: lo smalto, lo shatush… L’abbiamo costruita dapprima a distanza, videochiamandoci con skype, la linea che cadeva spessissimo, e poi il personaggio è cresciuto sul set. Inizialmente i due protagonisti fanno lavori in cui incassano sfoghi e lamentele della gente, come spettatori silenziosi, poi Bruna ha l’occasione di diventare protagonista di una storia, sperando nel colpo di fortuna. Dopo un po’ Carlo mi disse: «Ho capito, sembra una delle eroine dei film di Miyazaki!», insomma quelle ragazze normali che si trovano in avventure fiabesche, rocambolesche e tirano fuori la grinta. Per me è molto bella la scena in cui si guardano attraverso il vetro dei due negozi, dialogando solo con lo sguardo.

Vi siete rifatti al modello del racconto russo “Le dodici sedie”, e se sì, in che misura? Inoltre, una volta Carlo Mazzacurati faceva film in cui tendeva a disseccare la scenografia e raccontare più che altro situazioni e dialoghi. Ultimamente c’è l’impressione che abbia ispessito la sceneggiatura. Dato che Carlo era anche amichevolmente conosciuto come il “Simpatico Orso Veneto”, l’orso alla fine è autobiografico?

Barbagallo: Carlo teneva moltissimo all’orso. Io non lo avevo capito bene, poi mi sono reso conto che l’Orso è Carlo. Ci dice come vedere il film, soprattutto quando allarga le braccia come a dire “che ci vuoi fare, così è la vita”. Ed era un orso inglese costosissimo! Abbiamo preso un orso di Baltimora, l’abbiamo fatto venire in aereo fino a Venezia… (Qualcuno in sala sembra confuso, ndr.) Voglio chiarire: si tratta di un uomo piccolino, fa l’animatore.

Leondeff: L’orso è un ostacolo improbabile trovato per l’inseguimento improbabile. Poi è stato inserito anche in scene successive. Il racconto delle “Dodici sedie” è stato uno spunto, ma ne è rimasto pochissimo: la ricerca del tesoro, la formula del 2 + 1, le scene del prete senza abito talare. C’è un’assonanza che vale la pena ricordare: il romanzo russo è stato concepito subito dopo il periodo comunista, e si mira a mettere in salvo il tesoro rivelato in punto di morte. Noi non abbiamo superato nessuna rivoluzione, ma sì, c’è crisi e difficoltà del vivere, che rimane sullo sfondo della storia.

Pettenello: Sì, il film si ispira alle “Dodici sedie”, un racconto che ha ormai tante trasposizioni da essere un vero e proprio canone, eppure Carlo non ha voluto che lo leggessi; me l’ha raccontato e da lì abbiamo sviluppato la nostra storia. Lui era diventato sempre più un amante dello stile americano eccentrico — penso ai Coen, a Anderson — e voleva ispirarsi a quello; insomma aveva meno paura del cinema artefatto che prima rifuggeva. C’erano tracce di questo approccio già in “La lingua del aanto” e, se avesse potuto, avrebbe continuato in questa direzione.

Valerio Mastandrea, prima hai detto che il tuo approccio è stato di “scollamento, non simbiotico”, ma hai dei tratti in comune con Dino?

Mastandrea: Il metodo è una cosa, il personaggio un’altra, e certamente Dino ha delle caratteristiche che riconosco. Per me è stato il completamento di un tipo che ho cominciato a portare in scena nel corso degli ultimi dieci anni: lo Stefano Nardini di “Non pensarci” non te lo levi mai di dosso, un Nardini è per sempre. Anche se Dino è più freddo di Nardini, meno estetico, più passivo. Penso di aver ormai esaurito i ruoli di ragazzetto disagiato di periferia, e con questo film forse ho chiuso il cerchio per questa categoria di personaggio. Ma chissà.

“La sedia della felicità” è un film leggero il cui tema principale è però gravoso: la crisi e la disperazione dei protagonisti, che fanno fatica a tirar fuori 50 euro.

Pettenello: Il film nasce da un mondo profondamente nei guai nel quale proviamo a raccontare qualcosa di lieve, con persone che sognano redenzione e felicità.

Quanto vi siete divertiti a comporre il cast? È perfetto in tutti i ruoli, non succede spesso nel cinema italiano.

Barbagallo: Carlo aveva in testa in maniera molto precisa i suoi personaggi e li amava appassionatamente, ha contribuito a far crescere molti attori, cambiando i loro ruoli nel cinema. Qui c’è anche Marco Messeri come voce fuori campo, e nel primo giorno di riprese Bentivoglio e Orlando… una goduria. Tutti si sono divertiti, girando.

Giuseppe Battiston, in che modo è stato diverso lavorare su questo personaggio rispetto agli altri interpretati per Mazzacurati?

Battiston: È stata un’occasione davvero unica. Padre Weiner aveva una disperazione materiale e della propria fede, è un uomo che cerca riscatto in tutti i modi. La figura del disgraziato che cerca di elevarsi è tipica di film e personaggi della commedia italiana. Ha assunto una dimensione da cartone animato anche nel montaggio, negli inseguimenti con i mezzi più strani, s’è mantenuta una struttura liberissima. Vedendolo mi sono divertito e ho goduto qualcosa di nuovo. È un ruolo piuttosto delicato, si trattava di rappresentare il conflitto in uomo di fede tra il suo desiderio per qualcosa di migliore e la sua fede, senza entrare nella sua professione. Il pensiero che vaghi per i boschi giocando a briscola con l’orso mi dà tanta vita.

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