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Operai di tutto il mondo, ribellatevi!

Il giardino dell’Ambasciata di Francia a Roma è tra gli angoli più belli della capitale, nascosto da un muro a chi passeggia sul lungotevere. È qui che Gustave Kervern, coregista assieme a Benoit Delèpine della commedia francese “Louise-Michel”, premiata al Sundance e a San Sebastian, presenta la sua opera, la terza assieme a Delepine. I due registi nascono come comici televisivi; da anni il loro show, “Groland”, riscuote grande successo con i suoi sketch satirici. La libertà d’ improvvisazione, la genialità un po’ schizoide, l’artigianalità dei loro lavori sono qualità preziose che si riversano felicemente in film anomali come “Louise-Michel”, frutto di un modo altro di concepire il cinema. Un cinema che vuole raccontare i perdenti, personaggi simpatici ma radicali, dei “buoni più buoni” che, se presi per i fondelli, possono diventare molto cattivi. Un cinema originale, grezzo e diretto, fortemente politico ma non ideologico. Insomma, un cinema molto umano, in cui i personaggi non sono né belli né brillanti, e non è un problema se i loro vestiti non sono firmati e non s’intonano con l’arredamento (problema per il quale le produzioni hollywoodiane hanno una figura lavorativa di riferimento). Un cinema capace di “cogliere l’essenza dei paesi in cui è ambientato”. Questo l’intento dichiarato dai due registi.

“Louise-Michel” ha anticipato lo scenario di disoccupazione che si è venuto a creare con la crisi finanziaria. Ha rappresentato i famosi super-manager ultramilionari, e tutto il meccanismo che gestiscono, come irriducibili criminali. E il bello è che l’ha fatto scegliendo la via della commedia, esilarante e nerissima.

Kervern è persona gentile, gironzola solitario per il giardino pieno di fiori e statue, i giornalisti che masticano un po’ di francese gli si avvicinano, si parla della situazione culturale in Italia, “in Francia siamo messi molto meglio, non c’è dubbio. Nonostante Sarkozy.” Ecco, la prima staffilata, senza neanche il diritto di poter replicare! Proviamo ad incalzarlo sul film.

Come ci si sente ad aver fatto un film dove le operaie tentano di uccidere il padrone, quando dopo poco, nella realtà, e proprio in Francia, gli operai si ribellano e sequestrano un manager?
Mah, sa, in Francia ogni tanto sequestrano i padroni. Questo non è il primo caso. La differenza rispetto al passato è che oggi non si sa più chi è il padrone. Fino alla metà del ’900 c’era il mito del padrone, che aveva il suo castello, e se gli operai si ribellavano sapevano dove andare e con chi prendersela. Io non penso che quello che abbiamo rappresentato nel film possa realmente cambiare le cose, ma credo che un film possa risvegliare le coscienze. Questo film è stato visto anche in zone molto popolari, ha un pubblico molto trasversale. Abbiamo fatto varie proiezioni in Piccardia, la regione dove è ambientata la storia, che è un’area molto depressa; e la gente ha apprezzato il film. Voglio dire, inoltre, che io giustifico quello che hanno fatto gli operai in Francia (il sequestro di padrone di cui sopra), primo perché sono azioni simboliche e pacifiche, secondo perché gli operai non hanno ricevuto rispetto, hanno accettato di tornare alle 40 ore lavorative senza alcun aumento di stipendio, hanno fatto tutte queste concessioni per poi ritrovarsi licenziati.

È vero che lo spunto narrativo del film, la chiusura di una fabbrica dalla sera alla mattina, con sgombero nella notte e trasferimento in Vietnam, all’insaputa delle operaie, è reale?
Sì, ed è reale anche il fatto che le operaie il giorno prima di scoprirsi licenziate, hanno ricevuto in regalo dei camici nuovi, non delle targhette con sopra ricamato il loro nome, come abbiamo inventato noi nel film. Alcune delle operaie che recitano nel film sono operaie vere, e sono state licenziate così. Allora abbiamo chiesto loro: “perché non avete ammazzato il padrone?” e loro hanno risposto che ci avevano anche pensato, avevano capito dove abitava il responsabile della fabbrica, avevano pensato di sequestrarlo e torturarlo, ma poi ci hanno rinunciato perché avevano capito che era inutile. Questo dimostra che gli operai sono più civili di chi li dirige. Però se qualche volta gli operai si arrabbiassero sarebbe anche giusto. Se ti arrabbi continui ad essere povero ma almeno riacquisti la tua dignità.

Secondo lei è possibile cambiare le cose con una spinta dal basso?
La mia opinione è che finché ci sarà la televisione e gli aiuti alimentari al terzo mondo non ci sarà più la rivoluzione.

Il vostro modo di girare è molto originale: artigianale, senza grandi movimenti di macchina, ma capace di costruire un mondo tanto strambo quanto autentico. Come definirebbe il vostro modo di girare?
Il fatto è che siamo negati con la videocamera! Piazziamo la camera e poi organizziamo la scena. Ma la nostra è anche una scelta, ci piace la macchina fissa, è più umana. L’ uso estremo del campo/controcampo, il montaggio veloce, schizofrenico, da spot, lo odiamo. Ci piacciono le cose semplici, artigianali. Non saremo perfetti ma a noi quella perfezione non interessa. Poi c’è da dire che questo è il primo film in cui abbiamo seguito l’iter tradizionale di produzione. Mentre nei film precedenti la sceneggiatura era fatta da 40 pagine, perché gli attori eravamo noi, in questo film, avendo a disposizione grandi attori, abbiamo scritto una sceneggiatura canonica di 120 pagine, e durante le riprese ci siamo abbastanza attenuti al copione, facevamo al massimo due ciak perché i tempi erano strettissimi e i soldi scarseggiavano! Non tutti i dialoghi però si sono trasformati in vere e proprie scene, abbiamo scritto dei finti dialoghi per riempire le pagine ed arrivare alle 120 pagine!

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