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Tam, protagonista di “Onthakan – The Blue Hour“, vive una vita di frustrazioni, con i bulli del liceo che non vedono l’ora di picchiarlo ogni giorno, una madre austera che lo attende al rientro a casa per rimproverarlo di non voler ignorare i suoi desideri e un padre che lo odia per il suo orientamento sessuale. Il suo unico sollievo sembra essere l’incontro, casuale e fugace, con Phum, conosciuto via internet, che lo porta in una struttura abbandonata “dove gli spettri nascondono i loro cadaveri” ma dove almeno possono nuotare in piscina e guardare il cielo da sott’acqua, per far sparire tutto il mondo fuori.

Situazioni reali e manifestazioni del subconscio di Tam si mischiano sempre più frequentemente e in maniera sempre più confusa sullo sfondo di discariche e periferie filippine, con un’estetica molto pulita, che rende poetico il degrado dei luoghi del film che riflette il disordine della vita dei due ragazzi; un disordine molto ingombrante che purtroppo alla lunga pesa sulla resa finale dell’intero film sfilacciandolo e rendendolo talmente intricato da sembrare sconclusionato; si perdono lungo la strada intenzioni e logiche, lasciandoci delle immagini molto belle scollate da tutto ciò che c’era prima e ci sarà dopo.

Presentato allo scorso Festival di Berlino nella sezione Panorama e successivamente al Torino Gay & Lesbian Film Festival, lungometraggio d’esordio di Anucha Boonyawatana che mescola elementi tipici del cinema di genere horror e del cinema lgbt, un connubio strano ma interessante, purtroppo poco approfondito; una storia, quella tra Tam e Phum, difficile ma tenera, nella quale immedesimarsi ma senza riuscire a lasciarsi andare.

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Contro

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