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  • On The Rise: On The Rise

    On The Rise

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Fredde melodie nordiche

È con malcelato godimento che mi accingo a parlarvi di un disco che, metaforicamente parlando, rappresenta un po’ la luce in fondo al tunnel nel quale l’AOR sembra essersi irrimediabilmente infilato. L’omonimo album esordio degli ON THE RISE si rivela infatti sorprendentemente positivo, in virtù di un approccio che, pur non concedendo nulla all’originalità ed all’innovazione, risulta estremamente efficace sia a livello di songwriting che a livello esecutivo. Dulcis in fundo, la produzione si rivela finalmente all’altezza, cosa sempre più rara per questo tipo di release. Dietro al monicker della band si cela l’alleanza musicale tra due artisti minori della scena norvegese: si tratta di Terje Eide (voce e chitarra) e di Bennech Lyngboe (voce e cori), un dinamico duo che non possiamo fare a meno di accostare, per lo meno da un punto di vista strettamente musicale, a quello ben più famoso cui fanno capo i ben più noti “Timotei Twins”, Matthew e Gunnar Nelson. Proprio come i due gemellini americani, infatti, i nostri hanno scelto di non fare tutto in proprio, circondandosi da una vera band con la quale -si spera- promuovere anche dal vivo questo brillantissimo disco d’esordio. Ma veniamo alla cosa più importante: la musica della band. Si parte alla grande con una “Beat Of Your Heart”, che non avrebbe stonato su “After The Rain” dei summenzionati Nelson. Atmosfere un pelo più energiche caratterizzano le successive “Lift You Up” e “The World Of Change”, prima di lasciare spazio alla prima, vera ballad del disco, una struggente “Memories Forever” con la quale la band dimostra di aver compreso appieno quello che il potenziale acquirente di un disco AOR aspetta di trovare nel suo investimento. Non sarà l’unico episodio del genere presente su questo platter: “Keep Our Love Alive” e “Could Have Been The Last Time” mostrano infatti il lato più romantico della proposta musicale degli ON THE RISE. I fantasmi dei Nelson tornano ad affacciarsi tra le note di “Leaps And Bound” e di “Running In the Night”, che grazie al cielo sfuggono ad una potenziale accusa di plagio grazie ad un songwriting tanto ruffiano quanto efficace, che tende a citare piuttosto che a copiare il duo americano. “Sadness Hits Like A Stone” vive sulle più classiche sonorità AOR, richiamando alla memoria i mai dimenticati Toto del periodo Frederiksen, mentre “Too Young Hearts” si aggiudica il premio di brano più scontato del lotto – niente di drammaticamente negativo, semplicemente non regge il confronto con gli altri brani inclusi. Il vivace up-tempo di “Stranded” prepara il campo per lo splendido pezzo di chiusura “The Moment”, una delicata ballata semi-acustica, intensa ed emotiva come sempre più raramente capita di ascoltare. In definitiva, una grande disco d’esordio che credo non faticherà a raccogliere consensi tra tutti i fans di questo genere. Considerato quello che esce in questo periodo, il risultato non è per niente trascurabile.

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