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Oh, you’re not so silent, Jens

Nonostante il Viper fosse graziosamente addobbato con numerose nuvolette bianche, il pubblico fiorentino intervenuto al concerto di Jens Lekman non è stato numeroso né, ahimè, grazioso. Troppo spesso, infatti, i momenti musicali più intimi e soffusi (molto frequenti, visto l’artista in questione) sono stati disturbati da un sottofondo di chiacchiere a sproposito.
Ma la serata non è stata certo rovinata: hanno aperto i sempre graditi Comaneci, trio ravennate che regala perle di raffinato pop “da camera”, impreziosito dall’apporto fondamentale del violoncello. Molti applausi doverosi per un gruppo che, al suo primo album “ufficiale” dopo un paio di demo autoprodotti, sta iniziando a costruirsi una nicchia di appassionati a livello nazionale. I tre ragazzi di Ravenna si rivelano anche una spalla ben scelta, perché l’atmosfera raccolta e delicata che la loro musica riesce a creare (esclusi i maleducati in platea) crea il giusto mood per l’entrata in scena di Jens Lekman e della sua angelica band (quattro timide e bionde musiciste – basso, batteria, violino e violoncello – più un compunto addetto ai campionamenti e agli altri aggeggi elettronici, sullo sfondo). Il ragazzo svedese, notoriamente introverso, si rivela invece più che capace di gestire il pubblico – o almeno un pubblico non troppo numeroso come quello fiorentino – snocciolando le sue perle minimal-pop in esecuzioni limpide e sentite, che non mancano di scatenare entusiasmo nello zoccolo duro di fan sotto al palco. E la scaletta non privilegia l’ultimo album “Night Falls Over Kortedala”, ma pesca anche dalle due opere precedenti (apprezzatissima, come secondo brano in scaletta, “Black Cab”) accontentando anche i fan di vecchia data. Per tutti gli altri, anche per i chiacchieroni, ci sono delle divertenti incursioni dance che – grazie all’apporto di campionamenti e basi quasi disco – enfatizzano la ballabilità di alcuni pezzi noti (compreso il recente singolo “The Opposite Of Hallelujah”) e non lasciano un solo piede fermo in platea né su palco (letteralmente: a un certo punto i sei musicisti abbandonano gli strumenti e si mettono a correre e ballare per il palco). E bisogna dire che il “so silent Jens” non è affatto così taciturno come si autodipinge: oltre a introdurre le canzoni con aneddoti simpatici e a bacchettare ironicamente chi parla troppo, chiude la scaletta, prima del bis, con una “A Postcard To Nina” intercalata da lunghi (e sapientemente recitati) intermezzi parlati in cui ci viene raccontato ogni retroscena dell’episodio che ha originato la canzone. E, incredibile a dirsi, per una volta anche il pubblico più rumoroso sembra ascoltare attento.
A conti fatti e dopo i bis, il concerto non supererà l’ora e mezzo: qualche fan storce il naso, ma l’impressione è che la durata sia giusta e che lo show si sia interrotto subito prima di diventare stancante o ripetitivo. Perché, al di là di tutti gli infiorettamenti, quella di Jens Lekman è una musica delicata, è piccola oreficeria che trova la sua giusta collocazione in ambienti ristretti o addirittura nel’ascolto individuale, più che in grandi spazi dove i piccoli sentimenti rischiano di disperdersi e i pezzi, a lungo andare, sfiorano la ripetitività.
A fine concerto i fan chiedono altri bis, ma Jens se ne va e promette: “Se volete, più tardi potrete venire da me e io vi canterò altre canzoni all’orecchio”. Scherza, è ovvio, ma con Jens Lekman l’impressione è che una trovata simile sia non solo plausibile, ma sia anche la giusta modalità di ascolto dei suoi brani più beli.

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