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Oscar 2014, Leonardo DiCaprio: Sarà l’anno del lupo?

Anche senza vestirsi dei panni scuri e jettatori di un personaggio pirandelliano o di quelli mitico-aggiornati di una Cassandra cyber punk, non ci vuole la palla di vetro per ammettere che le possibilità che Leonardo DiCaprio si porti a casa l’Oscar anche quest’anno, sono veramente esigue. Per motivi endogeni come esogeni.

Nella cinquina per il miglior attore protagonista del 2014 c’è il Matthew McConaughey mattatore di “Dallas Buyers Club“, film onesto e corretto senza melensaggini e senza retorica, ma niente di più, se non fosse per il protagonista e per una prova maiuscola nata sotto l’ombra della statuetta soprattutto per due motivi: la trasfigurazione fisica (con grossa perdita di peso) dell’attore e la natura drammatica del film. Date una scorsa alle statistiche degli Oscar e capirete che le puntate sono esigue. Le statistiche non mentono.

Ma con tutto il rispetto per l’interpretazione di McConaughey — e per l’attore tout court che negli ultimi anni e nei prossimi tra cinema e tv non ne sta sbagliando una, e peraltro condivide, in un breve cameo, l’inquadratura col “nemico” Leonardo in una delle scene più virali del film — questo articolo è in totale difesa dell’ex naufrago del Titanic. È da quel film che DiCaprioè alla ricerca di un riconoscimento dall’establishment che ancora tarda ad arrivare. Che questa sia la volta buona, già sponsorizzata dalla vittoria del Golden Globe? Ma ai Golden Globe 2005 vinse per “The Aviator”, sempre diretto da Martin Scorsese, mancando comunque la statuetta agli Oscar e vincendo “solo” l’MTV Award, dove la tendenza è contraria e il nostro è accreditato come beniamino dai tempi dell’iceberg.

In passato qualche premio gli è arrivato grazie alle commedie (e commedie nere e atipiche), sebbene minore. “The Wolf Of Wall Streetè una commedia nera atipica. Il problema è che parliamo dell’Academy e l’Academy preferisce le lacrime alle risate.

Dura anche appigliarsi alla promozione Scorsese. Il regista è un altro rinnegato continuo che ha vinto il primo premio Oscar con un film con protagonista DiCaprio, “The Departed“, ma anche in quell’occasione eccezionale, il nostro fu eccezionalmente scartato ancora una volta, e scartato a priori: neanche la nomination gli concessero. Mancata nomination anche per “Django Unchained” quando avrebbe potuto vincere a man bassa e sarebbe stato preferibile alla seconda vittoria di Waltz, tutt’altro che immeritata ma quella per il dottor Schulz somiglia a un copia/incolla della statuetta ritirata qualche anno prima per Hans Landa. Nella girandola eastern, il dentista tedesco dall’eloquio curioso e il carro con un enorme molare sul tettuccio, era superato dal luciferino antagonista della pellicola cui spettavano la maggior parte dei catchphrase più spendibili di cui è pieno il cinema di Tarantino.

Ma lasciamo da parte gli elenchi di premi e statistiche e torniamo all’interpretazione di quest’anno.

“The Wolf Of Wall Street” rischia di segnare il punto più alto, al momento, della collaborazione tra regista e attore. Jordan Belfort è a tutti gli effetti l’ennesima carta vincente di Leonardo DiCaprio, come attore attratto, sniffato dalle narici del broker e yuppie degli anni 80/90, dalle sue dipendenze dallo status symbol, dal denaro come marchio di successo, dal sesso, dalla droga, con una predilezione oltre che per la “gettonata” coca, per l’ormai famoso quaalude, vero co-protagonista chimico del film. È una storia in cui Scorsese torna alla forma smagliante che, se non aveva perduto, da un quindicennio a questa parte appariva ogni volta mancante di un grammo per raggiungere la perfezione.

Qui, complice l’altra fedelissima Thelma Schoonmaker, unica eroina ammessa in ogni circolo di cinefili scorsesiani, si rivede la quadratura del cerchio, grazie a due colonne: da un lato il montaggio febbrile e scatenato, perfetta sineddoche delle voracità consumistiche di Belfort, dall’altro proprio la sfrenata performance dell’attore che tira la corda al massimo senza spezzarla, divorando dall’interno il personaggio, riscrivendosi addosso e dal di dentro un uomo reale e vivente, navigando nelle acque turbolente dell’eccesso istrionico senza che la tecnica se lo mangi o lo consumi in una pira di gigionismi.

Trasformatosi anche nel fisico, in un modo forse lontano da quello di McConaughey (e da quello ricercato dall’Academy – vedi alla voce disgregazione del corpo e/o sfigurazione dei lineamenti), ma complementare. Alla perdita di peso del collega, DiCaprio risponde con un’inedita zazzera nero fluente e impomatata, per esigenze di somiglianza al modello reale e allo stile 80s/90s fatto di stuoli di vestiti firmati che l’attore si modella addosso come ulteriore apporto alla personalità di Belfort, in una famelica tensione inglobante che abbatte i confini del film per sfiorare di sguincio la follia maniacale del Patrick Bateman di “American Psycho“.

Sguardo beffardo, fiuto per il denaro e gli affari come un vero lupo della finanza, mai del tutto negativo eppure respingente, sessuomane, drogato, autodistruttore e incontrollato, che porta nelle liti familiari la stessa infantile competizione, consumata dalla volontà di vincere a tutti i costi, per essere sempre il più furbo, il più bravo, il più ricco e il più vincente, Jordan Belfort ricalca con precisione eziologica le stazioni della via crucis di ogni personaggio scorsesiano, in una sempiterna riproposizione di un modello di ascesa, caduta e rinascita di matrice cattolica.

La hybris che fiammeggia tra i fotogrammi del film è merito della messinscena del regista, ma è indubbio che il cavo elettrico che innerva ogni circuito, ogni movimenti di “The Wolf Of Wall Street” sia proprio la faccia arrogante, maturata dai segni dal tempo che da un quasi un paio di lustri a questa parte stanno spogliando DiCaprio di quel visino da eterno ragazzino e che sposandosi con una recitazione sempre più affilata e un’infallibile scelta di progetti cui prendere parte lo hanno consacrato come uno dei più grandi attori della sua generazione.

La sua è una carriera che ha meno titoli di quanto si pensi e ciò dimostra non solo una propensione oculata al proprio lavoro, ma soprattutto che ognuna di quelle interpretazioni è così densa e stratificata da valere per tre. Nel corso della sua carrieraLeonardo DiCaprio ha ricevuto molti riconoscimenti, troppo spesso fermatisi alle nomination senza portare a casa premi. E ciò non vale solo per gli Oscar (nominato 5 volte, 3 come miglior attore protagonista, 1 come miglior attore non protagonista e 1 come produttore) ma anche 10 candidature ai Golden Globe, 3 ai BAFTA, 6 ai Critics’ Choice Movie Awards, 6 ai Satellite Awards, 8 agli Screen Actors Guild Awards.

Quella del 2014 segna dunque la quinta nomination al premio più ambito e luccicante di Hollywood, quasi un passaggio obbligato di riconoscimento. Ed è in lizza con un film che segna la sua quinta collaborazione con Scorsese. A contendersi il premio, come sempre, ci sono cinque attori in lizza. Non aggiungiamo altro, non commentiamo, solo esponiamo i dati numerici. A domenica per l’ardua sentenza.

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