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(Non) è un paese per vecchi

Sono le venti ed i tendoni dello spiazzo in via Serenissima stanno appena mormorando quando quattro strani tipi nipponici iniziano ad animare il palco principale con il loro kurochan. Il loro nome è Yu-No e, qualunque cosa dicano – a parte un cenno alle bellezze d’Italia e all’amore che il quartetto prova nei confronti del popolo che l’abita, il tutto in un inglese stentato -, sui visi degli spettatori prende forma l’incomprensione più totale.
Terminata la panoramica su Tokyo, è il turno dei Riccobellis: tre ragazzi di Brescia addobbati con una maglietta dei Ramones ciascuno, microfoni al limite della bassezza perché le gambe del cantante/chitarrista e del bassista assumano la posizione a capanna, tanta energia e una spaventosa somiglianza tra il batterista e Darwin Smith. Le dissonanze e i ritmi frenetici caratterizzano sia le cover dei gruppi storici appartenenti all’area del punk, sia le tracce di loro produzione; fatto sta che di differenze fra un brano e l’altro… beh, se ne trovano ben poche.
Alle ventuno ormai inoltrate il nord della penisola lascia spazio al centro con l’ingresso dei pisani Dome La Muerte And The Diggers, annunciati da una donna di mezza età in vestaglia bianca e pelliccia tigrata. Nonostante non sia più un giovincello come un tempo, Dome si scatena in assoli blues e hard rock scuotendo i capelli corvini e attirando il pubblico fino ad allora scettico.
Tuttavia, è solo nel momento in cui gli amplificatori glitterati mettono a tacere le distorsioni ed un sipario grigio con una scritta familiare viene fatto calare che la folla comprende. E comprendendo, si avvicina bramosa in attesa dei suoi beniamini.

Risolti i problemi con la batteria, ecco arrivare Pete Shelley, Steve Diggle, Chris Remmington e Danny Farrant, in ordine decrescente di anzianità. Il boato dei fan assatanati si fa ruggente, piovono applausi e fischi d’ammirazione. Gli occhi dei due former members luccicano di gioia: in effetti son passati trentaquattro anni dalla fondazione della band, eppure nel terzo millennio c’è chi, ancora in fasce, li apprezza benché non ne conosca la storia. Mai considerati alla pari di The Clash o dei Sex Pistols, quello che nella Manchester del 1976 era un abbozzo di gruppo punk è riuscito a influenzare le generazioni successive grazie al proprio sapersi muovere nel genere. La performance presso la Festa di Radio Onda D’Urto ne è stata, ovviamente, l’ulteriore conferma.
Apertosi con “Boredom”, il concerto è filato liscio per un’ora e mezza di musica costruita su riff coinvolgenti di chitarra, dissonanze che trafiggono l’orecchio, la voce serafica di Peter McNeish (il vero nome di Shelley) ed i cori appassionati dell’audience in preda al pogo. Diciotto canzoni a seguire, si presenta la classica uscita di scena per essere acclamati. “One more song!” è il motto del pubblico, ma i Buzzcocks si rifanno vivi addirittura per suonarne altre tre: “Oh Shit”, il must “Ever Fallen In Love” – la traccia che li rese famosi – ed infine “Orgasm Addict”, durante la quale era possibile notare i continui ammiccamenti che intercorrevano fra i due vecchi musicisti, l’uno in camicia bianca a pois neri, l’altro con una maglia semitrasparente che inneggiava in spagnolo alla virilità.

Vedere e sentire live un pezzo di storia del punk britannico è stato, è e sempre sarà un’esperienza ultraterrena.

Boredom
Fast Cars
I Don’t Mind
Autonomy
Get On Your Own
What Ever Happened To…?
Girl From The Chainstore
Sick City
Why Can’t I Touch It?
Nothing Left
I Don’t Know What To Do
You Say You Don’t Love Me
Noise Annoys
Breakdown
Promises
Love You More
What Do I Get?
Harmony In My Head
Oh Shit
Ever Fallen In Love
Orgasm Addict

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