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Nuova elettronica e vecchio hard rock

Primo giugno, primo festival della stagione estiva 2005. La meta della celebrazione di inizio estate è Bologna, la lineup si prospetta clamorosa come il quantitativo di fatica, che però perde importanza di fronte a una buona ventina di ore filate di gran musica. Il grosso delle aspettative è tutto per la notte inoltrata, a parte i Chemical Brothers la cui abilità è universalmente riconosciuta, si attendono meraviglie dal dj set dei 2 Many Djs all’aftershow party, ma andiamo con ordine.

Flipsyde e Vitalic: chiamati per ovviare al pacco degli M83, hanno entrambi grosse difficoltà: i primi perché il loro stile da “Gemelli Diversi in inglese con una chitarra” non c’entra niente con lo spirito elettronico del festival, il secondo perché alle 4 di un torrido pomeriggio pre-estivo nessuno ha voglia di saltare e ballare anche se proponi dell’eccellente electro-techno.
L’esibizione dei Flipsyde (che tra l’altro sono così sconosciuti che per farsi belli dicono di essere i supporter dei Black Eyed Peas, come se ci fosse da vantarsene) si trascina quindi faticosamente per la sua mezz’oretta di hip-hop commercialotto e banale che tanto piace ai ggggiovani ignoranti ultimamente; il momento migliore dello show è quando salutano e se ne vanno.

Vitalic, che stavolta non si è dimenticato il portatile come il mese scorso a Torino, offre momenti davvero di ottimo livello, mostrando di trovarsi perfettamente a suo agio con Ableton Live e di avere un ottimo controllo dei pochi pazzi in grado di fomentarsi alle 4 di pomeriggio sotto il sole: “La Rock”, “Fanfares” e “My Friend Dario” sono perle techno destinate a rimanere negli annali, e probabilmente anche questa esibizione lo sarebbe stata se l’organizzazione avesse strutturato meglio la scaletta e posticipato un po’ il buon francese pelato.

Che chi ha stilato la scaletta non avesse le idee molto chiare, si capisce anche sentendo chi suona subito dopo Vitalic, tali Metric, che da documentazione risultano essere qualcosa tipo “icone della scena pop canadese”; alla luce dei fatti, questo si traduce nell’anonimato più totale, grazie anche a un fonico pazzo che impedisce a chiunque sia a più di un metro dal palco di sentire la banalità di queste chitarrine accompagnate da cantati privi di utilità . Forse il migliore del gruppo è proprio il fonico, allora? Ad ogni modo, durante l’esibizione dei Metric approfitto per fare un giro per l’arena, soffermandomi in quello che doveva essere il tendone “chillout”, sotto il quale però girava dell’eccellente house electreggiante, ottima scelta visto che il pubblico che ci si aspetta in un festival elettronico si rilassa solo con una buona dose di cassa.

Tra i dischi riconosciuti, perle come il re-edit nuovo di Windowlicker di Aphex Twin, un paio di dischi dei Tiefschwarz, che fanno sempre la loro porca figura, e qualche uscita della Minus, l’etichetta del grandissimo Richie “Plastikman” Hawtin che ultimamente fa sfracelli. Morale: tendone chillout promosso a pieni voti.
Finito lo show dei Metric, sul palco viene calato un enorme tendone a strisce bianche e nere che riecheggia la copertina di “Any Minute Now”, arriva un enorme quantitativo di strumenti elettronici vintage (tra cui uno splendido MiniMoog in legno) e con loro i Soulwax.

I fratelli Dewaele e compagnia partono un po’ rockeggiando con la title track dell’album, sanno che il pubblico li vuole elettronici, li vuole 2 Many Djs e loro spiazzano tutti mostrando di saper schitarrare veramente bene; ma quando tutti si convincono che il loro show sarà interamente strumentale e rock’n’rollish, sull’assolo di “E-talking”, ecco sbucare da un cassetto sotto il MiniMoog i campionatori e sopra la batteria e le chitarre arrivano i lead di “Rocker” degli Alter Ego e “Gets Noch” di Roman Flugel, inflazionatissime hit della stagione invernale. Il pubblico ride e si fomenta nonostante il sole: un’altra esibizione che sarebbe stata memorabile se fosse stata a un orario migliore.
[PAGEBREAK] Ma non è ancora finita e prima di abbandonare, i Soulwax offrono un altro gran momento di ilarità suonando sopra il loro primo singolo, “NY Excuse”, la melodia di “Funkytown”, come nel bootleg che ultimamente gira nelle valige dei dj di mezzo mondo. I due belgi e i loro compari sanno veramente il fatto loro, fanno ridere e saltare come pochi: già il cappello e applausi a scena aperta. Finito l’eclectic show dei Soulwax, è tempo di rilassarsi: il delirio rockelettronico lascia il posto alle atmosfere ipnotiche, ripetitive e ai richiami trip hop di Meg.

Vuoi per la stanchezza che inizia a farsi sentire, vuoi per il caldo, vuoi per l’ipnosi della cassa ripetitiva accompagnata dalla voce dolce dell’ex-99 Posse, crolliamo addormentati una decina di minuti, ma per fortuna ci svegliamo in tempo per sentire in lontananza una splendida versione di “Quello Che…” davvero non male, soprattutto perché capita a fagiolo nel momento in cui è ora di riprendere un po’ fiato prima del berserk serale: si è lasciata sentire più che ascoltare, promossa.

Dopo Meg è la volta dei Tiromancino, anch’essi famosi per non essere particolarmente energizzanti, e anch’essi benvenuti dopo un pomeriggio faticoso: le loro sonorità tranquillamente malinconiche sono state davvero molto gradite, soprattutto quando hanno regalato al pubblico una stupenda versione acustica di “La Descrizione Di Un Attimo”. Lacrime agli occhi.
Durante l’esibizione dei Tiromancino pausa cena, piadina con la porchetta, ed è già il tramonto quando sale sul palco il newyorchese pelato aka Little Idiot aka Voodoo Child aka Moby.

Sarà stato che dopo aver sentito “18″ e “Hotel” ci si aspettava qualcosa di veramente fiacco, ma la realtà ha smentito ancora una volta le supposizioni.
Evidentemente conscio del fatto che il tema portante del festival era la musica elettronica e di esser stato, in tempi passati, un artista techno con 4 palle, non ha suonato quasi niente degli ultimi due album ma anzi ha rivangato molte sue perle passate, “Go” su tutte, e il fomento ha raggiunto livelli veramente stellari.

Grandissima abilità da parte sua quindi non solo nello scegliere la scaletta, in bilico tra la carica e le splendide melodie di Play (ha suonato praticamente tutti i singoli, da “Honey” a “Bodyrock” a “Natural Blues” e “Porcelain”), ma anche nel suonare praticamente ogni strumento presente sul palco: chitarre, percussioni, tastiere, voce e chi più ne ha più ne metta. Come per i Soulwax, anche per lui eclettismo a pioggia.
Nota di merito aggiuntiva perché, sentendo “Why Does My Heart Feel So Bad?” al tramonto, è scesa una lacrimuccia di commozione: veramente molto ma molto bravo, sorprendente.

Per dovere di cronaca ci tocca commentare anche il dj set di Abe Duque piazzato in mezzo tra Moby e i Chemical Brothers, anche se preferiremmo farne a meno, come lui visibilmente avrebbe preferito fare a meno di suonare: scazzatissimo, dà chiaramente l’impressione di suonare per fare un favore al pubblico come se non ne avesse nessuna voglia, e infatti non ha nessuna voglia di mettere a tempo i dischi, che scavallano vigorosamente.
Fossero almeno stati dei bei dischi, avremmo potuto concedergli il beneficio del dubbio, invece ha tediato la platea con le sue acidate banalissime e piatte, cassa dritta e un paio di grattate di 303 senza alcun mordente; in definitiva, era persino più interessante guardare i tecnici che montavano il palco per i Chemical Brothers.

Per fortuna i tecnici suddetti fanno in fretta e Abe Duque fa la sua mossa migliore: spegne i piatti e se ne va, lasciando il palco agli ex-Dust Brothers, ai quali bastano veramente un paio di secondi per catalizzare tutte l’attenzione e l’energia rimaste nell’Arena Parco Nord: basta l’attacco di “Hey Boy Hey Girl” per spazzare via la fatica di una giornata sotto il sole a saltare. Purtroppo però la location sterrata risponde male a così tanto fomento e tempo un minuto tutti gli astanti hanno i polmoni pieni di polvere, ma davanti a tanta meraviglia audiovisiva chi se ne frega?

Fortunatamente per i polmoni e per le forze, dopo il berserk di “Hey Boy Hey Girl” i bpm scendono drasticamente, ma la qualità rimane comunque a livelli stellari: per le casse e il megaschermo passano tutte le perle che hanno reso famosi i due fratelli, da “Get Yourself High” a un accenno di “Morning Lemon”, dal groove devastante di “Under The Influence” a “Block Rockin’ Beats”, da “Galvanize” a “Chemical Beats” ce n’è per tutti i gusti, per accontentare sia il fan dell’ultim’ora che conosce solo Push The Button che l’acculturato che ricorda i capolavori passati.
[PAGEBREAK] E la meraviglia non è solo per le orecchie: accoppiate a ogni traccia scorrono sul megaschermo immagini che richiamano la copertina del singolo o il tema della canzone, così mentre tutta l’arena grida “I Need You To Believe In Something” il megaschermo mostra piante di chiese e colombe svolazzanti animate perfettamente a tempo col battito della cassa. Ma il momento più alto dello show deve ancora arrivare.
È solo quando arriva il beat spezzato di “Star Guitar”, infatti, che il pubblico grida tutta la propria gioia e sembra che il cielo stia per crollare: sorrisone che si stampa in faccia, lacrime di commozione e corpo che salta da solo, trance. Ma la commozione non è finita, perché, dopo quella che è probabilmente la traccia più bella di Ed e Tom, è ancora tempo di melodie dolci e trascinanti al tempo stesso, è tempo di “Surface To Air” e le lacrime si sprecano. Ma ovviamente i Chemical Brothers non sono solo melodie frufru, anzi: c’è anche tanta tanta energia, e l’”Electronic Battle Weapon 7″ coi suoi suoni acidi e le sue ripartenze devastanti sembra quasi una lezione di acidate al povero Abe Duque; strepitoso tra l’altro anche il pagliaccio sul megaschermo che dice “You are all my children now”: angoscia.

I due fratellini chimici regalano ogni volta attimi di vero delirio: sono tra i migliori al mondo, niente da dire.
A questo punto lo show parrebbe finito, invece la vera chicca della serata deve ancora arrivare. Faticosamente il pubblico si trascina infatti al Link per l’aftershow party e dopo un’oretta di tortura gentilmente offerta dall’onnipresente Abe Duque (l’erba cattiva non muore mai), finalmente appaiono i 2 Many Djs, ovvero i fratelli Dewaele, ovvero voce e chitarra dei Soulwax, ovvero due dei migliori dj che abbia mai visto all’opera.
In poco più di due ore hanno offerto praticamente l’antologia della “musica da ballo” degli ultimi 10 anni, alternandosi a ravanare i 4 piatti a loro disposizione come una persona sola e offrendo accostamenti veramente assurdi, come “Pleasure From The Bass” di Tiga affiancata alla storica “Pump Up The Jam” dei Technotronic o come la strepitosa tripletta Daft Punk – “Crescendolls” (in uno straordinario re-edit mai stampato), Les Rhytmes Digitales – “Jacques Your Body” (quella della pubblicità della Citroen con la macchina che si trasforma e balla) e Clash – “Rock the Casbah”: l’apoteosi del mashup, dell’ossimoro musicale dato dall’accostamento perfetto di generi opposti.

Ma i 2 Many Djs non sono solo mashup, sono anche tanta carica regalata al dancefloor, che passa dagli evergreen come “La Rock” di Vitalic, “Flat Beat”, “Plastic Dreams” di Jaydee e “Song 2″ dei Blur a perle nuove come la Nite version della loro “E-talking”, l’”Electronic Battle Weapon 7″ dei Chemical Brothers o il Tiga Na Na Na Rmx di Thomas Anderson – “Washing Up”, oppure il nuovo grattone di John Starlight, “John’s Addiction”… dischi lasciati sul piatto massimo 2-3 minuti, passaggi precisissimi e largo uso anche degli effetti del mixer, tecnicamente davvero eccelsi e come selezione spaventosi.

Dopo quella che è stata senza dubbio la miglior esibizione della serata, tocca al nostro dj Lele Sacchi.
Da più parti si è sentito dire che quando suona “fuori casa” delude un po’, quindi la curiosità di vederlo all’opera era davvero febbrile: effettivamente non ha suonato proprio sullo stesso stile a cui ha abituato il suo pubblico di fedelissimi, ma non si può dire se è stato per via della location diversa dal solito o per l’orario un po’ inusuale (dalle 5 alle 7), fatto sta che ha cmq offerto lampi d’alta classe.
Gli ultimi venerdì prima della chiusura dei Magazzini erano orientati verso sonorità sempre più minimali e rarefatte, stavolta invece, forse per cercare di tenere tutti svegli nonostante la giornata-nottata faticosa, si sono sentiti un po’ più di grattoni electro-tedeschi, tipo lo “Speicher 24″ di Misc; anche tecnicamente lo stile di Lele è stato diverso dal solito, con molti meno effetti e molta più attenzione a tenere i passaggi per più tempo possibile: esemplare il passaggio da Superpitcher – “Happiness (Michael Mayer Rmx)” a Trentemoller – “Polar Shift” lungo quasi tutta la durata dei due dischi e davvero di grandissimo effetto.

Ma il vero motivo per cui il set di Lele merita di essere ricordato, al di là della sua ottima qualità intrinseca, è alle 5.40 di mattina, quando ormai fuori è giorno, tutte le finestre si spalancano lasciando entrare i primi raggi di sole e Lele appoggia sul piatto il remix di James Holden di “The Sky Was Pink” di Nathan Fake: quasi 24 ore di musica ininterrotta, il peso di una fatica indicibile sulle spalle, ma la poesia di questo momento alza a 2 metri da terra tutti i presenti: meraviglioso.
Sono passati 2 giorni dalla fine di questa 30 ore per il Flippaut ormai, la stanchezza è quasi del tutto un ricordo, ma ho ancora negli occhi gli highlight migliori di quello che è stato veramente un inizio col botto della stagione estiva. Voto 10.

Mattia Tommasone
[PAGEBREAK] La seconda giornata del Flippaut Festival 2005 apre all’insegna del rock-pop tutto made in Italy. Primi a fare il loro ingresso sul palco sono i Rumorerosa, capeggiati da Margot alla voce, cui fanno seguito Claude al basso, K alla chitarra e Pixie alla batteria. I quattro ragazzi toscani sembrano trovarsi decisamente bene sullo stage e danno prova di tutti i loro sforzi per entrare di prepotenza nello showbiz musicale. Al pubblico accorso all’evento (ancora piuttosto esiguo) propongono un rock-underground dalle sonorità decisamente british, forse ancora non del tutto maturo per una band che è in giro oramai da più di sei anni. Buona la performance della vocalist, chitarre graffianti e suoni abbastanza incisivi, anche se quel che si sente sembra mancare un po’ di novità . Benchè le qualità di base ci sono tutte, il panorama musicale rock italiano sembra dormire un po’ sugli allori, non sarà forse il caso di dare una scossa a questo leone assonnato?!

Cambiamo decisamente atmosfera con l’arrivo dei Gizmachi. Con il loro album d’esordio “The Imbuting”, prodotto da Clown degli Slipknot, questo gruppo newyorkese racchiude nella propria musica un background di conoscenze di altissimo livello: dai papà Slipknot ai Meshuggah ai Sepoltura. Facile, infatti, riscoprire nelle sonorità dei Gizmachi rimandi ad esponenti di questo calibro, senza scadere, per fortuna, nella scopiazzatura più plateale. Decisamente concordi con la definizione che loro hanno dato di sé medesimi, “brutali e visionari”, abbandoniamo questa band con le orecchie tese verso il loro prossimo lavoro.

Da una sponda all’altra dell’oceano: ora è la volta dei Ga*Ga*S. Se la critica inglese ha riservato loro un posticino sul podio delle nuove proposte, nella nostra bella nazione si meriterebbero solamente una medaglia di legno. Con l’album d’esordio Tonight the Midway Shine, i Ga*Ga*s cercano un loro spazio all’interno del panorama modern-rock inglese, forse non riuscendo ancora a risaltare tra la folla di aspiranti occupanti. Il lavoro di questa giovane band è intessuto di qualche buona idea che purtroppo non sempre riesce a trovare la compiutezza desiderata. Se il paragone è quello dei Velvet Revolver, ci dispiace, ma non andiamo molto lontano, se l’obiettivo è quello di migliorare seguendo questo sentiero, allora ci siamo.

Con un cambio di palco degno di un Gran Premio di Formula Uno rimettiamo i piedi al di qua dei confini: la scena è ora occupata dagli italianissimi Marla Singer. Tra hard rock e crossover con un pizzico di elettronica, i cinque ragazzi senesi si muovono sullo stage con un po’ troppa indecisione per smuovere l’esigente, nonché bisognoso di energia, pubblico del Flippaut. Tutto sommato una mezz’oretta piacevole anche per chi, di Marla Singer, conosce solo il personaggio di Fight Club.

Adesso inizia il divertimento vero e proprio. E lo si capisce dall’afflusso di pubblico sotto il palco e per l’apparizione di un barlume di scenografia sullo sfondo. La band di Wednesday 13, voce dei graziosi Murderdolls, già visti l’anno scorso all’Heineken Jammin Festival, sale sul palco accompagnata da una carica di adrenalina da far impallidire i gruppi che l’hanno preceduta.[PAGEBREAK] Volti bianchi imbrattati di sangue, total look di pelle nera, due pale per scavare come logo della band…cosa volere di più? Per chi, reduce dal Flippaut 2004, si aspettava un tripudio di borchie, cinture e bracciali appuntiti, sembra di fare un salto ai bei vecchi tempi. Una performance che diverte, sia dal punto di vista scenico che musicale. Wednesday 13 propone nuovi pezzi tratti dal suo primo album solista “Transylvania 90210 Song Of Death, Dying and the Dead” tra cui spicca il singolo “I Walked with a Zombie e I Want You…Dead” e qualche “classico” delle sue numerose collaborazione: una su tutte “R.A.M.B.O” da “6 Year, 6 Feet Under”, “The Influence” dei Frankestein Drag Queens (di cui è il vocalist). Un horror-metal-punk di tutto rispetto, che non si prende troppo sul serio e che, forse proprio per questo, strega tutti i presenti.

Passiamo al metal/thrash-core con l’ingresso sul palco degli Shadows Fall alla loro prima esibizione in Italia. Sarà stata la compagnia degli Slipknot, con i quali hanno condiviso molte date del tour americano, ma tutta la band non ha smesso per un secondo di dimenarsi in un furioso headbanging con Brian Fair (d’altra parte con i suoi 130cm di dread) a fare la parte del leone. The War Within viene così presentato in Italia in grande stile, seppure con un set molto ridotto. Dal vivo le contaminazioni prog metal passano in secondo piano lasciando spazio a sonorità più thrash e hardcore che meglio si adattano al loro stile live. Speriamo davvero di poterli rivedere al più presto come headliner e con un set più completo e articolato.
E ci stiamo dirigendo verso la parte davvero “calda” della giornata.
[PAGEBREAK] La serata infatti viene inaugurata dagli Slipknot, e quanto fossero attesi è reso evidente dal gran polverone che improvvisamente si alza al centro dell’arena non appena i nostri fanno la loro comparsa sul palco. La line-up è schierata la gran completo, e le maschere pure. Corey Taylor e compagni sono davvero “spaventosi” nelle loro tute nere e maschere “personalizzate”, il palco è allestito secondo la migliore scenografia industrial metal e il colpo d’occhio è davvero impressionante. Spiccano i brani tratti dall’ultimo album “Vol. 3 The Subliminal Verses” e il singolo “Before I Forget”. Bisogna ammettere che uno dei punti forti di questa band è la comunicazione con il pubblico, con Corey Taylor a incitare la folla e a raccontare quanto la famiglia sia importante per la formazione dell’Iowa, oltre naturalmente ai propri affezionati fan (i famigerati maggots). Ad un occhio non famigliare sembrerebbe assurdo che un gruppo dall’attitudine sonora così violenta e l’aspetto letteralmente orrorifico possa esprimere concetti del genere, eppure poco più tardi apparirà la sorpresa davanti ai nostri stessi occhi: dopo il concerto, intrufolatici nel backstage, vedremo 6 ragazzoni americani ben puliti e sorridenti che giocano a calcio passandosi l’un altro una piccola pallina di gomma rossa, niente che possa neanche lontanamente far pensare a quanto visto poco prima sul palco (finalmente svelati i veri volti!!!!). Al termine dell’esibizione poi qualcuno getta sul palco uno striscione con su scritto “Corey for President”, subito esibito con orgoglio dal cantante.

Ancora una pausa (e un cambio di pubblico) ed è la volta dei Prodigy. Scenografia e teatralità completamente diverse per il gruppo inglese rispetto a quanto visto poco prima, e prende piede un’atmosfera da vera rave scene. L’energia ha decisamente cambiato registro, ma la risposta dei fan anche in questo caso non si fa attendere appena compaiono in scena Liam Howlett e soci. Ormai è sera e il buio è la cornice ideale per uno show permeato da sonorità acide ed elettroniche in perfetta tradizione Prodigy. I brani più recenti (tratti dall’ultimo Cd “Always Outnumbered, Never Outgunned”, realizzato praticamente in solo da Howlett ma con la collaborazione succosa di artisti del calibro di Juliette Lewis e Liam Gallagher) vengono intervallati dai grandi classici tratti del fortunatissimo “The Fat Of the Land”, con l’energia alle stelle sulle note di “Breathe”, “Smack My Bitch Up” e “Firestarter”, che apre il concerto. Liam Howlett governa le sonorità da dietro la sua console e a farla da padrone è sicuramente Keith Flint, con capelli platinati e sguardo di fuoco, ad incitare la folla che poga al limite dell’umana sopportazione. Naturalmente lo scettro di tanto in tanto passa al carisma di Maxim, che prende la scena e sottolinea maggiormente la matrice drum’n’bass. Qualcuno, avanzando insistenti voci di crisi interna al gruppo, afferma che i Prodigy fanno questo mestiere soltanto per i soldi: certo la loro strafottenza è palpabile, ma sicuramente è un mestiere che svolgono da protagonisti.

E infine è l’ora del rock semileggendario, e in scena compaiono gli Audioslav. È ovvio che un supergruppo del genere attiri anche gli storici fan dei Soundgarden e dei Rage Against The Machine (e la testimonianza viene data dal gran numero di magliette che si sono viste sfilare durante la giornata). Di certo la vena sonora degli Audioslave è in tema con la seconda giornata del festival che, rispetto all’electro-dance della prima, ha optato per una personalità decisamente heavy. A livello di immagine tuttavia capiamo subito che ci troviamo davanti ormai a delle superstar. Chris Cornell ha un timbro vocale e un’estensione da vero shouter e non sfigurerebbe in nessuna band hard rock (dopotutto ricordiamo le sue origini) e sul palco si presenta palestrato al punto giusto, con l’aria di chi è già una star ma ha comunque voglia di essere dov’è.
[PAGEBREAK] Tom Morello, Tim Commerford e Brad Wilk vengono accolti da un benvenuto che definire entusiasta è dir poco, dimostrando per tutto il concerto quanto sia potente dal vivo la macchina targata Rage Against The Machine. È soprattutto Morello a non lesinare in assoli che vanno dalla tradizione heavy a quella hendrixiana, ma certo anche la sezione ritmica di Commerfod e Wilk si dimostra robustissima. Tante sono le citazione dal primo album (l’omonimo Audioslave) e dal secondo di recentissima uscita (Out Of Exile, dal quale hanno proposto fra le altre “Be Yourself” e “Man Or Animal”); ma, a differenza della prima esibizione avvenuta proprio sul palco del Flippaut due anni fa, quello che colpisce è quanto gli Audioslave abbiamo fatto pace con i “propri passati”, non abbiano più timore del confronto e abbiano anzi deliberatamente deciso di rifarli propri. Ecco allora che spuntano perle targate Soundgarden (“Spoonman ” e “Outshined”) e Rage Against The Machine (“Bulls On Parade” e “Sleep Now In The Fire”). Ma il meglio del pathos è sicuramente offerto dal bis, quando Cornell intona “Blackhole Sun” dei suoi Soundgarden alla chitarra acustica, presta successivamente la voce (sfidando quindi il ricordo di Zack De La Rocha) a “Killing In The Name” dei RATM e infine, finalmente, “Cochise”, ovvero il potentissimo pezzo di debutto firmato Audioslave del 2002.

Come per la prima giornata, chi ancora ha energia può approfittare dello spazio-novità Silent Disco, ovvero zona disco dove si entra muniti di cuffie dalle quali è possibile scegliere fra le proposte di 2 dj. La Silent Disco è solo una delle novità che ha proposto quest’anno il Flippaut, le altre prevedevano lo Skate Park, la Postazione Videogiochi e la Chill Out Zone. Detta così suonerebbe come una cosa fantasmagorica e strafiga, ma, a nostro modesto parere, è parso soprattutto un modo per allinearsi al layout ormai classico dei più rinomati festival estivi (vedi in Italia l’Heineken Jamming Festival e molti esempi fra quelli stranieri più blasonati). E, naturalmente, concedere ampio spazio agli sponsor.

Comunque sia, l’avventura Flippaut 2005 si è conclusa pare con un notevole aumento delle presenze. Attendiamo quindi ulteriori sviluppi per il 2006, e soprattutto ci chiediamo verso quale line-up si deciderà di dirigersi.

Silvia Colombo e Cristiana Paolini

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