Home > Recensioni > Oasis: Dig Out Your Soul
  • Oasis: Dig Out Your Soul

    Oasis

    Loudvision:
    Lettori:

La stagione dei ritorni

Amatissimi dai fan, corteggiati a spizzichi e mozzichi dalla stampa, spesso odiati dall’opinione pubblica extra-britannica, gli Oasis tornano sulle scene, preceduti di qualche mese dai connazionali The Verve, con la tipica e istintiva strafottenza mancuniana che da sempre li caratterizza.
Impermeabili alle critiche piovute loro addosso per il best of “Stop The Clocks” con il quale si congedavano due anni or sono dalla Emi, i fratelli Gallagher affondano con “Dig Out Your Soul” (settimo studio-album) il colpo decisivo alla nuova direzione musicale intrapresa con il precedente full-length “Don’t Believe The Truth”, capace di raccogliere consensi quasi unanimemente positivi.

Nel processo di produzione è cambiato poco rispetto al 2005. I quattro di Manchester corrono nuovamente da soli, con l’ormai fido Dave Sardy in cabina di regia presso gli storici Abbey Road Studios londinesi. E se è vero che squadra che vince non si cambia, ancora una volta la scelta si rivela appropriata. Perché “Dig Out Your Soul” va sicuramente annoverato tra i lavori più maturi della band, nonostante un alto tributo ai padri putativi (evidente sin dalla copertina), dai Beatles ai Kinks, dal John Lennon solista agli Who, sino ai Sex Pistols e a collaborazioni come quelle coi Chemical Brothers che, pur fuori dal contesto puramente elettronico, lasciano strascichi riscontrabili in molte pieghe di questa nuova fatica discografica.
[PAGEBREAK] Con un occhio al beat e all’hard-blues degli anni ’60, le nuove composizioni suonano robuste e compatte, frutto evidente e ragionato di un lavoro di post-produzione certosina (“The Turning”, “Falling Down”). Frequenti segmenti strumentali e digressioni di impronta psichedelica arricchiscono un songwriting ispirato, spesso ipnotico, che si impreziosisce dell’impronta percussiva del figlio d’arte Zak Starkey e di arrangiamenti raffinati. E quando i toni si placano, c’è spazio anche per ballate morbide dai contorni oscuri come “I’m Outta Time” o estranianti quali “Soldier On”.

Nell’economia complessiva è poi evidente il plus derivato dalla partecipazione di tutti i membri del gruppo al processo di scrittura, pratica già avviata col disco precedente, ma che oggi assume una nuova e imprescindibile rilevanza ai fini del risultato.
Impossibile e ingiusto, quindi, il confronto con best seller passati del calibro di “Definetely Maybe” o “(What’s The Story) Morning Glory?”. “Dig Out Your Soul” riporta gli Oasis ai vertici che, per importanza storica nella seconda ondata Brit-Pop, competono loro, lasciando definitivamente nel dimenticatoio capitoli poco edificanti quali “Be Here Now” o “Heathen Chemistry”.

Scroll To Top