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Oscar 2016 — Migliore sceneggiatura non originale

Ci avviciniamo alla 88esima edizione degli Oscar, che saranno consegnati domenica 28 febbraio 2016 al Dolby Theatre di Los Angeles (qui le nomination). Oggi vogliamo parlare di una delle cinquine più importanti e anche più difficili da studiare in modo accurato: quella della migliore sceneggiatura non originaleadapted screenplay, ovvero la categoria riservata alle sceneggiature tratte da qualcos’altro, quasi sempre un libro (ma vengono considerati anche i film basati su pièce teatrali, musical, serie di fumetti, prodotti televisivi o su altre sceneggiature, come nel caso di “Whiplash” che nasceva da un corto, e in generale tutti i sequel o i remake).

Per valutare in maniera corretta una sceneggiatura di questo tipo bisognerebbe naturalmente aver letto anche i materiali di partenza. Noi lo abbiamo fatto. Speriamo siano stati altrettanto coscienziosi tutti i votanti dell’Academy.

Prima di procedere all’analisi dei cinque adattamenti candidati, un po’ di numeri: quest’anno abbiamo due donne in gara, Phyllis Nagy con “Carol“, tratto da “The Price of Salt” di Patricia Highsmith, e Emma Donoghue con “Room“, prima donna candidata per aver curato personalmente l’adattamento di un suo romanzo. Nella storia degli Oscar sono solo tre le donne ad aver vinto un premio nella categoria della adapted screenplay: Frances Marion con “Carcere” da Lennox Robinson (1930), Ruth Prawer Jhabvala con “Camera con vista” (1987) e “Casa Howard” (1993), entrambi da E.M. Forster, e Emma Thompson con “Ragione e Sentimento” da Jane Austen (1996).

Gli sceneggiatori candidati in questa edizione sono tutti alla prima nomination, tranne Nick Hornby, nella cinquina con “Brooklyn” da Colm Tóibín, che era già stato candidato nel 2010 per “An Education”. Per quanto riguarda i libri a cui i film si ispirano, tranne “The Price of Salt” che è del 1952, tutti gli altri sono stati pubblicati dopo il 2009.

NOTA: I pezzi seguenti contengono SPOILER e si concentrano sinteticamente solo sul lavoro di adattamento. Per informazioni e giudizi sui film di carattere più generale vi rimandiamo alle singole recensioni linkate nei titoli dei paragrafi.

brooklyn

BROOKLYN di John Crowley
Sceneggiatura di Nick Hornby, dal romanzo omonimo di Colm Tóibín (2009) | ACQUISTA

Uno dei più noti e amati scrittori inglesi adatta il romanzo di uno dei più noti e amati scrittori irlandesi. Al di là dei piccoli tagli quasi sempre necessari in operazioni di questo tipo (qui ne fanno le spese vari personaggi secondari, eliminati o ridotti a macchiette simpatiche), l’intervento più evidente che Nick Hornby ha compiuto sul testo di Colm Tóibín è stato cambiarne radicalmente il significato, banalizzandolo e smussandone tutti gli spigoli. Nel romanzo di Tóibín la storia della giovane irlandese Eilis che sbarca a New York nei primi anni 50 è un racconto sull’indifferenza della sorte, sulle costrizioni sociali, economiche e familiari che regolano senza pietà le vite delle persone, e in particolare delle ragazze docili e passive come Eilis, e in definitiva sull’impossibilità di trovare un senso alla propria esistenza. Nel film la chiave per uscire da questo groviglio, comunque molto semplificato, è, guarda un po’, il grande amore. Con tanto di edificante e rassicurante (e un po’ forzato, anche a prescindere dal libro) monologo finale. Colm Tóibín dice comunque che a lui è piaciuto: «I’m a sucker for that ending».

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CAROL di Todd Haynes
Sceneggiatura di Phyllis Nagy, da “The Price of Salt” (1952, pubblicato in seguito anche come “Carol”) di Patricia Highsmith | ACQUISTA

All’adattamento del romanzo di Patricia Highsmith che sta alla base di “Carol” abbiamo dedicato un ampio approfondimento. La sceneggiatrice Phyllis Nagy ha compiuto un notevole lavoro di sintesi e di riscrittura tra le righe, lasciando che più delle battute vere e proprie (comunque cesellate con la massima attenzione), a parlare per i personaggi siano gli sguardi, i gesti e i tanti non detti (occhio soprattutto al personaggio di Abby). L’innamoramento che unisce Carol e Therese, e che rappresenta il cuore del romanzo di Patricia Highsmith, si spoglia così delle sue qualità letterarie diventando puro cinema, ovvero una pura questione di sguardo. Anche in senso letterale: se infatti nel libro la giovane Therese era un’aspirante scenografa, nel film diventa una fotografa alle prime armi dandoci così la possibilità di vedere davvero Carol attraverso i suoi occhi innamorati e mettendo al centro del film il problema della rappresentazione di sé e del proprio oggetto d’amore. Altro cambiamento rispetto alle pagine di Patricia Highsmith è la struttura circolare («all comes full circle»), voluta dal regista Todd Haynes come esplicita citazione di un grande classico romantico: “Breve incontro” di David Lean.

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LA GRANDE SCOMMESSA (THE BIG SHORT) di Adam McKay
Sceneggiatura di Adam McKay e Charles Randolph, da “The Big Short – Inside the Doomsday Machine” di Michael Lewis (2010) | ACQUISTA

“La grande scommessa” è l’unico della cinquina tratto non da un romanzo ma da un libro di non-fiction, “The Big Short – Inside the Doomsday Machine”, nel quale Michael Lewis affronta la grande crisi economico-finanziaria del 2005-2008 attraverso le storie di chi l’aveva vista arrivare e ha deciso di sfruttarla per realizzare grandissimi guadagni. Lewis apre il racconto in tono autobiografico («Il fatto che una banca d’investimento sia stata disposta a pagarmi centinaia di migliaia di dollari per dispensare a clienti adulti consigli su possibili investimenti rimane, per me, ancora un mistero») e ricostruisce poi minuziosamente i fatti con ampio uso di dialoghi. L’adattamento che il regista Adam McKay ha curato con Charles Randolph mantiene il linguaggio informale di Lewis e opta coerentemente per una forma ibrida tra la ricostruzione da docu-fiction e l’impianto corale, con attori nel ruolo di personaggi quasi reali (Ryan Gosling è Jared Vennett ispirato alla figura di Greg Lippmann, Steve Carell è Mark Baum che nasce come rielaborazione di Steve Eisman, mentre Ben Hockett diventa Ben Rickert e ha il volto di Brad Pitt, mentre il Michael Burry di Christain Bale ha mantenuto il suo nome reale). Già premiata con il BAFTA e il WGA Award (il premio del sindacato sceneggiatori, il Writers Guild of America), la sceneggiatura di “La grande scommessa” è ormai anche la favorita nella corsa all’Oscar.

room

ROOM di Lenny Abrahamson
Sceneggiatura di Emma Donoghue dal suo romanzo omonimo (2010)| ACQUISTA

Sembra impossibile tradurre in immagini cinematografiche la narrazione in prima persona di un bambino convinto che non esista nulla al di fuori della stanza dove è nato e cresciuto, e dove sua madre, che lui chiama Ma, è stata rinchiusa sette anni prima da un rapitore. Eppure, a una lettura attenta, la voce letteraria del piccolo Jack delinea una sceneggiatura solida e già quasi pronta: solo azioni, impressioni in tempo reale e tanti, tanti dialoghi. Emma Donoghue mantiene la struttura pressoché intatta, sacrificando qualche passaggio di secondo piano (nel libro Jack ha anche uno zio) e dando viceversa più valore a certi dettagli prettamente visivi (il taglio dei capelli). C’è poi un aspetto linguistico interessante: il Jack del romanzo, appena uscito dalla Room, fa confusione non solo con il riconoscimento di ciò che è reale ma anche con i pronomi personali, perché per tutta la vita si è relazionato unicamente con la madre in un binomio strettissimo di io e tu. Nel film Donoghue sceglie di usare con parsimonia la voce fuori campo di Jack, ma presta grande attenzione proprio ai pronomi: nella prima parte il bambino in voice over si rivolge esclusivamente alla madre («me and you are real»), alla fine parla di se stesso e della madre («me and Ma are going to live»). In più, il film ci fa ascoltare anche il vero di nome di Ma, al quale Jack nel romanzo si riferisce come l’altro nome: Joy.

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SOPRAVVISSUTO – THE MARTIAN di Ridley Scott 
Sceneggiatura di Drew Goddard, dal romanzo omonimo di Andy Weir (2014) | ACQUISTA

Portare su grande schermo il best seller fantascientifico di Andy Weir, che si fa notare già nel 2011 come auto-pubblicazione, è un’impresa pari a quella affrontata dal protagonista, l’astronauta della NASA Mark Watney, nel coltivare patate su Marte. Insomma, se pensate che il film sia troppo tecnico, non vi conviene nemmeno avvicinarvi al libro, un lungo soliloquio in cui un nerd spiega letteralmente come sopravvivere su Martee. La scrittura veloce e i personaggi immediatamente accattivanti (anche se un po’ stereotipati, ammettiamolo) a contorno della vicenda hanno dato un grosso aiuto a rendere un libro fantascientifico un grande blockbuster che ha divertito le platee più ampie. Poi ovvio, vedere il protagonista all’opera è molto meno impegnativo che leggere le sue istruzioni punto per punto per più di trecento pagine. L’aspetto meno convincente dell’adattamento è l’esasperazione del salvataggio finale, tagliando parte dell’invero lunghissimo (ma molto riuscito) viaggio di ritorno verso la navicella che servirà per il ritorno. Applausi a scena aperta, invece, al GENIO che ha deciso di prendere Sean Bean per fargli pronunciare quella particolare battuta (presente anche nel libro): se già nel libro è uno dei momenti più fulminanti, in sala, per chi la coglie, è un cult instantaneo.

A cura di Valentina Alfonsi (“Brooklyn”, “Carol”, “La grande scommessa” e “Room”) e Elisa Giudici (“Sopravvisuto – The Martian”).

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