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Non è una questione di moda

Riproponiamo l’incontro con il costumista Michael Kaplan che quest’estate al Festival di Aruba ci aveva parlato del suo lavoro sul set di “Mission: Impossible – Ghost Protocol”, da oggi nelle sale italiane.

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I costumi non sono una questione di moda: Michael Kaplan sgombra subito il campo da possibili confusioni tra il lavoro del costumista cinematografico e quello dello stilista.
«Ho diversi amici che lavorano nella moda, Calvin Klein, Donna Karan, Marc Jacobs, ma la mia attività è completamente diversa» spiega l’autore dei costumi di “Blade Runner“, “Se7en“, “Fight Club” e “Burlesque“.
«Uno stilista crea una collezione ogni pochi mesi, cercando di immaginare e stabilire ciò che le persone dovranno indossare, il compito del costumista al contrario consiste nel dar vita a un personaggio e nel saperlo rendere reale e credibile nel proprio ambiente. Il fatto che un personaggio vesta o meno alla moda è del tutto ininfluente dal mio punto di vista» dice ancora Kaplan, ospite dell’Aruba International Film Festival.

A quale film a cui hai preso parte sei particolarmente legato?
Sono molti i titoli ai quali sono affezionato ma il film che mi ha lasciato i ricordi più belli e di cui tuttora vado particolarmente fiero è “Fight Club”. So che ha suscitato reazioni contrastanti nel pubblico, ci sono persone a cui non è piaciuto ma altri lo considerano il proprio film preferito, hanno molto amato i costumi e mi è capitato addirittura che qualcuno venisse a dirmi “Ho iniziato a vestirmi come Tyler Durden dopo averlo visto”.

In “Fight Club” i costumi erano la perfetta espressione dell’essenza dei personaggi e dell’interpretazione che ne davano Brad Pitt e Edward Norton: quanto contano le personalità e le caratteristiche fisiche degli attori nel tuo lavoro?
Cerco di studiare un costume che sia giusta espressione del personaggio ma che si adatti anche al corpo dell’attore che lo interpreta: nel caso di Brad Pitt ho usato il colore in modo particolare e ho cercato di metterne in luce il fascino e la bellezza. La creazione del personaggio è sempre un lavoro collettivo che parte dalla visione del regista e poi coinvolge costumista, truccatori e attori. L’approccio cambia di volta in volta e mi piace mettermi continuamente alla prova, ad esempio affrontando film ambientati in periodi storici differenti.

Quale film ha rappresentato per te la sfida più difficile?
Ogni film è una sfida, per ragioni diverse. L’ultimo a cui ho lavorato è “Mission: Impossible – Ghost Protocol” e in quel caso la difficoltà risiedeva nel cambio continuo di location, visto che abbiamo toccato ben quattro nazioni; in più, alcune sequenze ambientate in India sono state girate a Dubai mentre altre ambientate in Russia sono state ricostruite a Praga. È stato complicato per me a livello organizzativo mantenere il controllo su tutti i costumi e i materiali che dovevano viaggiare da un set all’altro.
Anche “Burlesque” si è rivelato un progetto complesso: il film aveva molti numeri musicali da caratterizzare in maniera diversa l’uno dall’altro, i costumi non dovevano solo essere belli e interessanti da guardare ma anche essere tagliati in modo da lasciare alle ballerine piena libertà di movimento. C’era bisogno di un gran numero di abiti e di scarpe e per me è stato piuttosto stressante, visto che le riprese sono durate solo dieci settimane e bisognava occuparsi di tantissime cose in poco tempo.
E ovviamente non potevamo tralasciare tutte le altre scene del film, quelle non musicali di semplice dialogo.
[PAGEBREAK] Quale aspetto ti piace di più del tuo lavoro?
Amo tutto il processo di lavorazione, dalla lettura della sceneggiatura al lavoro con gli attori, fino al prodotto conclusivo. A volte fai del tuo meglio e magari ti diverti moltissimo sul set ma poi vai a vedere il film e ti accorgi che i costumi non sono come avresti voluto e pensi che avresti dovuto fare le cose diversamente.
Spesso si vorrebbe piacere a tutti ma è impossibile, per quanto mi riguarda cerco soprattutto di essere soddisfatto in prima persona lavoro che svolgo.

Quando hai deciso di voler essere un costumista e perché?
Fin da bambino sono sempre stato appassionato di vestiti, ricordo che quando mia madre veniva a scuola per incontrare i miei insegnanti le consigliavo cosa indossare. All’epoca vivevo alla periferia di Philadelphia e di certo non immaginavo di poter diventare un costumista per Hollywood. Ho studiato arte e per un po’ mi sono dedicato alla pubblicità ma non ero contento e così, a poco più di vent’anni, ho messo insieme un portfolio e sono partito per Los Angeles, alla ricerca di nuove occasioni.

C’è un costumista che ammiri particolarmente?
Credo che una delle migliori sia Janet Patterson: è la collaboratrice abituale di Jane Campion e ha creato in particolare costumi bellissimi per “Lezioni di Piano” e “Ritratto di Signora”. Il suo lavoro è per me un’importante fonte di ispirazione.

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