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Oscar 2014, the Nolan Effect

Tra poco meno di una settimana verrà premiato con un Oscar il miglior film del 2013, ad insindacabile giudizio dell’Academy. Il vincitore verrà scelto tra nove concorrenti, ovvero quasi il doppio della cinquina che tradizionalmente era prevista anche per la categoria.

Questo grande, recente cambiamento prova che il giudizio dell’Academy tanto insindacabile non è, essendo figlio dell’enorme polverone sollevato dai (più o meno giovani) fan di Christopher Nolan alla notizia che il suo “The Dark Knight” non era riuscito ad entrare nella cinquina del premio più importante. Già subissata da anni di critiche per nomination tra il tradizionalista e il retrogrado, preoccupata di vedere diminuire il suo prestigio tra le giovani generazioni (prestigio tutto da provare in prima istanza), l’Academy ha apportato parecchie modifiche al proprio regolamento. Quella della platea ampliata per la nomination regina è la più evidente, volta a dare una chance anche a successi commerciali meritevoli dal punto di vista qualitativo e magari (spoiler: no) a film appartenenti a generi poco amati dai votanti.

A distanza di qualche anno però sta crescendo la preoccupazione tra addetti ai lavori e stampa specializzata perché la modifica, lungi dal consentire una rinnovata varietà di proposte, sta ulteriormente indebolendo il bacino di nominati. Insomma: forse (forse) Christopher Nolan non sarà imputabile di tutti i mali dell’industria cinematografia contemporanea, ma di aver depauperato le scelte dell’Academy sì.

Sono i numeri a evidenziare il drammatico impatto di quello che alcuni hanno ribattezzato il Nolan Effect. Considerando le sei categorie maggiori (miglior film, miglior regia e le quattro riservate agli attori) e aggiungendo le due dedicate alle sceneggiature originali e agli adattamenti (ormai divenute una sorta di premio alternativo per il film migliore dell’annata ma incapace di rassicurare abbastanza l’Academy più tradizionalista) il cambiamento appare da subito involutivo e drastico.

Tra il 1984 e il 2008 la media dei film che si spartivano queste 40 nomination è stata di 18,3 e non si è mai scesi sotto 16. Nel 2014 a spartirsi le 44 nomination disponibili in queste categorie, i nominati sono solo dodici. Il risultato peggiore di sempre, che riesce a superare il precedente record negativo dell’anno scorso. Sostanzialmente i nove nominati per il premio a miglior film si sono spartiti il bottino, con solo tre eccezioni: “I Segreti di Osage County“, “Blue Jasmine” e “Before Midnight“.

Essendo un trend così recente è difficile isolare un colpevole certo (a parte Nolan, ovvio). Se è poco plausibile ritenere che si possa comprare un Oscar come sostengono alcuni, è senz’altro opportuno constatare come per vincere bisogna comprarsi una nomination. Questione annosa e non certo recente che liquiderei così: l’Oscar è un premio intrinsecamente americano anche nelle logiche ed economie. Non basta fare un buon film, bisogna fare buona promozione negli Stati Uniti. Non a caso i migliori nel campo, i Weinstein, sono riusciti ad ottenere nomination impensabili perché assoluti maestri del marketing; a loro per esempio si devono le due menzioni di “The Grandmaster” di Wong Kar Wai, così debole da non riuscire nemmeno a strappare la nomination per miglior film in lingua straniera.

Il nuovo meccanismo sulla carta sembrava efficace, ma non ha tenuto conto del fatto che i membri dell’Academy avrebbero dovuto vedere un numero più elevato di film per esprimere le proprie preferenze. Film che per sfondare in quelle categorie devono spesso uscire a ridosso della chiusura delle votazioni (emblematico “The Wolf of Wall Street“, uscito a Natale, solo due settimane prima del termine ultimo di votazione), essere copiati in migliaia (migliaia) di supporti homevideo per raggiungere i giurati che non possono presenziare alle anteprime e agli incontri col cast che richiedono un ingente investimento. Talmente ingente da essere ad esclusivo appannaggio delle major (o dei produttori indie connessi alle major) e, in periodo di margini risicati, solo per film che possono puntare ad essere nominati in quelle sei categorie.

A perderci è l’industria cinematografica di domani e quella americana in particolare.

E questo cambiamento un po’ avventato dell’Academy è il motivo per cui film meritevoli di questa annata come “La vita di Adèle”, “All is Lost”, “Prisoners”, “The Butler”, “Inside Llewin Davis” e “Rush” non hanno raccolto che una pacca sulla spalla e qualche briciola. Oggigiorno non conviene più investire su un buon film come “Rush“, anche se già candidato dalla critica, se al massimo si può spuntare una nomination per il miglior attore protagonista. Il che è terribile, perché la Hollywood di oggi è piena di gente che si è conquistata una nomination con una buon lavoro in un film non all’altezza e grazie a quella menzione è entrata in progetti più grandi e ambiziosi. Daniel Brühl non ha avuto una nomination perché non si è riusciti a trovare il denaro necessario per la promozione della sua candidatura, così caldeggiata da critici e membri dell’Academy da essere quasi blindata!

Se l’Academy non correrà ai ripari, la Hollywood di domani sarà priva dei talenti che già oggi si dovrebbe nominare e portare sotto i riflettori.

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