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Ode to My Father” di J.K. Youn è la storia generazionale di un anziano coreano sopravvissuto a due guerre, alle miniere tedesche e alla tentazione di vendere il negozio di famiglia.

Duk-soo ha vissuto da bambino il trauma della guerra: per sfuggire all’invasione cinese cerca di salire con la sua famiglia su una nave dell’esercito americano, ma nella ressa di disperati perde la sua sorellina, e il padre che è corso a ritrovarla.

Questa cicatrice gli resterà per il resto dei suoi giorni, orienterà le scelte di vita e la sua idea di famiglia, che ai suoi fratelli, figli e nipoti lo fa apparire scorbutico.

Ma Duk-soo ne ha passate di tutti i colori: rischia la vita da bambino, rischia la vita da emigrato in Germania come minatore, e rischia la vita da commerciante in Vietnam durante la guerra. Conosce però anche qualche soddisfazione, con un amico e la donna amata al suo fianco pe tutta la vita.

Tanta attenzione alle scene di massa, con effetti speciali, trucchi e costumi di ottima fattura. Ma l’indulgenza su queste scene drammatiche è spinta oltre il sopportabile, e altrettanto insopportabile è il salto di registro fra queste scene e le scene comiche, al limite del clownesco (o della pagliacciata, per tradurla peggiorativamente).

Le lacrime scorrono incontenibili dall’inizio alla fine, tanto è esasperata l’intenzione melodrammatica dell’autore a ogni scena. Ma è dura trattenere l’emozione, anche per il più distaccato dei critici.

“Ode To My Father” ha ottenuto un successo tale in patria da essere riuscito a scalzare “Avatar” dal trono del box office nazionale, e anche nella sua trasferta italiana al 17esimo Far East Film Festival di Udine ha strappato il Gelso d’oro, il primo premio del pubblico.

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