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Paolo Sorrentino e la grande bellezza di Roma

Dopo tutte le polemiche, le beghe nostrane e i vaffa nel tunnel, devo ammettere che se adesso non gli danno l’Oscar un po’ mi dispiace.

Tutto si può dire de “La grande bellezza“, tranne che racconta una Roma (e un’Italia) che non esiste. Dai, quelle belle feste in una qualsiasi delle ville della Camilluccia, tutti insieme appassionatamente, anche il salotto buono della sinistra romana (che annovera, tra i suoi sottoinsiemi, anche l’ambiente del cinema italiano).

Un’altra cosa non mi torna: perché “La grande bellezza” no e “The Wolf of Wall Street” sì?

Gli stessi che metterebbero Paolo Sorrentino al rogo sono gli stessi che vanno in estasi euforica quando parlano del film di Scorsese. Grazie al cielo sono girati in modo molto diverso, ma idealmente non sono poi così lontani. Entrambi raccontano in modo verosimile la realtà di cui parlano. Nessuno dei due mi ha entusiasmato. Mi sono però chiesta in che modo avrebbero potuto essere differenti.

Sappiamo benissimo che i personaggi della “Grande bellezza” sono tutti potenzialmente veri: Stefania (ogni riferimento a persone e cose è puramente voluto), l’artista provocatrice postmoderna che fa arte dando le capate nel muro (mura romane però, eh), la santa, la nana, la ricca che si fa i selfie su fb, la baby-Pollock per rabbia e disperazione contro i suoi genitori che speculano su di lei, Luca Marinelli che, ipersensibile iperintelligente e ipercomplessato grazie ad una madre che è la quintessenza del conformismo, non riesce ad uscire da un mondo in cui comprensibilmente si trova a disagio e si uccide. Lo stesso Jep di Toni Servillo, e anche Carlo Verdone, versione autore anche bravino ma docile bambi in mezzo alle iene, sono personaggi che potrebbero esistere davvero, e forse ne abbiamo anche conosciuto qualcuno.

I personaggi esemplano vari aspetti del tema trattato da Sorrentino: il tripudio glamorous di quest’Italia cafona e amorale, dove non c’è più confine tra intellettualità e squallore, e anzi non si capisce bene quale dei due nobiliti l’altro, mentre al ritmo de “La colita” festeggia in un infinito carnevale il proprio funerale. Tutti i personaggi sembrano stare lì a dirti: «adesso ti dico una battuta fichissima, di quelle che poi torni a casa e le ripeterai con gli amici, proprio come il Padrino: ‘e poi quando dice l’odore delle case dei vecchi…’» però c’è una differenza sottile tra il disvelamento della realtà e lo stereotipo. E allora quei personaggi — che pure “sono intorno a noi in mezzo a noi e fan promesse senza mantenerle mai se non per calcolo” — sono delle metafore fin troppo evidenti, e nel caso non lo avessi capito bene, Sorrentino ti scrive dei dialoghi in cui il messaggio è spiegato per filo e per segno.

Ma Paolo, ja, l’allegoria è un concetto visivo, nei secoli c’è gente che si è arrovellata con componimenti poetici pieni zeppi di allegorie filosofiche, e tu mi vieni a piazzare madre Teresa di Calcutta che dice che le radici sono importanti mentre un gruppo di fenicotteri rosa digitali vola sul Colosseo in uno dei rari momenti di bellezza vera, lieve, incontaminata dallo squallore (se interpreto bene)? Federico Fellini ha fatto interi film-apologo, utilizzando quindi l’allegoria: “E la nave va” e “Prova d’orchestra” sono una sorta di saggio “chiuso”, a teorema, perché a volte l’allegoria può meccanicamente soffocare la poesia.

Sorrentino va avanti, ci fa vedere soffitti che diventano il mare, la costa concordia, e un finale (che non si chiude mai) con anche una venere di Botticelli che appena parla ti fa esclamare: «è la pubblicità della Tim!». Eppure resta coerente verso la materia che racconta: così come il mondo rappresentato è cafone, esagerato e squallido, così il suo stile di ripresa è compiaciuto e cafone, con tutti quei dolly che neanche Tornatore, i carrelli, l’uso terrificante del 3D… Sorrentini non si eleva mai, non va oltre quello che rappresenta, non c’è mai un momento in cui lo sguardo si allarga in una visione più ampia, è tutto soffocato lì dentro, non c’è nulla di vago o di non detto, che suggerisca delle interpretazioni un po’ più intelligenti del mare sul soffitto.

A questo punto la domanda è: la riflessione sulla mediocrità attraverso la mediocrità, con uno stile che non si libra mai verso l’ineffabile di una visione poetica, ossia lo sguardo autoriale proprio dei grandi registi, è essa stessa una scelta autoriale, matura e consapevole? È una scelta estetica che coglie incisivamente il segno dei tempi? Siamo davvero arrivati a questo?

Se guardiamo ai dialoghi in cui Sorrentino condanna i suoi personaggi, diremmo che è un film troppo presuntuoso per fare una scelta così radicale. Sono discorsi da standing ovation, ma nel momento in cui li vediamo sullo schermo, con il filtro della rappresentazione che li pone come exempla, diventano dei pistolotti moralistici che solo Fabio Fazio saprebbe rendere più sterili. Eppure ho il sospetto che, al di là dell’intenzione evidente di fare il film definitivo, la Figata Madre su questo clima da basso impero, Sorrentino abbia colto, se non l’unica poetica possibile, almeno una poetica necessaria.

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