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Nymphomaniac Volume II, l’anti-morale di Lars Von Trier

Il secondo volume di “Nymphomaniac” (qui la nostra recensione) svela intenzioni autoriali ed entra nel vivo del conflitto drammaturgico: della protagonista con l’esterno e con se stessa, e dell’autore Lars Von Trier con i suoi detrattori, ai quali è idealmente indirizzato il film.

Se nel primo capitolo — qui il nostro approfondimento — Joe (Stacy Martin e Charlotte Gainsbourg) esperiva la sua sessualità come energia (auto)fagotatrice e manifestazione di uno stato depressivo, qui ci tiene a precisare di essere una ninfomane, non una sex-addicted. La sua non è una dipendenza dal sesso, ma un modo per affermare i propri diritti di donna, e il disprezzo verso se stessa, l’autoderisione, i sensi di colpa, sono dovuti all’azione repressiva di un sistema sociale borghese, e quindi retrivo e ipocrita. Joe, ci dice Von Trier, “porta una croce”, perché si è ribellata ad un’organizzazione che vuole la donna madre e “preda” del maschio; se il protagonista del film fosse stato un uomo, staremmo qui a parlarne?

Questo è il nocciolo tematico del Volume II, che Von Trier ci illustra in un breve recap finale per bocca di Seligman (Stellan Skarsgård). Prendendo a modello il dialogo filosofico, così come accade nel film, potremmo obiettare che il limite di questa visione è che per l’autore esiste solo una morale esterna a noi, sociale, e quindi borghese e via con lo snocciolare il “Vocabolario degli aggettivi attribuiti alla borghesia” dalla seconda rivoluzione industriale in poi. Ora, in una società del genere la ninfomania è considerata oscena e come tale emarginata ed esposta al pubblico ludibrio, esattamente, ci dice “Nymphomaniac”, come la pedofilia. Dunque, le ninfomani e i pedofili “portano la stessa croce”, parole di Von Trier per bocca di Charlotte Gainsbourg, perché costretti a reprimere la propria sessualità da una società ipocrita. Capito?

Ma siamo sicuri che esista solo una morale al di fuori delle persone e come tale imposta e perciò inevitabilmente ipocrita, perché non sentita, coprendo sotto il suo ombrello a larga falda chi si adegua, per convenienza, per ottusità? Senza voler scomodare Kant e la sua celebre massima “il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”, siamo sicuri che non esista anche una morale all’interno di ciascuno di noi, che pertiene al sentire di una persona?

Addossando tutta la responsabilità ad un fattore esterno, quale la società borghese, Lars Von Trier dimostra che la sua opera è provocazione sterile, anche un po’ infantile, perché afferma il principio della ribellione ad un divieto non perché vi si oppone una critica ragionata e personale (passi la ninfomania, che è innocua, ma la pedofilia? Non bisogna essere Freud, tanto citato in questo film, per capire che distrugge la vita di una persona) ma solo perché quel divieto è imposto dall’autorità (il che non è del tutto vero). Sorge il sospetto che Von Trier ci voglia fare la morale con una sbandierata “anti-morale“, la quale a sua volta diventa banale come qualsiasi opera d’arte che vuole farci la morale.

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