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Oscar 2015 — Gli otto candidati come miglior film

Ci siamo. Quando in Italia sarà la notte tra domenica 22 e lunedì 23 febbraio 2015, Hollywood officerà il suo annuale rito d’autocelebrazione, l’assegnazione degli Oscar relativi all’anno cinematografico da poco terminato. Sgombriamo subito il campo da equivoci, è un evento che attendiamo senza snobismi, pronti a far nottata davanti alla tv.

L’avvento dei social network ha trasformato ormai (forse) irrimediabilmente le modalità di fruizione degli eventi mediatici (date un’occhiata alla tavola di Zerocalcare sull’argomento, una sintesi fin troppo brutale della questione), e l’ultimo Festival di Sanremo ne ha dato una plastica dimostrazione. Ma, visto anche l’orario, il commento “live” alla serata sarà comunque appannaggio di pochi intimi, quindi rivendichiamo la nostra appartenenza a una nicchia, con tutta l’ironia che volete e dovete vedere in un’introduzione del genere.

Bando ai sociologismi d’accatto, e immergiamoci nella sostanza della serata, analizzando brevemente gli otto film che concorrono all’assegnazione della statuetta principale, quella di miglior film.

Chi scrive ritiene inspiegabile non essere arrivati, come negli anni passati, al numero massimo di dieci candidature, perché le quattro pellicole (permetteteci il romantico termine ancora per un po’, anche se di pellicola ultimamente ne gira davvero pochina) migliori dell’anno figurano soltanto nelle categorie “minori”. Quali sono? È presto detto: “Foxcatcher” di Bennett Miller (l’esclusione più clamorosa, visto comunque l’alto numero di nomination), “L’amore bugiardo – Gone Girl” di David Fincher e “Vizio di forma” di Paul Thomas Anderson (davvero bistrattati con una sola candidatura a testa) e “Turner” di Mike Leigh (candidato solo nelle categorie tecniche).

Fatte le dovute rimostranze verso le ingiustizie perpetrate dall’Academy, andiamo a dare un’occhiata ai candidati, in rigoroso e salomonico ordine alfabetico.

Iniziamo quindi da Clint Eastwood e dal suo “American Sniper”, il film più discusso, dibattuto e, per fortuna, ammirato in sala, visto il considerevole incasso, dello scorso mese di gennaio. Fascista? Guerrafondaio? Acritico nei confronti dell’intervento americano in Medio Oriente? Ma non scherziamo nemmeno. Mastro Clint ha già dato prova di antimilitarismo nelle sue opere precedenti, basti pensare al dittico “Flags of our Fathers” – “Letters from Iwo Jima”. Qui racconta la storia di un cecchino, all’apparenza, per instaurare un discorso più profondo sulla percezione del bene e del male nei vari strati della società americana. Quanto è difficile riconoscere il serpente, quando i tuoi stessi superiori non riescono a vederlo? Il film ha dei problemi nella definizione dei personaggi di contorno, nell’alternanza delle scene al fronte e a casa, non certo nell’impianto ideologico. Poche speranze di vittoria, che comunque ci renderebbe moderatamente felici. Eastwood ha già trionfato con “Gli spietati” e “Million Dollar Baby”, probabilmente il prossimo Oscar che salirà a ritirare sul palco del Dolby Theatre sarà quello alla carriera tra qualche anno, se sarà ancora su questa Terra e, vista la dura scorza dell’uomo e del personaggio, non nutriamo il minimo dubbio in merito.

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Proseguiamo con “Birdman” di Alejandro González Iñárritu, uno dei due favoriti alla vittoria finale. Se dobbiamo credere alla cabala, possiamo pronosticare che dovrà accontentarsi dell’Oscar per la miglior regia (e magari all’interprete Michael Keaton). Presentato in apertura alla Mostra di Venezia 2014, come “Gravity” l’anno prima, diretto da un altro regista messicano, Alfonso Cuarón, che fece incetta di premi escluso quello al miglior film. Bisogna credere nei corsi e ricorsi storici? Staremo a vedere. Un lungo piano sequenza truccato, una riflessione sul mestiere d’attore e sulla deriva superomistica del cinema americano odierno, sul bisogno dell’interprete di acquistare una patente “artistica” attraverso il teatro, un duro attacco alla critica, spesso livorosa e povera di contenuti. Un film forse meno profondo di quel che sembra, così chiuso nell’obbligato e ridondante sguardo registico, ma comunque un’opera da ricordare. Keaton, Edward Norton e Emma Stone, tutti nominati, offrono prestazioni all’altezza.

L’altro grande favorito è “Boyhood” di Richard Linklater, opera/esperimento fiume girato in dodici anni, che mette in scena la vita e la crescita di un ragazzo come tanti, nell’America post 11 settembre. L’ambizione dell’operazione è temperata dal minimalismo della narrazione, composta da episodi quotidiani, normali, senza eccessivi scossoni. Da ammirare la coerenza stilistica, narrativa e fotografica, di un film girato con queste modalità (una settimana all’anno circa), da condannare l’assenza di “scene madri” nelle tre ore di proiezione, che comunque filano via meravigliosamente. La totale simpatia per Linklater, autore/artigiano spesso sottovalutato, ci porta a prendere l’eventuale premio al film come un risarcimento alla carriera dell’autore di “School of Rock”, “Waking Life”, la trilogia dei “Before….” con Ethan Hawke (qui bravo padre assente e presente allo stesso tempo) e Julie Delpy, quella sì una riflessione sul trascorrere del tempo completamente riuscita, affidata alla brillantezza dei dialoghi e alla bravura degli attori, in pratica al CINEMA.

Liquidiamo con poche parole, accomunandoli in uno stesso discorso, i due biopic scientifici, “La teoria del tutto” di James Marsh e “The Imitation Game” di Morten Tyldum (davvero inspiegabilmente candidato come miglior regista), nient’altro che film-palestra per le gigioneggianti interpretazioni di Eddie Redmayne nei panni di Stephen Hawking e di Benedict Cumberbatch in quelli di Alan Turing. Bravi entrambi, lo diciamo subito. Soprattutto la nomination per Redmayne era scontata vista la predilezione dell’Academy per le trasformazioni fisiche, e lo candida a grande favorito per la vittoria. Ma anche l’anno scorso trionfò una trasformazione, quelli di Matthew McConaughey in “Dallas Buyers Club”, e forse sarebbe il caso di premiare la recitazione, questa volta. Per chiudere, il film di Tyldum è il migliore tra i due, ma prenderemmo una vittoria di entrambi come uno smacco totale alla meritocrazia. Ma non succederà, statene certi.

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Il nuovo capitolo sulla rilettura della Storia vista dal lato afroamericano e diretta da registi afroamericani è “Selma – La strada per la libertà” di Ava DuVernay. David Oyelowo interpreta il revederendo Martin Luther King Jr, personaggio fondamentale e, almeno finora, poco affrontato dal cinema americano. Non è un biopic, ma si concentra su un preciso avvenimento storico: la marcia da Selma a Montgomery nell’Alabama per l’ottenimento del pieno diritto di voto per la comunità nera, episodio già mostrato da “The Butler” di Lee Daniels lo scorso anno. Ancora Oprah Winfrey, ancora Brad Pitt alla produzione, ma la vittoria di “12 anni schiavo” nel 2014 gli toglie, probabilmente, ogni possibilità di successo. Eppure è cinema civile potente, appassionante, accompagnato da una colonna sonora strepitosa, un’opera migliore, a mio parere, rispetto all’odissea di Solomon Northup diretta da Steve McQueen che, come già detto, trionfò nella passata edizione.

Chiudiamo con i due film preferiti di chi vi scrive, due narrazioni, vivaddio, che non propongono biografie, eventi storici, tentativi di replicare la vita sullo schermo, ma si muovono, specie uno, in una dimensione puramente finzionale. Parliamo di “The Grand Budapest Hotel” di Wes Anderson e “Whiplash” di Damien Chazelle. Per il primo la divisione netta delle posizioni critiche accompagna da sempre l’opera del suo autore. I mondi pop creati da Wes Anderson hanno una propria consistenza, fatta di forma, stile, sovrabbondanza di suggestioni visive in ogni singolo fotogramma. Visive, appunto: un autore che cura immensamente la forma a scapito, a volte, del contenuto. Qui ci troviamo di fronte alla summa del suo cinema, scenografie meravigliosamente finte, simmetrie che denunciano la passione kubrickiana di fondo, un cast all star a paga sindacale che probabilmente solo Woody Allen può permettersi al giorno d’oggi. Forse con il prossimo film dovrà cambiare strada, forse ci troviamo davanti al suo “INLAND EMPIRE”, un vicolo cieco. Ma, nel frattempo, possiamo goderci un’opera unica, a tratti squilibrata, pensata per uno spettatore dal pensiero svelto che apprezzi l’overdose di modernariato puramente novecentesco che si trova di fronte. Dovesse vincere, esulteremmo.

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Ma esulteremmo ancora di più per la vittoria di “Whiplash”, il Sundance-fenomeno di stagione. Un jazz movie al di là dell’argomento trattato, strepitoso per ritmo, (calda) fotografia e per J.K.Simmons, che merita l’Oscar per il non protagonista, e lo vincerà. Cinema puro, una storia già vista mille volte sul rapporto tra allievo e mentore ma ambientata in un mondo ancora perlopiù inedito sul grande schermo. Avevamo già visto delle big band jazzistiche (in “Mo’Better Blues” di Spike Lee e “New York, New York” di Scorsese su tutti), ma mai il processo creativo alla base. L’arte è sofferenza e sacrificio, o libera espressione di talento e istinto? Gli ultimi dieci minuti sono da mostrare in ogni scuola di cinema, l’aspetto narrativo si annulla per privilegiare quello performativo, il film/concerto si sublima nel concerto/film. E, all’apparire dei titoli di coda, l’applauso è quasi matematico, come il “fottuto tempo” così difficile da trovare e replicare. Dovesse davvero vincere, ma non vincerà, sul mio divano mi produrrei in una solitaria standing ovatio”.

Tolti i due insulsi biopic insomma, diciamo le cose come stanno, una serie di film che vanno dal buono al molto buono, non ci possiamo davvero lamentare. Ancora una volta viva Hollywood, e buona notte degli Oscar a tutti.

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