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Nostalgia della città perduta

È nel calendario della Settimana della Critica alla 68. Mostra del Cinema di Venezia “La Terre Outragée” di Michale Boganim, regista di origine israeliana (è nata a Haifa) dalla vasta esperienza come documentarista. Il film si svolge a Pripyat, una bella cittadina ucraina che nella primavera del 1986 subisce le conseguenze dell’esplosione nella centrale nucleare di Chernobyl, situata ad appena pochi chilometri di distanza. Tra i protagonisti, Olga Kurylenko, la modella e attrice ucraina che qualche anno fa era nel cast di “Quantum of Solace”.

Michale, perché hai scelto di girare un film sul disastro di Chernobyl?
In passato ho girato diversi documentari in quella parte del mondo e quando ho visitato le zone intorno a Chernobyl ne sono rimasta affascinata, così ho cominciato a preparare un progetto per un film, anche se inizialmente non sapevo se sarebbe stato un documentario o un’opera di fiction.
Alla fine è nato “La Terre Outragée”: le riprese, realizzate nei veri luoghi vicino alla vecchia centrale di Chernobyl, sono durate in tutto dieci giorni.

Hai raccolto le testimonianze delle persone che vivevano o vivono tuttora a Pripyat? Ti sei ispirata a quache storia in particolare?
Ho ascoltato i racconti di molte persone che erano a Chernobyl nell’86 ma non ho preso ispirazione da uno in particolare perché sentivo l’esigenza di avere un approccio più globale: questa è la storia di una popolazione, è un insieme di storie.

Nelle prime sequenze vediamo i bellissimi paesaggi di queste zone, pieni di vita e di colori accesi e poi improvvisamente ecco la pioggia nera, contaminata dall’esplosione, che arriva a distruggere ogni cosa: è giusto vedere “La Terre Outragée” come un racconto sulla nostalgia per una terra perduta?
Sì, “La Terre Outragée” è la storia della perdita brutale di una terra, portata via alla sua gente da una catastrofe invisibile. Il film è diviso in due parti che ho voluto girare in due stagioni diverse per descrivere con più efficacia l’atmosfera degli ambienti e lo scorrere del tempo: la prima parte si svolge ovviamente in estate, perché l’esplosione di Chernobyl si verificò in quel periodo, mentre la successiva è ambientata in inverno, quando l’ostilità desertica della zona è particolarmente evidente.

Nel tuo precedente film documentario, “Odessa… Odessa!” (2005), la musica aveva un ruolo centrale nel raccontare l’identità della popolazione dispersa della città di Odessa e anche in “La Terre Outragée” il valore comunitario della musica è centrale.
Ho una grande passione per la musica, specialmente da un punto di vista antropologico. Credo che la musica sia parte della cultura di un popolo e che abbia un significato identitario molto forte: ha a che fare con i legami e col senso di appartenenza.
[PAGEBREAK] In “La Terre Outragée” sono presenti sia musiche originali sia brani e canti popolari: ti sei documentata sulla tradizione musicale ucraina?
Sì, come sempre ho fatto molte ricerche per conoscere meglio la musica popolare dei luoghi in cui ho girato. I brani originali invece sono di Leszek Mo?d?er, un jazzista polacco che in passato ha già composto per il cinema e il cui lavoro mi aveva positivamente colpita. Credo che la colonna sonora sia molto importante in un film e insieme a Leszek ho cercato di trovare il giusto tono per “La Terre Outragée”. Per quanto riguarda le scelte strumentali, abbiamo privilegiato la fisarmonica, il piano e il contrabbasso.

Dopo la tua lunga esperienza come documentarista, com’è stato dirigere degli attori in un film di fiction? E come hai scelto gli interpreti?
Anche in “Odessa… Odessa!” in un certo senso avevo diretto i miei protagonisti, però in quel caso si trattava chiaramente di non professionisti.
Per “La Terre Outragée” invece ho composto un cast formato anche da professionisti, ma non ho percepito grosse differenze nel mio ruolo come regista. Ho scelto attori russi e ucraini: in quei posti la memoria della catastrofe di Chernobyl è ancora molto viva e il loro coinvolgimento emotivo ha contribuito alla riuscita del film.

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