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Offlaga Disco Pax: I Collini hanno gli occhi

Ci troviamo nella cornice dell’edizione 2013 della Festa di Radio Onda d’Urto quando incontriamo Max Collini, frontman degli Offlaga Disco Pax, per farci una chiacchierata come iddio comanda.

Ci sembra un po’ riduttivo definire il vostro progetto musicale, c’è dell’altro: è un lavoro narrativo e letterario; lo spettacolo non è solo musicale, ma anche teatrale, capace anche di suscitare un forte impatto emotivo.
Gli Offlaga Disco Pax sono un gruppo musicale con dei contenuti. Il non avere scelto nella parte vocale la canzone tradizionale e l’avere optato per la voce non cantata dal connotato narrativo (non siamo stati i primi a farlo, ma è una scelta radicale e particolare che fanno in pochi) ha dato la possibilità di trasmettere contenuti forti ed identitari in grado di generare evocatività, identificazione e forse anche un po’ di emotività. Credo che questo sia proprio dovuto alla tipologia stilistica che abbiamo scelto.

Noi abbiamo suonato dovunque: dal teatro neoclassico all’ultimo centro sociale scrausissimo, e ci adattiamo molto alla situazione. Dacci un palco e un’amplificazione e noi facciamo la nostra musica, e più o meno è sempre quella, però anche il luogo fa l’evento e la percezione dello spettacolo… e magari in una situazione quale è quella del teatro, in cui c’è silenzio assoluto e le persone sono sedute, l’aspetto evocativo del testo può arrivare più forte, invece in un club con la gente tutta accalcata probabilmente arriverà maggiormente l’aspetto musicale e ritmico. Ad ogni modo credo sia questione di sensibilità individuale.

Nei tuoi testi richiami molto spesso dei fatti e dei personaggi storici, riuscendo a far conoscere certe cose a chi vi ascolta, facendo un lavoro altamente culturale, rispetto a ragazzi (noi in primis) che Pajetta non sanno neanche chi sia.
Da questo punto di vista il testo è quello che è, e può essere intellegibile facilmente per chi ha vissuto quell’epoca. Io son del ’67 e gli anni ’70/’80 (questo vale per alcuni testi perché altri sono assolutamente contemporanei) sono stati vissuti da alcune generazioni e non da altre che le conoscono solo per sentito dire, perché poi a scuola non si studiano, quindi ci sono o i fratelli maggiori o i genitori o il proprio studio e interesse personale. Dopodiché è bellissimo se alcuni riferimenti storico-politici che vengono evocati e vengono citati nei nostri testi poi suggeriscono una curiosità sufficiente per andarsi anche a cercare chi è questa gente, che ruolo abbia avuto, perché sia citata in quel modo.

Oggi è anche più semplice rispetto a molti anni fa: tu senti il nome Pajetta nella canzone, digiti su Google “pajetta” e scopri che era un dirigente del Partito Comunista, di quelli considerati duri e puri, un personaggio assolutamente straordinario: in parlamento faceva a “scranate”, cioè a seggiolate. Era un grande oratore e un uomo di grandi passioni, un personaggio strepitoso di quell’epoca… pochi sanno che è stato il marito di Miriam Mafai, giornalista molto importante. Un politico di un livello umano ed etico altissimo, un dirigente molto amato dal suo popolo, stimatissimo e rispettato anche dagli avversari. A confrontarlo coi dirigenti politici attuali si fa una certa fatica.

Nei vostri brani affrontate la quotidianità, oltre la politica, e con questa pure il cambiamento della società.
La politica negli Offlaga non è il contenuto fondamentale, la politica è il brodo di cultura, è l’acquario in cui poi invece si raccontano altre cose.
Quasi tutte le storie che raccontiamo sono storie molto personali che sono tutte vere. Io come scrittore di testi ho un limite che è legato al fatto che non sono bravo a inventare e questo, se volessi fare lo scrittore, sarebbe un problema. In tutti i nostri dischi le cose che mi sono inventato di sana pianta ci saranno 5 dettagli, ma mai la cosa fondamentale. Credo che sia lì il punto: quanto di quell’epoca storica viene percepito oggi nel presente, quanto ha riempito quell’epoca, cosa ha lasciato nella vita delle persone nella loro quotidianità e nel loro minimalismo.
[PAGEBREAK] Le nostre storie sono molto minime, intime e personali, ma vissute invece in un contesto massimalista totale, ideologico totale… è tale contrasto che vien fuori nella nostra poetica. Queste storie non sarebbero così efficaci e non si sarebbe più così ben disposti ad ascoltarle se non ci fosse quel panorama ideologico che poi nel tempo è svanito, fino a scomparire; per cui, quando la narrazione passa all’oggi, quel panorama non c’è più e si entra in un mondo di vuoto semi-traumatico.

Anche “Dove Ho Messo La Golf?” è una storia vera?
Assolutamente vera. Dal primo all’ultimo dettaglio. Cioè mi sono veramente rubato la macchina. Ho fatto una cosa che, a pensarci dopo, se i poliziotti che eran lì m’avessero beccato, io prima di spiegargli che la macchina era mia, stavo dentro due giorni. Non fatelo (ride)

In “Respinti All’Uscio” racconti di un leggendario concerto dei Police. Ma poi sei riuscito a vederli?
28 anni dopo da quel concerto, io ed Enrico siamo andati allo Stadio delle Alpi. Fu un bellissimo concerto, un bellissimo spettacolo. Io non amo gli stadi, ma in quel caso devo dire che me lo sono goduto tantissimo, forse per l’affezione storica al gruppo che ho molto amato fin da ragazzino e che mi piace ascoltare ancora adesso.

Sempre in quel brano tu chiami la tua città “città zitella”. Come mai questa definizione e che rapporto hai con Reggio Emilia?

“questa città inutilmente bella, questa città zitella” non è una frase mia (vorrei averla scritta io), bensì una citazione di una poesia di Arturo Bertolli (che tra l’altro è l’autore del testo di “Cinnamon”).

In “Gioco Di Società” ci sono due citazioni letterarie (accreditate nel disco). Una è degli Üstmamò del loro brano “Tannomai”, ovvero “che bella cosa/ che lieta meraviglia/ ?non ci ha toccato né guerra né miseria” citata in “Sequoia”, mentre l’altra è contenuta in una poesia di Arturo Bertolli, mio coetaneo di Reggio Emilia con cui ho condiviso, oltre alla militanza nella federazione giovanile del P.C.I., anche passioni musicali. Arturo è anche uno scrittore e questa poesia (che non ha titolo) parla di Reggio Emilia e si chiude con quell’accostamento. L’ha scritta nell’88, ma io questa frase l’ho sempre avuta in testa e mi sembrava che il brano si prestasse per la chiosa. Cosa significhi “città zitella” io non lo so precisamente, ma dal punto di vista del suono, della parola e della rima tra “bella” e “zitella” che non ti verrebbe mai in mente, “inutilmente bella” è una frase secondo me perfetta nella sua indeterminatezza.

Quanto ti manca il Partito Comunista?

Gli Offlaga Disco Pax sono descritti spesso nella vulgata come un gruppo nostalgico: io non sono d’accordo, e credo che gli Offlaga Disco Pax siano un gruppo contemporaneo molto radicato nel presente. Nessuno di noi passa la vita a piangere sui cocci di ciò che è stato. Naturalmente abbiamo un occhio critico e vediamo la società per quello che è e per tutto quello che ne consegue; c’è un occhio rivolto al passato, ma c’è un occhio rivolto al presente e anche al futuro (anche se in questo momento guardare al futuro è molto più difficile…).

A me non è che manca il P.C. in quanto tale, il P.C. a sua volta era un ambiente complicato e oggi si mitizza. Secondo me c’è un problema di “modello di partito” inteso come modello di costruzione della rappresentanza nella società e oggi non c’è niente di paragonabile purtroppo, poiché una grossa parte di società non è rappresentata. Questa idea che il conflitto sociale non debba esistere e che non esistano le classi sociali è una follia che ci hanno propinato per anni, e la politica dovrebbe essere la mediatrice di questi conflitti sociali ma questo ruolo la politica non lo ricopre più.

Non voglio fare il sociologo, ma uno strumento straordinario del progresso di questo paese è stata la capacità di mediazione sociale che ha avuto il Partito Comunista e la sua autorevolezza: una politica che non ne ha nella sua rappresentatività, che non possiede capacità di analisi critica e capacità di comprendere i meccanismi della società, è una politica fallimentare. Non voglio fare commenti populisti e banali, ma certamente un partito del genere adesso non c’è in questo paese. Penso che la maggioranza della società italiana non sia rappresentata, e se questa mia sensazione è vera, è un dramma gigantesco.
[PAGEBREAK] Qual è il tuo idolo di sinistra (e non dirci Papa Giovanni XXIII)?
Non mi piace inserire nei miei racconti personaggi universalmente noti… Anche quando scegliamo i campioni sportivi sono sempre misconosciuti e perdenti di talento, quindi anche nella politica dovrei scegliere un perdente di talento: Amedeo Bordiga e me ne verrebbero in mente altri dieci. In questo momento un politico che mi piace molto è Gregor Gysi, che è un politico tedesco della “Die Linke”, praticamente un reduce della Germania dell’Est, ma che ha saputo trovare un grande appeal popolare. A Berlino la Linke è un partito molto importante, credo che sia un bell’esempio di come sopravvivere alla caduta del muro di Berlino.

E qual è il tuo “paradiso socialista”?
Ammetto che vent’anni senza partito comunista forse mi hanno un po’ imborghesito…

Ma pensando alle esperienze passate… il mito dell’Emilia rossa o alla Jugoslavia di Tito…
Probabilmente l’esperienza jugoslava, nonché titina, andrebbe studiata assolutamente perché parliamo di un paese con una storia incredibile che ho vissuto solo grazie a “Tele Capo d’Istria”, cogliendone alcuni aspetti con i film dei “mitici partigiani buonissimi e intelligentissimi” (ride), di questo mondo privo di complessità dove “tutto è bianco o tutto è nero”… mondo che ci ha raccontato Kusturica nei suoi film.
Io ho vissuto nel mito di quel mondo che poi non ho conosciuto se non per vie traverse. Se volessi dare una risposta storica più intelligente, penso che la primavera di Praga e Dub?ek siano l’esperienza più forte dal punto di vista del contenuto, della speranza, e anche del senso.

Cosa rispondi a chi ti dice che la musica elettronica è borghese?
Enrico suona una tastiera Casio comprata a 20 euro e dire che che la musica elettronica è borghese mi sembra un’idiozia totale, che senso ha? Dipende da che tipo di musica elettronica, perché è vasta, ma il nostro approccio è molto filologico e molto rigoroso, e il nostro modo di affrontare l’elettronica è molto incentrato al rispetto per chi questa musica se l’è inventata, riferendomi ai Kraftwerk.
Noi facciamo una cosa molto più minimalista. Sfruttiamo stumenti musicali dal punto vista del valore economico quasi giocattolo e sfido molte persone a suonare una tastiera Casio come quella che usa Enrico e a tirarci fuori quello che ha fatto in “Socialismo Tascabile”: non è cosa semplice. Poi, molto dipende dall’approccio che hai col contenuto, noi usiamo strumenti rigorosamente analogici, non c’è un computer sul palco. Va a gusto: c’è a chi piace e c’è a chi no.

Per concludere: fuori dal palco tu fai l’agente immobiliare. Com’è questa vita sdoppiata tra palco e quotidianità?
Faccio questo lavoro da prima che nascessero gli Offlaga Disco Pax, lo faccio da vent’anni. Con gli Offlaga ho scoperto una cosa che probabilmente non sapevo, cioè di avere delle cose da dire e che c’è della gente disposta ad ascoltare: una cosa che non sapevo di me stesso e che ho scoperto molto tardi facendo il mio primo concerto a 36 anni (un’età in cui si smette e non un’età in cui s’incomincia).
Io ho dovuto organizzarmi la vita in un altro modo per conciliare un lavoro normale con i viaggi, i palchi, i concerti e tutto ciò che questo prevede. Un po’ complicato, anche se bellissimo. Non credevo di avere questa indole e il palco non è il luogo in cui mi senta più a mio agio in assoluto. Faccio fatica a considerare questo un lavoro, anche se negli ultimi anni è stato anche necessario affrontarlo in tale modo per non impazzire, però indubbiamente non ho mai pensato di abbandonarlo.

Se vi raccontassi certe mie giornate da frontman di una band forse non avreste idea di quante cose debba fare, perché dietro non c’è un’organizzazione grossa e devi occuparti di tante cose. Il mio lavoro di agente immobiliare mi piace e mi è sempre piaciuto, perché mi mette in contatto con tantissima gente; occupandomi di case- nello specifico case in affitto- mi rendo conto oggi dei tanti problemi sociali che ci circondano, a riguardo ho scritto anche un pezzo, “A Pagare E Morire”.

Certo, è più gratificante andare a fare i concerti che affrontare le rogne di un lavoro quotidiano, ma penso che valga per tutti e non ho mai sentito nessuno che dicesse che gli piace di più fare il ragioniere che stare sul palco… Non mi ha mai creato nessun problema, semplicemente ho dovuto organizzarmi. Poi se uno si immagina l’agente immobiliare con giacca-cravatta-macchinone, non sono io, che vado a lavorare vestito più o meno come lo sono sul palco.

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