Home > Zoom > Oscar 2014: Le sceneggiature originali

Oscar 2014: Le sceneggiature originali

C’è differenza tra una buona sceneggiatura e una buona sceneggiatura da Oscar. Perché se è vero che una buona sceneggiatura deve essere prima di tutto immaginata, è vero che una buona sceneggiatura da Oscar deve avere una storia esemplare, con ogni cosa al posto giusto: problematizzazione della vicenda, primo colpo di scena, secondo colpo di scena con turning point del personaggio, e avvio verso la risoluzione, positiva o negativa che sia — ma si sa che l’Academy propende per quella positiva, preferibilmente guarnita di lacrime liberatorie.

Ecco le cinque miglior sceneggiature originali del 2013:

Sulla carta “American Hustle” è perfetto. Film di sceneggiatura (firmata da Eric Warren Singer & David O. Russell), tutto trame inganni e battute ad effetto, tra l’ironico e il thriller-politico: potrebbe sbancare. Tuttavia, “l’apparenza inganna”, e dietro la bravura di un cast perfetto il dramma è esile, senz’anima, con molti ammiccamenti alla golden age della corruzione anni 70, estetica che rimanda subito ai baffi, agli occhiali a goccia e ai vestiti plastificati.

Sceneggiatura meno tatticistica, anzi, vero e proprio diario a cuore aperto, è “Dallas Buyers Club“. Se “American Hustle” è un film corale, quello di Jean-Marc Vallée, e scritto da Craig Borten & Melisa Wallack, si regge tutto sulle esili spalle del suo formidabile protagonista, Matthew McConaughey, che da quando non ne sbaglia più una tra cinema e tv rischia seriamente di insidiare Leonardo DiCaprio, in gara con “The Wolf of Wall Street”, per l’ambita statuetta di miglior attore protagonista. Borten e Wallack danno vita alla più classica delle sceneggiature al servizio di un eroe del tutto anticonvenzionale. Inizialmente ripiegato sul suo atteggiamento negativo e autodistruttivo, il protagonista, posto davanti ad un ostacolo (la malattia) cambia gradualmente fino a scalare tutti gli altri ostacoli (la legge, i poteri forti e i loro interessi in ambito farmacologico) e a trovare il riscatto, non solo per sé, ma anche per gli altri, di cui diviene una sorta di paladino.

Non mancano alcuni topoi della sceneggiatura americana: la trasformazione radicale dell’eroe, che da loser diventa un modello da seguire, la lotta con le multinazionali/poteri forti (c’è tutta una fortunata tradizione del genere: “Rain Man”, “Erin Brokovich”, e via dicendo).

Ma ecco che a scalzare il film di Jean-Marc Vallée per il trofeo “Sembro un’acqua cheta, e invece sono la sceneggiatura più rivoluzionaria e insidiosa di tutte” arrivano Alexander Payne e il suo “Nebraska“, scritto da Bob Nelson. La storia è di quelle che più semplice non si potrebbe: un anziano abbocca a un concorso-truffa e crede di aver vinto un milione di dollari, e visto che nessuno gli crede si mette in testa di andare a riscuotere la vincita a piedi, camminando fino in Nebraska. Dopo vari tentativi di fuga, il figlio decide di accontentarlo e insieme fanno un viaggio che, attraverso un’indagine affettiva sul passato, gli permetterà di conoscere davvero il padre e riconciliare un rapporto irrisolto. Fin qui, è la sceneggiatura di una classica storia di formazione, leggermente retroattiva visto che riscatta un anziano e un figlio in piena crisi di maturità, da trentenne che non ha capito ancora che vuole fare nella vita. Tuttavia, dietro lo sviluppo lineare della struttura on the road è leggibile un’analisi che coglie il nocciolo duro dei rapporti umani.

Il film di Payne si poggia su una scrittura raffinata in modo crudele e teneramente semplice, in grado di restituire i compromessi, le ipocrisie, le illusioni e le delusioni, il non-detto, che forse è la parte più importante in un rapporto. Per questo “Nebraska” è forse il film che dietro un’apparente storia convenzionale è in grado di scardinare proprio l’immaginario di riferimento dell’Academy: nonostante proponga una serie di archetipi della commedia, e l’orizzonte della trama si risolva nel riscatto dei “buoni” sui “cattivi”, permane un sottotesto in cui la dialettica conflittuale dei rapporti non solo rimane irrisolta (perché così è la vita) ma insinua, con leggerezza e ironia, la follia come filo rosso che lega la percezione delle relazioni verso l’esterno, a quella che ciascuno ha con se stesso.

E poi c’è Spike Jonze che con “Her” (in Italia uscirà il 13 marzo) conquista la sua prima nomination da sceneggiatore, oltre a quella come miglior film e per la canzone “The Moon Song” scritta insieme a Karen O. Lo script di “Her” è un dialogo continuo, intimo e amoroso, tra Theodore (Joaquin Phoenix) e la voce di un nuovo, avanzatissimo sistema operativo (Scarlett Johansson, che nella nostra versione doppiata sarà sostituita da Micaela Ramazzotti). Un monologo a due, potremmo definirlo, fatto di immaginazione e poesia.

A chiudere la cinquina delle nomination un outsider da sempre, per il titolo più ambito, quello del miglior film, ma non per il premio alla original screenplay, che ha vinto per ben tre volte: “Io e Annie” (1977), “Hannah e le sue sorelle” (1986) e “Midnight in Paris” (2011). Woody Allen, certo. Per il genio della nevrosi in chiave di commedia talmente sofisticata da smascherare la pedanteria e le idiozie ipocrite dell’ambiente intellettuale, un quarto Oscar sarebbe un riconoscimento alla raffinatezza e all’efficacia di scrittura, più che un premio all’originalità.

Il decadimento psicologico della sua “Blue Jasmine” è un ritratto da manuale, incarnato sullo schermo da una Cate Blanchett qui più che mai alfiere del suo regista. La crisi finanziaria è un ottimo pretesto per il nichilismo di Woody Allen, che pure si astiene dal dare giudizi morali facendo agire i suoi personaggi in base all’unica motivazione dell’utile personale, che diventa così il fattore-chiave di scrittura, applicato ad una struttura narrativa che segue la meccanica della commedia, il cui fulcro è il conflitto esilarante tra alto (Jasmine) e basso (la sorella Ginger). Non c’è punto di svolta, quella di Jasmine è un’inesorabile e inarrestabile discesa verso l’abisso dell’instabilità mentale. Perché quando tutto ciò che credevi di avere sono solo le cose che avevi, è naturale che, sparite le cose, sparisci anche tu, o al massimo resti sola come un cane perché nel frattempo non hai costruito uno straccio di relazione umana.

Scroll To Top