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Nymphomaniac Volume I, il porno e il desiderio secondo Lars Von Trier

Ancor prima di uscire in sala, “Nymphomaniac” ha già costruito una mitologia su di sé, sapientemente sfruttata dalla strategia di lancio del film, i cui fili sono retti dal deus ex machina Lars Von Trier. Tutti a urlare: pornografico!

Il film esiste in due versioni diverse: una di 5 ore e mezza, uncut e di contenuti più espliciti, e l’altra di 4 ore, censurata, vale a dire con un’ora in meno di esercizi di organi virtuosi, per i quali sono stati chiamati dei veri professionisti, esperti pornoattori. Al momento” Nymphomaniac” viene distribuito in due parti: Volume 1 e 2, della durata di due ore circa ciascuno, e se il Volume 1 è da oggi in sala (qui la nostra recensione), il Volume 2 arriverà il 24 aprile. Ad esergo una frase spiazzante: “Questa è la versione censurata, il regista l’ha autorizzata ma non ha partecipato alla realizzazione“.

La storia è piuttosto semplice: le esperienze sessuali di Joe, una ninfomane, dalla precocissima scoperta della propria sessualità all’età adulta. A raccontarle, la protagonista stessa, interpretata da una delle attrici più amate dal regista danese, Charlotte Gainsbourg, qui alla prova in un dialogo platonico con un uomo maturo che la trova riversa e insanguinata in un vicolo. Un personaggio in sé poco interessante, inetto, incapace di applicarsi a qualsiasi cosa perché divorato dalla propria dipendenza dal sesso, che non riesce a scuoterla dalla depressione e dalla solitudine, nella quale ristagna stolida e indifferente tra un appuntamento e l’altro, programmati con una rigida ed efficiente puntualità.

Eloquente è l’espressione vuota, da imbelle, della giovane e bellissima Stacy Martin, la vera protagonista del Volume 1 (Joe da ragazza). Drogata dei propri orgasmi, non sa cosa significa “l’essere insieme”, soprattutto nel sesso, che diventa così un rapporto solipsistico. Ma anche quando si innamora, passata l’euforia iniziale, non riesce a “sentire” niente, e la libido va a farsi benedire.

“Nymphomaniac” non è un film sulla natura del desiderio, e non è neanche un porno.

Argomentiamo la prima tesi. Non è un film sulla natura del desiderio perché, se le vie del desiderio sono sostanzialmente infinite e imprevedibili, non c’è nulla di più prevedibile del desiderio di una ninfomane. Se è vero che il desiderio ha una componente prettamente fisica, sensoriale e animalesca, è altrettanto vero che c’è un fattore volatile e indeterminato, ma altrettanto forte, soprattutto a livello emotivo, che lo fa scattare. Joe non riesce a provare né l’uno né l’altro perché nel momento in cui programma “a priori” di scopare si disconnette dal suo stesso desiderio, che è un po’ come rinunciare a vivere.

Poi, certo, con ciascun amante riesce a creare un certo grado di complicità, che rende ognuno unico e diverso. È così che il film diviene una sorta di manuale illustrato dei topoi che popolano l’immaginario (maschile) sul sesso: la “pesca” del maschio sul treno (ecco forse questa è una fantasia più femminile che maschile), la collegiale che la sa lunga, la collegiale che perde la verginità col vicino di casa rude, la segretaria sexy (qui Von Trier introduce una variatio: tra il capo e la segretaria non è scappatella ma amore), la sfasciafamiglie e l’amante insistente, il tipo bruttino ma sottomesso al piacere della donna e perciò rassicurante.

Scorrendo le immagini di questo manuale illustrato (e romanzato) sul sesso, ricco di riferimenti colti, da Bach a Fibonacci, il rischio parodistico è forte. Tuttavia, Von Trier riesce sempre a mantenersi in equilibrio tra il ridicolo e il sublime, il colto e il naive. Il vero limite è che né le sequenze erotiche, né il dialogo in chiave di seduta psicanalitica, che fa da filo conduttore, assurgono mai a “saggio” sui meandri più nascosti della sessualità, che pure è intento dichiarato.

Come dire, è un film a tesi, ma le argomentazioni sono un po’ superficiali; ciò è dovuto al fatto che il soggetto analizzato è una ninfomane, e questo facilita la questione perché la sessualità è declinata in dipendenza e non ci si deve prendere la briga di analizzare i rapporti umani (che non significa sentimentalismo e amore, anzi, i rapporti disfunzionali, sadici, masochisti…c’è un’ampia gamma di casi disperati a cui attingere! Però il rapporto, anche alienato, c’è.). Paradossalmente, in uno dei suoi film più psicanalitici, manca l’introspezione psicologica, abbozzata da un classico senso di riprovazione per se stessi della protagonista, che più volte ripete di essere un essere umano orribile. Con una eccezione: la scena con Uma Thurman, il cui monologo, o meglio dialogo a uno, perché coloro a cui si rivolge rimangono frastornati, e più che frastornati assenti.

Postilla sociologica finale: perché non è un porno? Soprattutto: perché la campagna di marketing è stata incentrata tutta sul concetto “film-provocazione-porno sì, ma porno d’autore, v’attizza eh??“. Ad essere porno non è il film, forse la questione va spostata su un certo tipo di mentalità maschilista che si eccita al pensiero di un film su una ninfomane, figura basata sull’equazione donna=troia.

Siamo esattamente all’opposto dell’autodeterminazione della donna, libera di vivere la propria sessualità attraverso la divertente giostra del sesso occasionale. Quando un film si definisce porno? Se fa vedere una penetrazione al solo fine di eccitare? Ammesso che sia così, “Nymphomaniac” non è un porno, perché c’è una motivazione alle scene di sesso, e cioè tutto quello che frulla nella testa di Joe, dalla depressione al disprezzo verso se stessa al sacrosanto impulso di scopare.

Dunque le scene di sesso non sono scandalose o provocatorie in sé, non hanno il semplice scopo di attizzare, come i porno – ammesso che il porno sia scandaloso, forse lo era in epoca vittoriana, adesso associare la pornografia allo scandalo fa un po’ sorridere, suvvia! — per questo i tanti macho che attendono il film come “vediamo che fa ‘sta zozza” rimarranno delusi, e comunque non sarebbero in grado di capire. Tutto ciò porta a pensare che stavolta Lars Von Trier abbia privilegiato la provocazione — grande operazione di marketing, ma non troppo interessante ai fini di un film che vuole proporsi come chiave di lettura, trasfigurata in esplorazione della sessualità, per un’autoanalisi del regista, dei suoi tabù e della sua relazione con gli archetipi culturali.

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