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Notturno mosaico

Progetto atipico e forse spericolato, “Aspettando Il Sole”, un film – nelle stesse parole del regista Ago Panini – che contiene in sé tanti piccoli bagliori di rivoluzione. Perché se hai una storia fatta di tante linee che si intrecciano, ma ti vuoi mantenere lontano dall’ironica frenesia di Guy Ritchie, se hai un cupo e sordido hotel come location, ma non vuoi l’introspezione flemmatica di Wenders, se hai in mente tanti volti, tante maschere, ma non vuoi fare un film a episodi, la sfida è di quelle toste. Per vincerla, Ago Panini, esordiente sulla lunga durata, si è affidato a uno stuolo di grandi nomi, dagli ormai internazionali Claudio Santamaria e Raul Bova, alle fascinose Claudia Gerini e Vanessa Incontrada, passando per Giuseppe Cederna, Corrado Fortuna e Gabriel Garko – solo per citarne alcuni.

E il bello è che il regista si è pure divertito a rimescolare le carte, affidando a ognuno di loro un ruolo totalmente fuori curriculum – dal teppista cafone di Santamaria alla pornostar in guepiere viola Incontrada, dal rapinatore disadattato (e con un tremendo accento siculo) Garko al teso e indecifrabile portiere Cederna. Trenta giorni di lavorazione in cui ognuno di loro ha sperimentato, discusso, rielaborato. “Prima di iniziare a lavorare su questo personaggio ho studiato per un mese come si fa a fare la pornostar, praticavo tutti i giorni”, ha scherzato Vanessa Incontrada, “Mi sono fatta guidare da Ago, che è venuto a Napoli dove mi trovavo per lavoro: abbiamo passato molto tempo a preparare il ruolo di Kitty, pensare a come farlo arrivare al pubblico. Non ho un bagaglio tecnico, come attrice, parto dal cuore, lavoro sulle emozioni e mi faccio guidare da quel che vuole il regista”.

Chiave di volta dell’intero lavoro, l’ampio spazio concesso alle prove e alla creatività dei singoli interpreti: “Ci ha dato una bella opportunità di buttarci il testo addosso”, ha sottolineato Gabriel Garko, “Inizialmente ero molto scettico, perché era un’opera prima, senza un budget cospicuo, ma quando mi è arrivato il copione mi sono appassionato alla storia. Ho avuto modo di apportare varie modifiche, per esempio passando dal piemontese al siciliano”. E, ha aggiunto Claudio Santamaria, “Ci sono molti registi come Pupi Avati o Roberto Faenza che non amano le prove e non lasciano la possibilità di cambiare nulla, un approccio comprensibile, però è stato bello sperimentare questo metodo di lavoro, da attore mi piace la possibilità di portare il mio contributo”.
Ha riassunto il tutto Sergio Albelli, che nel film ha il ruolo dell’operatore sul set porno: “Ci sono registi con approccio verticale, che come vertici di una piramide si offrono come unico punto di riferimento, con Ago, invece, si è lavorato più orizzontalmente. È stato attraverso volontà del regista che si è creata una relazione forte tra tutti quelli che condividevano la stessa scena, la stessa stanza. Ago era molto aperto e curioso, entusiasta”.
[PAGEBREAK] L’attore ha poi commentato la sua visione personale della propria (probabilmente la più romantica e introspettiva del film): “Lavorare sul set porno è stato molto interessante, abbiamo cercato di dare uno scossone al luogo comune sul cinema pornografico, visto come ambiente cinico, duro e materialista. In quella stanza, invece, accadde qualcosa di delicato e poetico, assolutamente inatteso. E si crea un bel rapporto tra personaggi altrettanto diversi e sconfitti, gente che nella vita voleva fare altro. Mi ha un po’ ricordato l’ambiente circense: una compagnia di persone diverse, che stanno in un certo senso altrove, con una solidarietà e comunicazione differente dalla nostra”. E Corrado Fortuna, attore hard nel film, ha fatto notare come sostanzialmente si tratti in realtà di un ambiente di persone vere, reali e che allacciano rapporti normali – tanto che su un set del genere può anche sbocciare l’amore – ricordando poi il documentario/backstage “Back Porno” di Luca D’Ascanio, un cortometraggio che in un certo senso offre un punto di vista che corrobora questa tesi.

Ma la vera chicca, tra tutti personaggi cruciali del film, è sicuramente il telepiazzista Michele Magnifico, una specie di coacervo di tutto quanto l’ipertrofia della cultura catodica avrebbe offerto negli anni seguenti gli ’80. “È stato un lavoro in trance”, ha chiarito Massimo De Lorenzo, efficace volto dell’imbonitore, “Giravamo in diretta, con Gabriel che recitava in contemporanea sull’altro set. Ero libero di andare, come un bambino che gioca con il personaggio, e allora ho potuto far riaffiorare i neuroni occupati dallo zapping pluriennale. Un processo inquietante. E molto divertente: non credevo che Ago tenesse tutte le follie in montaggio”. Perché, prima di tutto, “Aspettando Il Sole” è un affresco scuro e tremendamente veritiero della genesi dei nostri tempi, e Michele Magnifico pare esserne un totem vistoso ed extra temporum. “Non è una macchietta, è solo scandalosamente plausibile”, ha spiegato il regista, “Mi chiedevano dove avessimo trovato il materiale di repertorio. Ma non c’era nulla di repertorio, era tutta finzione”. E, con lucidità, Panini ha dato al personaggio il sottinteso ruolo di chiave di lettura retorica: “Lui è la realtà che sta arrivando, è quello che ci aspetta dopo. E non è cambiato quasi niente: è dappertutto, con quella stessa volgarità, con la grettezza, con le grida”.
Perché quelli non sono gli anni ’80, sono un tempo mai finito, e stiamo tutti, ancora, aspettando il sole.

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