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  • Orphaned Land: Mabool

    Orphaned Land

    Data di uscita: 14-10-2004

    Loudvision:
    Lettori:

Il ritorno dopo 8 anni di silenzio…

La Century Media ha fatto centro! Dopo un’ attesa di 7 anni dal loro ultimo lavoro gli Orphaned Land approdano alla sezione tedesca della label, partorendo un concept album di alto livello: “Mabool” (tradotto “Inondazione”). I cinque membri della line-up israeliana si dimostrano armoniosi amalgamatori in tutti i settori: musicale, strumentale, lirico, linguistico, religioso, esistenziale. La Magia, la Forza, la Sapienza sono gli ingredienti base che caratterizzano sia la melodia che il contenuto tematico dell’album. L’uso di liuti caratteristici del mondo islamico, affiancato ai classici strumenti della musica metal e con l’aggiunta di pianoforte, violoncello, violino, percussioni e chitarra acustica permettono di creare sonorità miste tra il gotico e il mediorientale perfettamente miscelate.
Oltre trenta persone, tra session-man e coristi hanno contribuito alla realizzazione di quest’opera dove la fusione di diversi stili dal prog al death, la continua alternanza del cantato con voce pulita e con voce growl, i cori orientali, ne fanno un’opera unica nel suo genere, solo minimamente riconducibile ad assomiglianze stilistiche con altri lavori di artisti quali ad esempio gli Opeth. Per esprimere al meglio le complesse tematiche dell’album, il singer Kobi Farhi ha utilizzato citazioni da testi sacri in lingua ebraica, yemenita, latina ed araba, ed ha ideato un linguaggio incomprensibile finalizzato a creare un’atmosfera quasi mistica (una specie di supercazzola, insomma). A questo punto bisogna spendere due parole appunto sulla tematica di questo concept e la motivazione da cui trae concepimento. Come già detto la band ha origine in Israele (Orphaned Land, appunto), terra da sempre oppressa e devastata da guerre principalmente a carattere religioso.Vivendo da sempre sulla propria pelle queste tristi realtà, Kobi e soci hanno ideato una storia, basata su una narrazione rivisitata dell’ antico testamento e del diluvio universale (ok, blackster, aspettate a chiudere la pagina credendo che questa roba sia “crap” religioso e che non può fregarvene di meno: anch’io la pensavo così fino a che non ho ascoltato l’album e mi son dovuto ricredere, inoltre un po’ di apertura mentale non fa mai male). [PAGEBREAK] La storia comincia con la nascita di tre eroi che rappresentano direttamente le tre religioni monoteistiche, nati dunque dall’unico dio (rappresentato dall’ ettagramma cioè il numero 7, cioè il voto che si beccano da me). Il primo ha la testa di un serpente, il suo potere è la Magia e rappresenta l’ebraismo, il secondo ha la testa di un’ aquila, la Forza, e simboleggia l’islamismo, infine il terzo ha la testa di… (ehm… Siamo seri) un leone, la Saggezza e rispecchia il cristianesimo. I tre eroi cercano inutilmente di far ragionare le proprie popolazioni di fedeli, ammonendoli di cessare le sterili guerre, esortandoli a smettere di assassinarsi tra di loro invocando il nome di dio; in caso contrario subiranno le conseguenze dell’inondazione che spazzerà via tutto e tutti, ripurificando la “Orphaned Land”. Questo è ciò che succede nella realtà del vicino Medio Oriente, queste esortazioni non servono assolutamente a nulla, e i popoli continuano a massacrarsi, quindi “Mabool” vuole essere soprattutto uno spunto per la riflessione sulla scriteriata inutilità delle cosiddette “guerre sante”. Gli Orphaned Land amano rappresentarsi paradossalmente come i due punti, bianco e nero, che si notano nel simbolo del Tao, o dello ying e yang. Il punto bianco li distingue dallo spazio nero del mondo del metal e del dark dove (per fortuna) è abbastanza raro che si trattino tematiche religiose e ancora più raro che vengano trattate con rispetto; il punto nero li discerne dalla massa bianca (pecoroni) che vive nel mondo delle religioni, in grazia di dio, mondo che non è sede naturale della loro musica, che (come essi stessi definiscono) è “Atmospheric Gothic & Oriental Death Metal”. Tralasciando dunque le tematiche (che sono poi la causa principale del mio voto apparentemente poco generoso), l’ascolto del disco è decisamente fluido, piacevole, atmosferico ed è in grado di affascinare fin dai primi ascolti sia gli amanti del growl sia quelli del clean, (forse un po’ troppo privilegiato a scapito del primo). “Birth Of The Three” apre le danze e da subito si sentono potenti riff orecchiabili ma tutt’altro che banali, la voce parte con uno splendido growl pieno ed energico, per trasformarsi presto in un cantato pulito e armonioso, arricchito dai cori mediorientali, dai liuti e dal pianoforte in sottofondo. La dicotomia tra growl e pulito, la ritmica particolare e l’alternarsi tra momenti prog, death e contorni folk orientali continua per tutta la durata del pezzo, senza però mai stancare né dare la sensazione di forzature innaturali, ma anzi creando un clima spontaneo e disinvolto che accompagnerà l’album in quasi tutta la sua durata. Ritroviamo buona parte di questi elementi anche nel secondo pezzo “Ocean Land” e l’intro composto in stile orientaleggiante con il sapiente uso di liuti e percussioni ci porta per un attimo a passeggiare con la mente per le vie dei paesi dove palpabile è il profumo dell’incenso al sandalo e all’opium, ma un istante dopo un incalzante riff di chitarre ci riconduce bruscamente alla realtà della tragedia che si sta per narrare. Molto azzeccato l’accompagnamento col pianoforte che esce dal suo ruolo di mero sottofondo, e accostato alla voce melodiosa del cantante richiama in parte lo stile degli Arcturus e fa subito sentire a proprio agio i fans di questa band; anche gli amanti dei virtuosismi troveranno soddisfazione in un bell’assolo di chitarra di Matti Svatitzki. [PAGEBREAK]L’apertura del terzo pezzo “The Kiss of Babylon” che già solo dal titolo mi ispira simpatia, promette un incontro devastante con riff potentissimi e un growl magistrale e mantiene le sue promesse proseguendo a livelli superbi fino a metà song, lasciando sperare di essere all’ascolto del più bel pezzo dell’album… Purtroppo la delusione arriva inaspettata quando, un interminabile jodel di oltre due minuti va a riempire una temporanea mancanza di creatività nella composizione delle liriche; non ne discuto l’efficacia (sto ancora facendo fatica a farmelo uscire dalla mente) ma stilisticamente parlando lo trovo poco apprezzabile. Per fortuna l’ammagliante voce femminile di Shalomit Levi va a chiudere il pezzo (ormai rovinato) recitando una litania in yemenito che crea atmosfera, anche se un po’ troppo prolungata. A tal proposito risulta piuttosto superfluo il quarto pezzo “A’Salk”, praticamente una continuazione del precedente (ma allora un po’ di testi li avevano ancora da inserire?!), la voce affascinante e il lento arpeggio orientaleggiante delle chitarre classiche, ne fanno una buona pausa prima di affrontare l’aggressività del brano successivo.”I come Ira d’iddio” è precisamente la sensazione che trasmette “Halo Dies” grazie anche ad accorgimenti tecnici negli arrangiamenti, come l’inserimento di un rumore sordo, quasi noise, mentre un growl minaccioso rimbalza continuamente da un canale all’altro dello stereo creando un ambiente pervaso da un’ ansia quasi respirabile. Con “A Call to Awake” e soprattutto le successive tre songs, esploriamo un sentiero fatto di pace, tranquillità, (forse troppa, diventa quasi noia) qualche riff di chitarra alla Dream Theater nel primo dei quattro pezzi, tanto per ricordare che si tratta pur sempre di un disco metal; un po’ di latino accompagnato da suoni medioorientali, per sottolineare il desiderio di integrazione e rispetto; un po’ di folk israeliano, per non dimenticare le origini, e un lento e rilassante arpeggio degno dei Dire Straits di Love over Gold per prepararci al gran finale. “Mabool” l’inondazione. Il tono epico e le chitarre incalzanti riescono a ingenerare le immagini del disastro che porterebbe il diluvio universale, tema protagonista dell’album, e questa evocazione la troviamo ancora presente nel proseguimento del brano con “The Storm Still Rages Inside” dove anche Yossi Sassi da prova del suo virtuosismo con un indovinato solo di chitarra. La tempesta ha purificato la terra dai peccatori, sterminando tutti e tutto, i tre eroi e l’arca vengono anch’essi annientati dalle acque infuriate e tutto alla fine si rivela inutile.Il lieto finale arpeggiato sul sottofondo degli ultimi scrosci d’acqua sostituiti da aulici canti d’uccellini, lascia una speranza di rinascita in una terra purgata dei suoi mali, dove far risorgere la civiltà. In edizione limitata è stato stampato l’album doppio contenente cinque pezzi in più: quattro live più un medley delle loro precedenti composizioni. Il mio parere personale è che il lavoro svolto complessivamente è senz’altro valido, e in grado di essere apprezzato dalla maggior parte degli ascoltatori, qualunque sia la propria preferita categoria di metal. L’acquisto è sicuramente consigliato. Il rovescio della medaglia è che cercando di accontentare tutti spesso non si soddisfa completamente nessuno (minchia che pillola di saggezza… ne so tantissime, occhio!)

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