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Non è un paese per bambini

Se il titolo del lavoro di Turturro alle falde del Vesuvio era “Passione”, quello che sta per uscire nelle sale potrebbe essere un’opera omonima. Come la passione di un Cristo sacrificato per i terreni, così quella dei quarantotto occhi su Napoli è una via crucis di storie, voci, gesti, tradizioni, musiche, sacro e profano.

Napoli 24, qualcuno lo suggerisce un film plurale anziché collettivo. Ventiquattro registi con passaporto napoletano (fosse anche solo morale) disegnano altrettante cartoline della Partenope che ben sintetizza l’Italia. Su tutti l’ala protettiva di un Paolo Sorrentino che chiude il documentario montato ad arte da Giogiò Franchini.

Tre anni di lavoro, commissionato per far risorgere il capoluogo campano dal cumulo di rifiuti e malapolitica che l’avevano travolta. Intanto l’amministrazione è cambiata, qualcosa si è mosso, qualcos’altro cerca una scossa.

La voce della cultura esce dall’Asilo Filangieri occupato da oltre due mesi. La sicurezza chiesta dai cittadini si mette in mimetica e lancia i militari in strada per supervisionare una quiete che sembra fantasia e che – in fondo – farebbe calare l’audience sul folklore. I turisti non mancano, l’America’s Cup che fa tappa sul lungomare è solo un pretesto per correre a Pompei. Per la ztl qualcuno si è fatto prescrivere degli antibiotici, credendola un virus infettivo.

Come nella realtà, anche sul grande schermo Napoli è attrice versatile, musa capace di suggerire ventiquattro cortometraggi differenti. Cosa possibile solo quando si ha a che fare con un (non)luogo che rende la sua stessa gente spettatrice di una vita cinematografica, spesso lontana persino dalla realtà di chi in quelle strade ci vive.

In “Napoli 24″ i luoghi comuni si fanno documentario: dal miracolo di San Gennaro alla trattoria Nennella, madre della più celebre pasta e patate del mondo. Dalla tradizione locale che presta suoni e colori ad un matrimonio rom fino all’ultima principessa della città, che della nobiltà conserva il ricordo di tempi mai vissuti.

Donne che lottano per far godere ai loro defunti della vista panoramica migliore, omicidi tra i vicoli, musiche che cantano i tristi meriti dell’essere napoletano, Borboni che risorgono. E poi ancora la città vista da una bambina in passegino e quella che si sente sotto il bastone di un nonvedente. ‘O scarpariell che compie 100 anni e lo spaccio che si consuma come hobby.

Il collante, in questo impasto fatto di dolce e d’amaro, è il fascino che ogni regista subisce dalla città. Napoli non è ancora una diva del porno, non più Rossella O’Hara, eppure questo scalmanato gruppo di cineasti, ognuno con la propria artistica perversione, l’ha amata e sognata, devastata e accarezzata, desiderata e respinta.

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