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One on One a Venezia 71, intervista a Kim Ki-duk

Kim Ki-duk  è un regista che ha dato tanto alla Mostra del Cinema di Venezia, da quando nel 2000 era in concorso con “L’isola” a quando ha vinto il Leone d’Argento con l’indimenticabile “Ferro 3”, fino al Leone d’Oro con “Pieta”, nel 2012.

Quest’anno il regista sud-coreano apre le Giornate degli Autori con “One on One”, terza tappa di una svolta poetica inaugurata con “Pieta”, che vede la violenza come mezzo espressivo di denuncia sociale.

«È il mio primo film politico», spiega il regista all’incontro con la stampa nella consueta cornice della Villa degli Autori. Prima ancora di fargli domande, Kim Ki-duk ci tiene a precisare perché indossa una maglietta-manifesto contro il governo di Seoul: «È un riferimento alla strage di Sewol, una nave che è affondata con 300 ragazzi di scuola superiore a bordo, e non si capisce perché. Perfino il papa, nella sua recente visita in Sud Corea, si è speso su quest’inspiegabile tragedia. Ho accettato di farmi portavoce di questa lotta per far pressione sul governo. Molti familiari delle vittime stanno portando avanti una battaglia silenziosa, un padre è morto a seguito di uno sciopero della fame: ecco, mi ha ricordato molto il protagonista del mio film, una persona solitaria che lotta contro l’establishment».

Disponibile come sempre, Kim Ki-duk fa un preambolo che vale più di mille interpretazione cinefile: «Voglio spiegare, soprattutto alla stampa occidentale, che questo film è un’aperta critica al regime dittatoriale e alla corruzione che dilaga nel mio paese. Cerco di analizzare quello che la gente è costretta a subire. Miro alla verità, attraverso una serie di riferimenti alla storia coreana recente. Per questo mi sono chiesto se questo “inquadramento”, anche se non in senso strettamente storico,  rappresentasse una difficoltà di comprensione, ma poi mi sono reso conto che le dittature e la corruzione sono fenomeni univerali noti a tutti. One on one è un film diverso dagli altri, tutte le mie opere a partire da “Ferro 3” erano volte a spiegare i diversi aspetti dell’essere umano, a scandagliare l’umanità in tutti gli individui. Questo è il mio primo film in cui tento l’analisi di un gruppo sociale più ampio, quale quello di un paese colpito dalla dittatura».

Come già in “Pieta” prima e “Moebius” poi, in questo film Kim Ki-duk ricorre alla rappresentazione cruda della violenza come mezzo di denuncia della violenza, presa di coscienza politica. È uno shock necessario per lo spettatore.

«Ho cercato di descrivere un sistema politico basato sulla violenza, anche da parte della polizia nei confronti della gente comune. In Corea si è creata una sorta di terrorismo del potere. In questo film c’è una dimensione di violenza non più personale, ma calata in un sistema. Ho scelto di usare la violenza per arrivare all’espressione visiva dei sentimenti dei personaggi che la subiscono.  La violenza diventa per me l’immagine attraverso cui la violenza stessa arriva a ciascuno di noi. I sette personaggi sono simboli di altrettante valenze istituzionali della violenza, sono quasi della maschere che rappresentano la natura tendenzialmente rinunciataria dell’uomo di fronte ai soprusi. Vorrei che alla fine del film lo spettatore si chiedesse: io chi sono? Da che parte mi colloco? Sono organico al sistema? Questa è stata la domanda che ho fatto a me stesso. Per me “Pieta”, “Moebius” e “One on one” hanno significato molto, ho cercato di affrontare un percorso spirituale attraverso questi film. Non ho avuto una vita felice, e questi film sono il risultato dell’urgenza artistica che sento di dover esprimere».

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