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Non tutte le cadute vengono per nuocere

Il quartetto originario di Bakersfield, California, si ripresenta ancora una volta sulla scena nu metal internazionale, più adirato di prima.
Saranno state le recensioni negative del penultimo lavoro “Untitled” (2007) oppure i dieci mesi in cui ciascuno dei componenti si è potuto dedicare a ben altro che alla band: sta di fatto che quest’anno molte persone si ricrederanno sul conto dei Korn – e Jonathan Davis gradirà alquanto.
Tema fondante del nuovo album “Korn III – Remember Who You Are” è la caduta dell’uomo, espressa nelle forme dell’ipocrisia, dell’odio e della menzogna; ma soprattutto l’organizzazione religiosa, a cui, secondo il frontman, è dovuta l’intera disfatta della macchina umana. Scopo di tale scelta non è insegnare una morale a chi ormai sembra aver dimenticato ogni segno di civilità, bensì far sentire il proprio dissenso al riguardo.

Track by track
Ad aprire il percorso delle undici tracce un’introduzione di voci registrate e parole ripetute che, nel giro di un minuto e mezzo, culminano nella rabbia di “Oildale (Leave Me Alone)”, vero e proprio inno indirizzato a un amore finito (e pure male). La batteria si fa sempre più martellante insieme agli echi e ai riverberi delle chitarre distorte, mentre il basso gracchia antiteticamente rispetto alla voce guida, spaventosamente integra e disinvolta. La pace giunge sul finire, quando degli arpeggi chiudono la canzone per lasciar spazio a “Pop A Pill”: la parabola dell’individuo incapace di sentimenti, costretto all’assunzione di medicinali per trovare sé stesso.
Il numero tre ha da sempre rivestito il significato di una perfezione intrinseca; “Fear Is A Place To Live” conferma la realtà di siffatta credenza grazie alla maestria dimostrata dalla band nell’impasto degli effetti armonici e del senso delle liriche. Vengono i brividi a sentire come un concentrato di bile possa essere trasformato in note musicali e fa impressione il fatto che tutto quel che è detto sia tragicamente vero.
Dall’uomo che si rende conto del mondo circostante si passa alla mancanza di controllo sugli eventi di “Move On”, dove su una struttura ritmica semplice si intessono i cambiamenti di tempo e i ritardi della sezione a corde, dando al meglio l’idea del caos e della confusione. Una pausa momentanea è il preludio di urla d’ira gettate al vento, perché si sa che nessuno risponderà.
Un concetto simile si cela dietro a “Lead The Parade”, introdotta da dissonanze in reverse che rendono inquietante la situazione, costruita poi sulla violenza della grancassa e sui giochi d’arpeggio del basso elettrico; il tutto coronato dalle parole scagliate come dardi verso il proprio ego.
Finalmente è tempo dei voltafaccia e delle slealtà. È l’ora di “Let The Guilt Go”, dedicata a coloro che si sentono soffocati da un senso di colpa che in verità dovrebbe essere soppresso ed eliminato, onde evitare una vita di rimorsi ed occasioni perdute. La ripetitività del ritornello produce l’effetto di una cantilena infantile; l’unica differenza è che le chitarre di Shaffer stridono, Davis tenta abilmente di perdere le corde vocali e la batteria di Ray Luzier pare essere una mitragliatrice. Cose che di bambinesco hanno ben poco, insomma.
L’ottavo pezzo è “The Past”, il quale da un’atmosfera di reminescenze goth/darkwave anni 80 muta in un crescendo di potenza, dove il ritmo cambia mentre la voce sussurra le parole “Run away, go away”- che i Linkin Park siano stati fonte d’ispirazione? Morale della favola è smettere di guardare indietro, perché “la vita è una connessione staccata dalla mente”.
Le bugie si fanno largo in “Never Around” e “Are You Ready To Live?”, quest’ultima giudicata dalla compagnia mediatica ARTISTdirect uno dei luoghi più bui in cui i Korn si siano mai addentrati.
[PAGEBREAK] Dissonanze e teatralità si mescolano per dare sfogo ai pensieri umani, tra una risata per metà crudele e per l’altra disperata, grida di sofferenza placate dal sovraccarico posto sul fegato e ritmi scolpiti con durezza nella pietra della vita.
A concludere la fatica lodevole sta l’effigie dell’ipocrisia: “Holding All These Lies”. Una falsa dichiarazione di pentimento per aver tradito qualcuno? Il dispiacersi dell’aver sfruttato gli altri? L’ambiguità del testo è in netto contrasto con i colpi decisi inferti dagli strumenti – batteria in primis – che, nonostante non abbiano buone intenzioni da diffondere, sono sicuramente utilizzati con grande arte.

Questo album possiede le carte per essere apprezzato sia dagli appassionati del gruppo sia da chi ne è stato diffidente per aver notato un cedimento nei lavori precedenti.
Un consiglio: prestare attenzione anche alle tracce contenute nell’edizione speciale dell’LP, tra cui figurano “Blind” e “Oildale” entrambe registrate dal vivo. Due perle da non perdersi.

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