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Oltre il personaggio mediatico

Il regista Cosimo Damiano Damato racconta il suo documentario “Alda Merini – Una donna sul palcoscenico”, presentato a Venezia nell’ambito delle “Giornate degli Autori”

Lunedì sera è stato proiettato alla Villa degli Autori Alda Merini – Una donna sul palcoscenico, documentario che Cosimo Damiano Damato ha girato nella casa milanese della poetessa durante tre lunghi anni di lavoro. Della Merini, per cui da alcuni anni si parla di Nobel, viene qui dato un ritratto intimo, tra racconti di vita – spesso dolorosi – e momenti dedicati alla poesia, cui dà voce l’attrice milanese per eccellenza Mariangela Melato. Abbiamo incontrato il regista.

Come interpreti la proliferazione di film sulla poesia in questa Venezia 2009?
C’è evidentemente un’esigenza di poesia, perché la poesia è forse l’unica cosa che ci salverà. Attraverso storie diverse, che hanno la poesia come incipit, è possibile raccontare altrettante storie di vita. E così è avvenuto, in sezioni diverse della Mostra.

Come può la poesia prendere corpo attraverso il cinema?
Ci sono moltissimi esempi di film poetici, da Kiarostami a Fellini, da Rubini a Tim Burton. La poesia è un modo di guardare le cose. Quando ho proposto al mio produttore Angelo Tumminelli, che proviene dal mondo teatrale, di realizzare un film sulla poesia, il passaggio dal palcoscenico alla poesia è stato semplice. In questo caso, inoltre, mi sembrava davvero interessante raccontare di una donna, Alda Merini, che vive di poesia e per la poesia.

Sullo schermo è più presente la poesia o la biografia di Alda Merini?
Non ho voluto raccontare la Merini che vediamo da Chiambretti. È la Merini vera, che vive momenti di commozione e momenti esilaranti. Non è un film sulla follia, non racconta in primis il suo vissuto personale. Poi è ovvio che il passaggio dalla vita alla poesia, e alla genialità, specie nel suo caso, è molto breve: lei è una donna che ha vissuto, e subito, l’esperienza del manicomio.

C’è qualche altro personaggio nella poesia italiana contemporanea che ti potrebbe ispirare per un nuovo film?
Credo che lei sia il nuovo Dante della poesia. C’è sì un piccolo fermento poetico in Italia, che conosco, ma preferirei ritornarvi dopo il Nobel alla Merini. Ora la poetessa, la prima donna della poesia italiana, è lei. In questi giorni sto facendo un appello agli scrittori e agli accademici affinché si stringano attorno a questa donna e facciano tornare il Nobel in Italia. Non è certo un caso che di lei si fossero accorti Pasolini, Calvino, Maria Corti, quando era appena una sedicenne.

Probabilmente, però, la produzione smisurata della Merini e il suo forte personaggio mediatico infastidiscono gli accademici…
Questo è un problema che hanno avuto tutti i grandi artisti. Ma nel caso della Merini, c’è in lei il desiderio di darsi agli altri, di regalare le sue poesie, anche scritte al momento. Per quanto riguarda la televisione, si sa: il personaggio viene ricercato. Proprio per questo io ho voluto invece realizzare un documentario minimalista, rispettoso, privato. Ho voluto far emergere la Merini più sincera.

Quant’è presente nel film la città di Milano?
Il rapporto tra la Merini, che vive sui Navigli, e Milano è di amore e disamore. Lei ha dato tanto a questa città, mentre penso che Milano debba qualcosa di piùalla Merini. E spero che i milanesi si rendano conto del tesoro che hanno. Milano, però, c’è anche nella voce di Mariangela Melato, che si è commossa ed emozionata durante la lettura delle poesie.

Cos’ha provato Alda Merini quando ha visto il film?
Lo abbiamo visto insieme ed è stato il momento più intenso di questi tre anni di lavoro. A un certo punto, quando la commozione si è fatta forte, lei, per sdrammatizzare, ha detto alla donna che le ha portato le medicine: “Guardi questo film, avrà successo eh! Ed è stato girato in questa casa lo sa?”. Alda Merini, oltre a essere un grande poetessa, è una donna di grande ironia e simpatia: non scherzo quando dico che potrebbe presentare Sanremo o addirittura la notte degli Oscar! (ride, ndr)

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