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Of wolf and man

L’impressione fin da subito è quella di un evento irripetibile. Fuori dal Teatro Espace di Torino la gente si chiede e prova ad immaginare cosa possano suonare gli Ulver, band che è più leggenda che realtà, avendo esordito dal vivo l’anno scorso dopo 17 anni di attività. Molti non sanno nemmeno che faccia abbiano, per anni il gruppo si è chiuso in una quasi totale astinenza mediatica ed ha sempre rifiutato di esibirsi dal vivo. Beh, eccoci.

Apre la serata alle nove e un quarto un altro pezzo di leggenda, Attila Csihar, col suo progetto Void Ov Voices. Ovvero mezz’ora in cui il cantante crea mostruosi muri di suono, con il solo utilizzo della voce. Spettrali voci rovesciate, lugubri litanie polverose, drone formati col canto gutturale… un vero e proprio inferno in cui l’ungherese, per tutto il tempo incappucciato in una tunica nera, sfodera una prestazione agghiacciante e ad un volume di una certa importanza.

Ed eccoci al gran momento. Dimessi, distanti, freddi. Letteralmente in un mondo a parte, con i pro e contro della cosa. L’apertura è affidata a due brani dell’ultimo “Shadows Of The Sun”, ovvero “Eos” e “Let The Children Go”. Se la prima ci culla e ci fa apprezzare l’ottimo mix, la seconda mostra invece la potenza in decibel che il gruppo sa sprigionare. Tanta. Loro lo sanno e ne fanno un’arma, schiaffeggiandoci con una sequenza di estratti da “Blood Inside” mortale per intensità. Viene preso qualcosa da praticamente tutti i lavori post-”Nattens Madrigal” mentre viene completamente tralasciato il periodo black metal e in effetti sarebbe stato completamente fuori luogo.
Funzionano bene i momenti strumentali, invero una buona metà del concerto, fra esplosioni, distensioni vicine all’ambient, intrecci ritmici elettroacustici e solitarie note di piano, ma non delude affatto nemmeno Kristoffer Rygg, con una performance sentita e viva nel reinterpretare le linee dei pezzi. Ottimo impatto scenografico garantito dai bellissimi video proiettati per tutta la durata del concerto.

Il pubblico esulta quando quella Perdition City in cui tante volte si è girovagato prende vita davanti ai nostri occhi, anche se per solo due brani…
Ci si aspettavamo tutto e tutto ci hanno dato. Pressoché nullo il dialogo col pubblico, ma non ne sentivamo la necessità.
Loro sono così, lontani, alla continua ricerca di un qualcosa che continua a sfuggire e cambiare forma. In continua evoluzione. Poche parole, un saluto, una stretta di mano, arrivederci. Forse. Speriamo.

Eos
Let The Children Go
Little Blue Bird
Rock Massif
For the Love of God
In The Red
Operator
Funebre
Silence Teaches You How To Sing
Plates 16-17
Hallways Of Always
Porn Piece Or The Scars Of Cold Kisses
Like Music
Not Saved

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