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Orchestral manoeuvres in the dark

Sarebbe oltremodo riduttivo parlare meramente di concerto per descrivere l’evento a cui abbiamo avuto modo di assistere questa sera nella splendida cornice dell’Arena di Verona, luogo prescelto per l’unica apparizione italiana dell’Arcangelo nell’ambito del suo New Blood tour.

Banditi gli strumenti tradizionali, lo zio Peter ha radunato attorno a se un’orchestra di 54 elementi e messo in piedi uno spettacolo tanto imponente nella realizzazione quanto sobrio ed emozionante nello svolgimento.

Ma andiamo con ordine. Con un discreto ritardo rispetto all’orario previsto, Gabriel sale quasi in sordina sul palco per illustrare ai circa 10.000 presenti, che nel frattempo hanno quasi finito di riempire l’Arena, i temi delle due parti in cui sarebbe stato diviso lo show, per poi affidare alla corista norvegese Ane Brun l’onore di introdurre la serata con due suoi brani acustici.

Finalmente lo spettacolo vero e proprio prende vita davanti ai nostri occhi, quando lo schermo luminoso che cela buona parte del palco si solleva rivelando al pubblico l’intera New Blood Orchestra, davanti alla quale si manifesta finalmente l’Arcangelo, il cui ingresso in scena sulle note di una personalissima rivisitazione di “Heroes” di David Bowie zittisce l’intera Arena. Tutta la prima parte dello show viene dedicata a quelle che sarebbe banale definire cover. Gabriel non fa cover, prende in carico quei brani, li destruttura e li ricostruisce secondo la propria visione, instradandoli in un percorso musicale alternativo che vive di emozioni e di ricerca sonora, esaltata dall’esecuzione orchestrale ma soprattutto dalla sua voce. Per dirla tutta, sul palco di Verona l’essenza di “Scratch My Back” ha trovato un suo perché. E dopo aver commosso quella decina di migliaia di persone, lo zio Peter affonda il colpo e chiude il primo set rievocando il suo quarto disco solista con una “Wallflower” da lacrime.

Un quarto d’ora di pausa e poi di nuovo tutti in scena per rispolverare i grandi classici del repertorio gabrielliano, anch’essi sottoposti al processo di ristrutturazione orchestrale. I brani in scaletta non hanno bisogno di presentazione, si va da “San Jacinto” ad una mostruosa “Signal To Noise” passando per… beh, date un’occhiata alla setlist per rendervene conto. Da buoni nostalgici abbiamo particolarmente apprezzato le rivisitazioni di “Mercy Street”, “Intruder” e “Red Rain”, mentre in chiusura si lascia apprezzare una “Don’t Give Up” in duetto con la corista Ana Brun, alle prese con l’ingrato compito di non far rimpiangere Kate Bush.

Come si diceva, il termine concerto non è sufficiente per racchiudere in un’unica definizione tre ore di spettacolo dalla doppia anima, in cui musica, voci, parole, immagini, colori e suoni si sono rincorsi, intrecciati ed amalgamati per dar vita ad un’esperienza sensoriale unica e, probabilmente, irripetibile. Con questa consapevolezza, lasciamo l’Arena e ci instradiamo verso casa, stanchi ma spiritualmente arricchiti.

Set I

Heroes (David Bowie)
The Boy In The Bubble (Paul Simon)
Mirrorball (Elbow)
Flume (Bon Iver)
Listening Wind (Talking Heads)
The Power Of The Heart (Lou Reed)
My Body Is A Cage (Arcade Fire)
The Book Of Love (The Magnetic Fields)
I Think It’s Going To Rain Today (Randy Newman)
Apres Moi (Regina Spektor)
Philadelphia (Neil Young)
Street Spirit (Radiohead)
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Wallflower

Set II

San Jacinto
Digging In The Dirt
Signal To Noise
Downside Up
Darkness
Mercy Street
Blood Of Eden
The Rhythm Of The Heat
Washing Of The Water
Intruder
Red Rain
Solsbury Hill
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In Your Eyes
Don’t Give Up
The Nest That Sailed The Sky

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