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Antitesi del pathos

Anno del ritorno sulla scena musicale di una delle più rinomate brutal band: gli Origin. Dopo tormentati cambi di line-up, i nostri tornano con “Antithesis”, quarto album dopo il debutto nel 2000 che ha segnato la loro ascesa ai palchi delle più famose e riverite band del settore.
I suoni seguono i dettami del genere: batteria iper veloce, chitarre taglienti e basso in sostegno alle tre parti vocali che giocano a creare cori di lamenti. Mantenendo la stessa proposta di “Echoes Of Decimation” (2005), sono presenti una voce dominante in growl e una voce screaming ma, a differenza del precedente, non sono ben distinguibili e spesso si amalgamano in un unico flusso. Si annulla così la piacevole coordinazione proposta in passato che rendeva i loro lavori più accessibili e meno pesanti all’ascolto. La parte strumentale eccede, un chiaro esempio di asettica tecnica applicata; i suoni risultano freddi e liberi dalla classica spinta emotiva che pone l’ascoltatore in uno stato alterato.
L’intero disco scivola via, graffiando i timpani, ed è virtualmente diviso da “Void”, intro di “Ubiquitous”, che rappresenta simbolicamente la seconda parte, in cui compaiono cambi di ritmica correlati a spunti più sperimentali, ma sempre senza lasciar trasparire una qualsiasi emozione.
A concludere la title-track si rivela l’unico brano degno di nota, col suo sound filo death e il ben riuscito mix di voci… forse era consigliabile seguire la scelta stilistica di quest’ultima, che da sola tiene testa all’intero lavoro.
In definitiva un album massacrante, eseguito alla regola ma che oltre alla tecnica e all’ultima canzone non ha nulla da offrire.

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