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Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto…

Qualche giorno fa, ho ascoltato uno dei più intelligenti mix fatti da un dee jay. Questo prestigiatore era riuscito a combinare perfettamente due classici della musica americana: “Toxic” di Britney Spears e “Enter Sandman” dei Metallica. Il risultato è stato un brano del tutto diverso dalle due fonti, caratterizzato da un piacevole contrasto tra pop e metal.

Un’esecuzione del genere, avvenuta in segreto, sembrava più lo spaccio di una bottiglia di vino nell’epoca del proibizionismo. Se questo pezzo, infatti, fosse stato eseguito in pubblico, benché si trattasse di un’opera dotata di una propria identità, non riconducibile né a Britney, né ai Metallica, ma solo all’arte del d.j., avrebbe dovuto pagare i diritti d’autore ai rispettivi titolari.

La nostra cultura, quando deve tutelare la proprietà intellettuale, è piena di contraddizioni che affondano le radici in ragioni un po’ storiche, un po’ economiche. Una delle contraddizioni più evidenti riguarda il diritto di “citare” altri autori, così come aveva fatto il disk jockey mixando le due canzoni.

Nessuno si sognerebbe mai di mettere in discussione la possibilità di citare un autore nel corso di un discorso o di uno scritto. Questa facoltà è da tutti considerata come una normale manifestazione della libertà di pensiero e di espressione. Senza di essa, probabilmente, la scrittura sarebbe impossibile.
Immaginate, del resto, come sarebbe difficile scrivere un testo o esprimere un pensiero se fosse necessaria un’autorizzazione per ogni citazione. Sarebbe assurdo se io, nel riportare un aforisma di Oscar Wilde, dovessi cercare i suoi eredi, chiedere loro l’autorizzazione ed eventualmente remunerarli.

L’articolo prosegue sul portale “La Legge per tutti” a questo indirizzo

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