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Non solo Guinness e patate.

Le pizzerie al taglio attorno a piazza Lodi sono piene di ragazzi che comprano qualcosa da mangiare ed una birra per sciacquarsi la bocca. Sono le otto e mezza. Ciò sta a significare che probabilmente ci sarà moltissima gente per l’attesissimo evento che vede alternarsi sul palco Lili Refrain, giovane chitarrista romana di belle speranze, i Junius e, rullo di tamburi, gli attesissimi God Is An Astronaut. Quando si raggiunge il Circolo ci si ritrova davanti ad uno spettacolo di pubblico: molti ragazzi tra i 25 anni e i 35, moltissimi ventenni, un ragazzino che avrà avuto sì e no 14 anni accompagnato dalla madre (e che madre qualcuno potrebbe dire), e un bel po’ di over 40 (vedere una signora sui 45 alta un metro e mezzo con un casco di capelli ricci in testa che fa headbanging al ritmo dei God non ha davvero prezzo).

Alle nove dovrebbe cominciare il concerto, ma si tarda di una quarantina di minuti, per la gioia di tutti quelli già dentro il locale, dove non si può dire che tirasse una piacevole e rinfrancante brezza. Lili Refrain è una one girl band, lei è di Roma, e sembra trovarsi a proprio agio con il pubblico della sua città. La sua musica consiste fondamentalmente in una chitarra, una bella pedaliera, e trova un senso grazie ad una stra-abusata loop station. La ragazza comincia incidendo una base ritmica schiaffeggiando le corde della chitarra, per poi registrare una serie d’accordi, poi un arpeggio, poi un fraseggio, poi un assolo, un tapping, un altro riff, e ci si ritrova immersi in un muro di suoni creati dal nulla, grazie esclusivamente alla sua chitarra. Suona per una mezz’ora buona, e scalda in maniera egregia la serata con la sua voce tutt’altro che dolce ed eterea.

Così è il momento dei Junius, band proveniente da Boston inquadrabile nel panorama post-rock, anche se sembrano evidenti in molti tratti le influenze shoegaze e post-metal che stanno alla base dei loro momenti più hard. Presentano molti brani del loro ultimo disco targato 2009, non disdegnando qualche salto nel passato, riprendendo i brani dei vecchi EP tra il 2004 e il 2007. La loro proposta musicale è interessante, ma la voce è un po’ troppo melodica, come in generale tutto il background sonoro, e quindi dopo una ventina di minuti non è difficile notare qualche faccia stranita, annoiata, vogliosa di vedere la band per cui ha comprato il bigletto.

Sono circa le undici, dopo un lungo soundcheck salgono sul palco i God Is An Astronaut. Sono venuti a presentare il loro nuovo disco “Age Of The Fifth Sun”, aprendo il concerto con “Worlds In Collision”; successivamente daranno prova di non esser venuti a Roma per promuovere la loro nuova fatica ma, soprattutto, per regalare una bella serata di musica ad un fantastico pubblico romano che ormai sempre più spesso fa sold out, impreziosendo una grande prestazione con qualche gemma del passato sparsa come “Route 666″, “Fragile”, e la epica “Fire Files And Empty Skies”. Gli irlandesi danno prova così del loro affetto per il pubblico, alternando brani nuovi a vecchie glorie, senza sbagliare nulla. Tra sintetizzatori e chitarra, Torsten si muove divinamente, ergendo poi di rado al di sopra di tutti gli strumenti la sua voce che leggera permea tutta la sala invadendo dolcemente i padiglioni auricolari di tutti i presenti, il basso di Niels risulta fondamentale durante i momenti più tirati del concerto conferendo al sound una pienezza da brividi, mentre Lloyd pare essere il Gesù Cristo sceso in terra della batteria, tenendo ritmiche spigolosissime e pestando come un dannato.

Alla fine i God Is An Astronaut hanno suonato per più di un’ora ed hanno deliziato il pubblico, facedolo viaggiare sulle note tipicamente space del loro sound, grazie anche a degli eccellenti giochi di luce a cui il Circolo non ci aveva proprio abituati.

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