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Olè, Vasco Olè…

Continua sotto un beneaugurante clima soleggiato, ed un relativo eccesso di calura, questa edizione 2008 dell’Heineken Jammin Festival. Il 21 Giugno è la giornata dell’headliner. Poche storie. Chiunque si sia trovato qui per qualsiasi altro gruppo, si sarà scontrato con una realtà paragonabile al fronteggiare il pubblico della nazionale italiana quando gli azzurri giocano al Delle Alpi. Solo Blasco, non c’è posto per nessun altro.
OLE, OLE-OLE-OLEE, VASCOOO VASCOOO“. questo è il leitmotiv da stadio che percorrerà il Parco S. Giuliano, dalle tende più limitrofe alle transenne sotto al palco principale.

Sul palco principale l’atmosfera inizia a farsi calda con l’ingresso delle Mab alle 17. Le quattro londinesi d’adozione hanno saputo imporsi all’attenzione del pubblico indie per il mix di bellezza deturpata ed estetica dal gusto forte e perverso. Ma davanti al pubblico dell’Heineken attaccano, nonostante il look-shock, con un “Ciao, noi siamo le Mab. E voi?“. Se non avete già indovinato, la risposta è stata: “OLE, OLE-OLE-OLEE, VASCOOO VASCOOO“. C’è ben poco da replicare a questo coro, se non con i fatti.

E con questi, le Mab se la cavano, ma non senza qualche ombra. Nello spazio dei loro quarantacinque minuti sciorinano pezzi tratti dall’ultimo “Decay”, definendo un’esibizione da cui traspare la loro peculiarità stilistica: l’heavy-dark impreziosito da inserti vocali lirici, e soventemente alternato da momenti più rilassati ed atmosferici.

Purtroppo, non sempre essere monolitici è una moneta che paga nelle esibizioni dal vivo. Specialmente se le atmosfere evocate accentuano sensazioni serrate ed opprimenti. In particolare in questo contesto, pesa la monotonia della trama chitarristica, nonostante le discrete incursioni melodiche. Il risultato è che la forte impressione di professionalità sia mitigata dalla formula frequentemente troppo uguale a sé stessa. Ma siamo agli inizi, ed è tollerabile che così sia.

Alle 19.40 inizia a respirarsi l’aria da pubblico delle grandi occasioni. Attenzione: non un grande pubblico per grandi occasioni. È intuitivo ancora una volta che il radunarsi di persone verso il palco faccia riferimento esclusivamente all’imminenza dell’ora-Vasco. C’è da chiedersi allora, quanti siano ad essere giunti ad assistere alla nuova Marlene di Cristiano Godano.

Dal pubblico, si sente solo un coro: “OLE, OLE-OLE-OLEE, VASCOOO VASCOOO“. Ancora. Cristiano & Friends arrivano sul palco sicuri di loro stessi, sanno di saper suonare, di saper far gruppo, di generare una compatta intesa che rende la loro proposta musicale non solo, stilisticamente, di livello internazionale, ma anche stratificata nei preziosi arrangiamenti, ed emotivamente impattante.

Iniziano le danze con un’intro noise-rock che li vede riscaldarsi, e poi una “Sonica” d’altri tempi. Impossibile non sentirla dentro, anche per chi ne era detrattore negli anni in cui la connivenza con i CSI inquinava la loro originalità. Impossibile negarle un fascino da rock d’avanguardia. Eppure, il pubblico sempre più detestabile urla: “OLE, OLE-OLE-OLEE, VASCOOO VASCOOO“. Si prova la carta geniale: “Come Together” dei Beatles in una versione post-rock carismatica, con un feeling da colonna sonora. Si capisce, dalla reazione spenta, che il pubblico abbia pensato ad un’americanata della solita formazione italiana che vuole strafare, imitando quelli bravi che cantano in inglese.

Dopo un’intimistica “Uno”, per saggiare la preparazione dei presenti sull’ultimo lavoro, visto l’encefalogramma piatto si ricorre alla nostalgia: “Nuotando Nell’Aria”. Due le carte giocate: la canzone d’amore di tante coppie italiane (indie), e la colonna sonora di uno dei film, forse, più amati dalla gioventù alternativa anni ’90, e che lanciò un giovane Stefano Accorsi. Eppure: “OLE, OLE-OLE-OLEE, VASCOOO VASCOOO“. Chi arriva per Vasco, non ne ha per nessuno. Non riescono a non tradire l’insofferenza per l’attesa, non si risparmiano l’incapacità di gustare altro, anche quando la grande serata sarebbe comunque giunta per il Dott. Rossi: la smania raggiunge dimensioni quasi intollerabili. Curiosamente, Cristiano Godano accenna un ringraziamento all’headliner della serata, per la concessione di suonare prima di lui. In molti applaudono, in stimolo-risposta incondizionato quanto un riflesso, solo per aver sentito il nome. Magari Cristiano era sinceramente grato. Sarebbe stato comunque possibile, e piacevole, fraintendere la frase come un’acuta ironia.
[PAGEBREAK] E attraverso le solide, fantasiose note di “Ineluttabile”, “Sacrosanta Verità”, e “In Delirio”, si arriva al finale, “La Canzone Che Scrivo Per Te”. Solo discretamente eseguita, quest’ultima, e forse perché tra caldo e pubblico non c’è rimasto molto di cui essere entusiasti. Resta un saluto, che lascia la parola allo sguardo più che al resto. Decisamente professionali, emotivamente coinvolgenti, più che psicologicamente solidi per saper affrontare un pubblico da tifo da stadio.

Alle 21.20 arriva l’ora X. Il mattatore del rock italiano. C’è da fare una premessa. Il circo di Vasco Rossi è fatto di musicisti in gamba, che con la loro esuberanza e l’intuizione esperta di cosa permettersi di fare e di come farlo durante un pezzo, riescono a creare vero spettacolo. Nella musica di Vasco c’è spazio per tutto, è diretta e melodica, e permette espressione individuale ad ogni singolo strumentista. Questo è l’elemento distintivo. Il resto sarebbe quasi al limite del censurabile.

Però, ironia della sorte, il concetto di divertimento e di rivalsa all’italiana, passa per i suoi testi ambiguamente allusivi, tra frasi liberatorie e doppi sensi. Slogan da stadio, che si ama ripetere e sentire. Semplici, come si vorrebbe fosse la realtà dei problemi e dei dati di fatto, talvolta denunciati dalla sua musica. Nel suo show si condensano influenze estere, musica ben suonata e questo duplice inganno che lo rende formidabile per la nostra cultura, preparata a conoscere ed apprezzare prevalentemente il rock all’italiana. Ovvero quello strano matrimonio forzato tra una bellissima donna straniera e passionale, ed un mafioso la cui educazione al gusto finisce per avere la meglio, depredando il buono di lei e formalizzandolo nella sua cornice ruffiana. Ecco perché il bel riff, o l’arrangiamento mutuato da un modo di suonare che poco ha a che fare con la nostra tradizione, si addomestica nelle formule più rassicuranti.

Ogni show del Blasco è quasi telecomandato, si sa come suonerà, si sa che impatto avrà, ed ha il gusto di un rituale. O quello della battuta programmata, che tutti cantano e per cui tutti ridono quando viene fatta. Si arriva all’emulazione del gesto triangolare addirittura tra il pubblico femminile, quando il mattatore emiliano, tra un “fammi vedere” e un “fammi godere”, incita le proprie fan ad agire. Il gran lavoro di comunicatore gli ha permesso di sembrare serio, di saper divertire, di saper farsi ascoltare, di far cantare: nel contesto dei 70000 spettatori di ieri, il pubblico era come un coro immenso che sovrastava persino il primo microfono.

Ci si sorprende soprattutto per la prima delle due ore, particolarmente dedicata ai brani dell’ultimo disco: “Vieni Qui”, “Dimmelo Te”, “E Adesso Che Tocca A Me”, “Qui Si Fa La Storia”, “Colpa Del Whisky”, “Il Mondo Che Vorrei”, in cui l’empatia del pubblico è la stessa di quella per i suoi brani di maggior fama. Tutto fin troppo semplice; in quella cornice, qualsiasi cosa sarebbe decollata. E lui, prendendo il volo, non ha mancato di ringraziare il caloroso pubblico. E questa è stata l’unica cosa sinceramente apprezzabile e degna di nota, oltre la routine. Non sono mancate, con discreta energia, “Siamo Soli”, “C’è Chi Dice No”, “Gli Spari Sopra”, “Rewind”, ed i due medley riassuntivi: “Ormai È Tardi – Non Mi Va – Ci Credi – Susanna – Sensazioni Forti – Deviazioni – Asilo Republic – Colpa D’Alfredo” e “Toffee – Ridere Di Te – Brava Giulia – Dormi Dormi – Va Bene Va Bene”. Infine, dopo l’ultimo ringraziamento, il saluto con l’intramontabile sigla di chiusura della cerimonia, “Albachiara”, termina la due-ore veneziana.

Vasco Rossi: e sai cosa bevi. Il pubblico delle migliaia di persone si disperde e torna a casa. Quello, almeno, venuto per il Blasco. Ma c’è ancora un giorno davanti, perché la musica e l’internazionalità si riscattino.

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