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Now & Then

Saltata la data di ieri a Bologna a causa di una spiacevole disputa tra management ed organizzazione, la band di Tony Clarkin e Bob Catley arriva finalmente a Milano, dove si era esibita per l’ultima volta nel millennio precedente, quando gli anni ’80 volgevano al termine e “Wings Of Heaven”, settimo parto dei pomp rockers inglesi, era ancora fresco di stampa.

Vent’anni dopo, le rughe sul viso di Bob Catley si sono moltiplicate fino a renderlo una sorta di Mick Jagger in miniatura, e la folta capigliatura di Tony Clarlkin è oramai uno sbiadito ricordo, tanto quanto la forma fisica di Mark Stanway, imbolsito all’inverosimile. Rimane però la musica, e da quel punto di vista gli anni trascorsi non hanno intaccato la verve di una band dallo stile inconfondibile. La magniloquenza non si è stemperata, l’afflato tipicamente albionico è ancora immutato e il nuovo album si è dimostrato una buona occasione per rinverdire la set-list.
Lo show di stasera, infatti, è meno banale e scontato del previsto. Sarà che a furia di concerti autocelebratori (vedi per esempio il tour dello scorso anno, in cui venne riproposto per intero il glorioso “On A Storyteller’s Night”) ai Magnum sia tornata la voglia di portare al proprio pubblico il lato meno vetusto della propria discografia, fatto sta che la scaletta proposta questa sera pochissimo spazio lascia al passato, per concentrarsi sugli ultimi 3 dischi della band.

In poco meno di un’ora vengono infatti proposte in rapida successione le highlights del periodo “Brand New Morning” e del successivo “Princess Alice”, che ben si adattano al ruolo di damigelle d’onore per i brani del nuovissimo “Into The Valley Of The Moonking”, probabilmente il miglior parto targato Magnum in questo terzo millennio.
Il finale del concerto è poco meno che memorabile. “Les Morts Dansant”, “All England’s Eyes” e, in chiusura di main-set, la devastante “Vigilante” scatenano l’entusiasmo di un pubblico preso per mano dalla teatrale interpretazione di Catley e dalla chitarra di Clarkin, splendidamente sottolineate dai mitici tastieroni di Mark Stanway.

È tempo d’encore, e dal periodo di “Wings Of Heaven” viene rispolverata l’epica “Don’t Wake The Lion” cui segue, per il gran finale, l’immancabile, immarcescibile e splendidamente pomposa “Kingdon Of Madness”, anno di grazia 1978. Certo che dopo una così cospicua assenza dalle scene italiane forse qualche classico in più non avrebbe fatto male, ed infatti non risulta difficile percepire tra il pubblico che sfolla quel minimo di malcontento che trova terreno fertile in affermazioni sommesse del tipo «ma perché “The Spirit” no? E che fine a fatto “Soldiers On The Line”?»
Ce lo chiediamo anche noi, sperando di trovare le risposte al prossimo concerto.

Cry To Yourself
Take Me To The Edge
Brand New Morning
The Moonking
When We Were Younger
No One Know His Name
Dragons Are Real
A Face In The Crowd
We All Run
Les Morts Dansant
All My Bridges
All England’s Eyes
Vigilante
————
Don’t Wake The Lion
Kingdom Of Madness

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