Home > Recensioni > Ocean’s 8

A undici anni dall’uscita di  Ocean’s Thirteen”, ultimo capitolo della trilogia di Steven Soderbergh ispirata al classico del 1960 “Colpo grosso”, il franchise torna nelle sale con “Ocean’s 8”, diretto da Gary Ross e co-scritto insieme a Olivia Milch. Le rapine sembrano essere un affare di famiglia e questa volta sarà Debbie Ocean (Sandra Bullock), sorella di Danny, a tentare di organizzare il colpo della vita. 

Debbie ha passato in prigione gli ultimi cinque anni, otto mesi e dodici giorni. Il tempo necessario, a quanto pare, per organizzare il piano perfetto. L’obiettivo? Rubare una famosa collana di diamanti di Cartier dal collo dell’attrice Daphne Kluger (Anne Hathaway) all’esclusivo Met Gala, evento straripante di celebrità che il Metropolitan Museum organizza ogni anno. Uscita per buona condotta, Debbie si ricongiungerà con la storica complice Lou Miller (Cate Blanchett) e insieme si daranno da fare per mettere insieme la banda per il colpo da 150 milioni di dollari. 

È inutile girarci intorno, “Ocean’s 8” è un film di rapina, filone che tradizionalmente predilige protagonisti maschili (per usare un eufemismo!), che si propone di ribaltare questa convenzione di genere. Un film sviluppato certamente prima della presa di coscienza collettiva derivata da movimenti come il #metoo, sull’onda di un fenomeno di gender swap che ha interessato Hollywood fin dal remake di “Ghostbusters” di Paul Feig. 

Considerate le polemiche nate intorno al film di Feig, sembra che con “Ocean’s 8” abbiano scelto la strada più sicura. Il film procede liscio, quasi con il pilota automatico, senza grandi sorprese. Non proprio l’ideale, per un film del “colpo grosso”. 

A metà tra spin-off e remake, “Ocean’s 8” riprende dai film precedenti la struttura rodata dell’heist movie basato sul carisma dei propri protagonisti, con un il rapporto di complicità tra Debbie e Lou che sembra quasi un calco di quello tra Danny (George Clooney) e Rusty (Brad Pitt).

Un approccio comprensibile, ma decisamente inadeguato a valorizzare un cast davvero interessante. Perché il coinvolgimento di artiste come Rihanna, Awkwafina, Sarah Paulson, Mindy Kaling e Helena Bonham Carter in un unico progetto avrebbe potuto portare a risultati decisamente inaspettati.

I personaggi, invece, con la sola eccezione di una Daphne Kluger/Anne Hathaway molto convincente nell’ironizzare su se stessa, risultano abbastanza generici e non particolarmente caratterizzati. Soprattutto, si ha sempre la sensazione che la rappresentazione del femminile venga ridotta esclusivamente alla presenza della cornice glamour e patinata, con la quale Ross e Milch cercano di compensare una certa pigrizia narrativa. Anche questo è uno stereotipo di genere, al pari di quello che il film vorrebbe disinnescare.

Il vero problema di “Ocean’s 8, però, è la mancanza di personalità di una regia, quella di Ross, che non trova quasi mai il giusto ritmo e esce distrutta dal confronto con lo stile sempre sostenuto di Soderbergh. Il risultato è un prodotto fiacco, prevedibile e non così divertente come si propone di essere. Un red carpet con rapina, che si chiude con un terzo atto tanto debole da apparire posticcio. 

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Contro

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