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Di Kim Ki Duk di sicuro colpisce la coerenza poetica manifestata in questi ultimi anni, anche con il suo ultimo film, “One On One”, per molti versi diverso dal suo solito stile. Ci sembra importante che un regista all’apice della sua carriera, vincitore del Leone d’Oro nel 2012, abbia deciso di rischiare tutto per un’idea che gli sembrava importante, realizzando un film a low budget, in tempi strettissimi, il suo “primo film politico”, parola del regista. Per questo è da lodare la scelta delle “Giornate degli Autori”, la cui vocazione maggioritaria è promuovere nuovi talenti, di portare al Lido i grandi nomi, sì, ma quando questi si mettono in discussione (leggi l‘intervista a Kim Ki Duk).

Sette assassini su di una ragazza liceale, e una vendetta che finirà in (auto) espiazione. Lasciate perdere la storia, è un pretesto: sette personaggi altamente simbolici, quasi archetipici, che rappresentano il vero volto della violenza d’apparato, di regime. Non c’è ideologia in Kim Ki Duk, e per un film politico, per noi europeri abituati o al cinema “di regime” vecchio stampo o al cinema impegnato post-sessantottino, non è cosa da poco.  L’autore parte sempre dallo scandaglio dei sentimenti per vedere fino a che punto è possibile restare umani. Questo film non ne è una risposta, ma una speranza. Con uno schema drammaturgico ripetitivo, quasi formulare, il regista ci sottopone ad una lunga scena che si ripete sette volte, con un effetto certo ridondante, ma funzionale alla riflessione sul proprio ruolo di fronte ai soprusi: “One On One” si traduce infatti con “Chi sono io?”

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