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Oscar 2014: Un ritratto di Alfonso Cuarón

Alfonso Cuarón, il mago. Il cineasta che sa raccontare storie semplici, basate su linee narrative sintetizzabili in poche parole, per poi riempirle di magia, trascinando lo spettatore in un viaggio emotivo inatteso.

Sulla carta, “Y tu mama también” è un road movie sulla crescita, anche sessuale, di un giovane; “I figli degli uomini” un dramma postapocalittico in cui un uomo disperato, in un mondo ormai sterile, cerca di salvare l’unica vita che può donare nuova speranza all’umanità intera; in “Gravity” un incidente nello spazio lascia sola una donna che, tra molte avversità, cerca di tornare sulla Terra. Ma chi, avendo visto questi film, li ricorda in termini così aridi e limitativi?

Ancora, pensiamo a come Cuarón ha trasformato “Paradiso Perduto” (il film che non avrebbe dovuto fare), “La Piccola Principessa” (primo successo statunitense) o il terzo capitolo della saga di Harry Potter (quello cui deve la propria notorietà): in ogni pellicola c’è un notevole stravolgimento della trama così come la conosciamo nell’opera originale, eppure le atmosfere intrise di suggestione, quella magia che racchiude la vicenda in una dimensione tutta sua non mancano mai.

Nato a Città del Messico nel 1961 da genitori cinefili, Alfonso Cuarón Orozco cresce a suon di tv e film, e la folgorazione arriva quando, a 8 anni, si trova a trascorrere la notte a casa del cugino: «in tv annunciarono che stava per andare in onda un film per adulti. Pensai che avrei visto tette o roba del genere. Non vidi nessun paio di tette, ma quando è finito ero in lacrime. Pensai “È così diverso da qualsiasi altra cosa abbia mai visto”. Ero intrigato». Quel film era “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica, E da quel momento il bambino che da grande voleva fare l’astronauta ha trovato la sua vera vocazione: a 16 anni si iscrive ad una scuola di cinema dove conosce l’amico Chivo (Emmanuel Lubezki, direttore della fotografia di molti dei suoi film, il sodalizio artistico più importante della sua carriera), ma i due vengono cacciati; ottiene poi una laurea in Filosofia e Cinematografia all’Università Nazionale Autonoma del Messico, e tra un lavoro e l’altro in televisione si dedica alla sua passione: da Bergman Fellini e Kurosawa a Coppola, Spielberg e Scorsese, passando per grandi degli anni 50, e Wilder, Lubitsch, Ford…

I suoi punti di riferimento sono tanti: «È sempre stata una maledizione nel mio modo di far cinema. Alcuni dei miei colleghi e amici mostrano un costante tratto distintivo in ogni lavoro, ma il mio cambia ogni volta. Forse sono semplicemente un regista e non un autore».

Eppure non è peregrino affermare che un elemento ricorrente, nel cinema di Cuarón, c’è: la “magia“. Nel primo lungometraggio hollywoodiano, “La Piccola Principessa“, il regista evita le trappole più insidiose del film un frivolo e ci regala una pellicola che esplora in una maniera sorprendentemente ricca e matura le trasformazioni e gli incantesimi sia come mezzi di auto-espressione sia come strumenti di sopravvivenza.

Ancora, in “Paradiso Perduto” incornicia i due protagonisti e la loro vicenda d’amore in un luogo che sembra tagliato fuori dal mondo. E anche in un film ambientato in un futuro violento e disperato, l’ottimo “I figli degli uomini“, un evento naturale come la nascita di un bambino diventa un’immagine potente e capace di cambiare il destino del mondo, come un sortilegio che elimina una maledizione.

E veniamo al film magico per definizione quel “Prigioniero di Azkaban” che amplifica l’atmosfera stregata dell’universo potteriano, dando una svolta decisiva alla saga. È cinema con la C maiuscola: la camera con lui si muove scivolando tra gli ambienti, la messa in scena è ipiù ricca d’inventiva rispetto ai predecessori, e con lui Hogwarts perde un po’ della sua immagine di maniero rassicurante, per tingersi di mistero, un edificio antico che si espande in modo bizzarro ed irregolare, circondato da rocce e rovine.

In “Gravity“, che ha ricevuto dieci nomination agli Oscar, una linea narrativa piuttosto esile è asservita ad un’attenzione quasi maniacale per la resa visiva, per la parte “tecnica” della pellicola, frutto di sperimentazione e lunghissima preparazione: è un film in cui la postproduzione è avvenuta prima di iniziare a girare, perché le tecniche e gli strumenti che è stato necessario inventare o adattare erano talmente difficili e complessi che non c’era spazio per l’improvvisazione. Ed ecco che quel progetto nato quasi per caso, quando il figlio Jonàs gli presentò, per ottenere consigli, la propria sceneggiatura di “Desierto“, è diventato il primo passo di un percorso durato oltre 4 anni.

Più volte il regista ha raccontato come in quel periodo stesse affrontando un momento difficile, e l’entrata in scena di Jonàs, con tutta l’energia e la purezza di chi muove i primi passi, è stata provvidenziale: ciò che l’aveva colpito era l’idea di raccontare la vicenda di una persona bloccata in un ambiente ostile, costretta a sopravvivere superando molte avversità, in una riscoperta di se stessa che, in ultima analisi, è rinascita. E cosa c’è di più ostile alla vita, quale ambiente più innaturale per un essere umano, dello spazio?

In una filmografia da sempre attenta ai significati ulteriori, alle letture che trascendono il mero livello letterale e d’intrattenimento, “Gravity” è la pellicola più estrema, quella che più indulge nella dimensione metafisica, sacrificando la narrativa a favore della suggestione visiva, sonora, di una tecnica magistrale che non è mai vuoto tecnicismo ma anzi è fondamentale a sottolineare il carattere viscerale, primitivo, profondamente coinvolgente dell’opera. L’American Film Institute lo ha classificato come uno dei 10 migliori film dello scorso anno: «Gravity coinvolge il pubblico con la potenza di una forza della natura. Raggiunge il cielo con l’ambizione pionieristica di Alfonso Cuarón, che dipinge una tela così vasta e con immagini talmente straordinarie, da far balzare la pellicola direttamente nel cielo dei successi indimenticabili».

Cuaròn, virtuoso del piano-sequenza, apre il film con un’unica superba scena di 17 minuti (facendo quasi dimenticare l’altro, bellissimo, ne “I figli degli uomini”): dapprima un’inquadratura oggettiva, come in un documentario, ritrae gli astronauti che fluttuano tra la Terra e il nulla dello spazio siderale, poi accade il disastro e l’astronauta volteggia sempre più violentemente, la macchina da presa si aggancia al personaggio girando vorticosamente insieme a lui, e finisce per entrare nel casco della tuta, realizzando la completa immersione dello spettatore nella vicenda, tanto che quando ormai la mdp esce dal casco non si può parlare più di racconto in terza persona o prima persona: ormai il punto di vista è quello dello spettatore.

La mancanza di un orizzonte visivo, la consapevolezza di essere circondati dal buio e dall’assenza di vita spinge l’eroina, dunque noi, a cercare affannosamente la Terra, e la promessa di vita e rinascita che reca con sé.

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Gravity” è un film che dipinge lo spazio in maniera nuova: fin dalla fase di stesura e pre-produzione Cuaròn, Jonàs e Chivo hanno studiato diversi film, alla ricerca di punti di riferimento tecnici per il moto dei corpi nello spazio, scoprendo ben presto che pochi altri si erano avventurati in questi territori tecnici e tematici.

Un’esperienza difficile, stimolante, bellissima, una crescita creativa spinta dalla necessità di superare infiniti ostacoli tecnici, terminata appena due settimane prima dell’anteprima a Venezia. Un’esperienza da non ripetere: «Adesso datemi qualsiasi film, purché i personaggi camminino!». Battuta simpatica, ma non sorprendente, perché Alfonso Cuaròn non torna mai sui suoi passi (artisticamente parlando): una volta terminato un film, non lo guarda più.

È opinione comune, condivisa dallo stesso Cuaròn, che solo la prova del tempo possa rendere certi titoli immortali. Ma come si può restare impassibili di fronte a chi sa evocare il senso di meraviglia combinando reale e verosimile, instillando poesia e speranza nella tragedia oppure introducendo ombra e ambiguità nella spensieratezza, o ancora rimettendoci in contatto con quella parte di noi, della nostra infanzia, che sapeva stupirsi di piccole scoperte quotidiane (non è un caso che abbia lavorato spesso con attori giovanissimi)? Cos’è questo suo cinema, se non magia?

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