Home > Recensioni > Of The Wand And The Moon: Lucifer

Evitatelo

8 canzoni e 39 minuti di assoluta sterilità, pretenziosamente spacciata per musica per palati fini. “Lucifer” è il terzo capitolo di una trilogia iniziata da Of The Wand And The Moon nel 1999 con “Nighttimes Nightrhymes” e proseguita nel 2001 con “Emptiness:Emptiness:Emptiness”.
Partiamo dai lati positivi: la chitarra folk è pulita, gradevole al suono, occasionalmente flauti o altri strumenti acustici arricchiscono l’ambiente monocorde, e nella noia totale questo disco rischia anche di suonare come un sottofondo innocuo. Attraversiamo ora il viaggio proposto per capire dove sono i problemi.
“Lucifer” ne mostra i più evidenti: o l’esigenza di questo compositore consiste nel sentire come suona la sua chitarra mixata in uno studio di registrazione, o questa è una manifesta crisi di creatività. Preparatevi ad un’esperienza simile (in peggiorativo) alle band ambient svedesi della Cold Meat, ovvero un giro di melodia di due, tre accordi, intonazione dei versi costante e monotona, canzoni che cominciano, procedono e finiscono senza una variabile, un movimento. Come già detto occasionalmente un flauto può intervenire a limitare i danni, eseguendo qualche assolo piacevolmente improvvisato, ma questo non basta per un attento ascoltatore. Una canzone dei My Dying Bride in versione acustica suonerebbe barocca in confronto a quanto c’è in tutto “Lucifer” (il disco). “Naer Skog Naer Fjollum” introduce appunto i fiati alla consueta ricetta, e perlomeno è più mobile della precedente. “Megin Runar Follone Thy Faire Sunne” ci prova a dare un po’ di dramma, con una triade di strumenti dall’appeal confortevole, ai sussurri del vocalist, e in fondo potrebbe essere l’unico brano a raggiungere la sufficienza. “Reficul II” vuole essere la traccia atmosferica, affidata alla ripetizione per nove minuti della parola bisillabica del titolo attraverso deboli sample elettronici.[PAGEBREAK]Per niente ipnotica o dotata di potere subliminale, è semplicemente un episodio pretenzioso. “Unhappy Shadowe” gira di nuovo intorno a sé stessa, non avendo alcuna connessione con il recitato che si inserisce semplicemente a ritmo. “Time Time Time” compie lo stesso discorso, con un basso semi-invisibile che lavora in modo prevedibile. Rilassante: sì. Degno della concentrazione di un ascoltatore: no, ed è qui il punto, il dover pensare da parte mia che ci sia una schiera di persone che compererebbe un disco di questo genere semplicemente per avere la background-soundtrack di qualche momento particolare. È lecito aspettarsi da chi abbraccia il folk-ambient qualcosa di più, specie per l’olocausto delle liriche in apertura e chiusura del disco: “Lucifer walk with me/Lucifer in the flames of heart/Lucifer embrace this soul/For I am fallen just like you/We are brothers you and I” a cui manca solo “Lucifer love me because I am sad”; sono d’accordo sul fatto che molti testi sono poetici proprio perché semplici; o che in certi generi non siano l’esigenza primaria. Ma non è da tutti scrivere un ‘direct anthem’, come quello citato, capace di far sembrare qualsiasi cosa al confronto un traguardo poetico.
“Lucifer” è salvabile solo se state cercando un disco leggero, minimalista fino al midollo, senza perdervi più di tanto in significati o profondità particolari.

Scroll To Top