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Oscar 2016 — Un commento ai premi

Sono ormai passate più di ventiquattr’ore dall’88esima Notte degli Oscar, ed è quindi il momento di riflettere con un po’ di calma sui segnali che l’Academy ha mandato attraverso l’elenco dei premiati (qui l’elenco completo). Tra statuette annunciate e qualche sorpresa, lo show, trasmesso in tutto il mondo dal Kodak Theatre di Los Angeles, ha regalato più di uno spunto di riflessione, ed è particolarmente interessante quest’anno, alla vigilia del “grande martedì” di primarie presidenziali per entrambi gli schieramenti classici della politica Usa, capire il posizionamento di Hollywood nella campagna elettorale sanguinosa che ci accompagnerà da qui al voto di novembre.

Ma per tirar fuori qualche riflessione dalla scelta dei premi bisogna prima elencarli, quindi andiamo con ordine. Era dagli anni Cinquanta e da “Il più grande spettacolo del mondo” di Cecil B. De Mille che il vincitore dell’Oscar per il miglior film non doveva accontentarsi di due sole statuette: “Il caso Spotlight ” di Tom McCarthy abbina a quello principale soltanto l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale. Si premiano quindi il tema importante, la pedofilia all’interno della Chiesa, e la rigorosa struttura dello script, mirabile esempio di contiguità tra tono del racconto e stile della narrazione.

L’emotività e il cuore, due mancanze spesso rilevate da più parti per il pur riuscito film di McCarthy, devono forzatamente essere lasciate da parte quando si sta conducendo un’inchiesta giornalistica, pena l’inquinamento delle prove o l’eccessivo amore verso la propria tesi. Visto da questa angolazione, dunque, il premio rappresenta un inno al buon giornalismo che non possiamo che apprezzare, anche se le nostre preferenze andavano decisamente da altre parti.

Tre Oscar per il “Revenant” di Alejandro G. Iñárritu, di sicuro i più chiacchierati di tutti: il terzo Oscar consecutivo al direttore della fotografia Emmanuel Lubezki dopo quelli ricevuti per “Gravity” e “Birdman” (record assoluto), il secondo consecutivo per la regia a Iñárritu (il regista entra nel ristretto club che finora comprendeva soltanto John Ford e Joseph Mankiewicz) e il tanto sospirato Oscar all’attore protagonista Leonardo DiCaprio (che fa centro al quinto tentativo). Esibizione muscolare di sterile virtuosismo o kolossal dell’anima? I partiti sono formati, ai posteri l’ardua sentenza. Noi possiamo solo augurarci che l’asticella che i due messicani stanno continuando ad alzare (era messicano anche Alfonso Cuarón, il regista di “Gravity”, ormai è una vera e propria colonizzazione) non porti a tronfi esercizi di stile ma a capitoli importanti per la Settima Arte e per la sua innovazione tecnica e tecnologica.

Noi avremmo preferito che l’Oscar andasse George Miller, il regista di “Mad Max: Fury Roadanche solo per coerenza: premiare in blocco tutta la sua squadra tecnica (Oscar a scenografia, montaggio, sonoro, montaggio sonoro, costumi e trucco) e non lui, ringraziato sul palco da ognuno dei premiati come totale artefice della visione da cui è scaturito il film, a nostro parere è apparsa davvero una scelta surreale. Ma non distante dalla concezione della regia cinematografica classicamente premiata dall’Academy, non la perizia tecnica ma l’esibizione di stile, non il lavoro quotidiano sul set ma la patina arty che spesso serve a dare maggiore dignità artistica a prodotti audiovisivi che di loro non ne avrebbero poi molta. Ma dobbiamo forzatamente mettere da parte questo discorso per altre occasioni, qui lo spazio è tiranno e tocca andare avanti.

I premi alle attrici, protagonista e non, hanno privilegiato la gioventù, la freschezza, il nuovo che avanza. Possiamo tranquillamente parlare di DUE attrici protagoniste nel caso di Brie Larson (unico Oscar per “Room” di Lenny Abrahamson) e Alicia Vikander (altrettanto unico Oscar per “The Danish Girl” di Tom Hooper): la presenza di quest’ultima nella categoria minore pur rivestendo un effettivo ruolo di coprotagonista è uno di quei giochetti messi in campo dalle majors per ottimizzare il risultato (ne parlavamo qui), entrambe premiate e niente scontro fratricida tra due delle interpretazioni sicuramente più apprezzate dell’anno. Ci sanguina comunque il cuore per la bocciatura delle protagoniste di “Caro”l di Todd Haynes (Cate Blanchett e Rooney Mara) e per la splendida Kate Winslet di “Steve Jobs” di Danny Boyle, i due grandi delusi della serata insieme a “The Martian” di Ridley Scott (sette nomination, nessuna delle quali tramutata in premio).

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Brie Larson

Nessun dubbio sul miglior film straniero,”Il figlio di Saul” di László Nemes doveva vincere e non si è lasciato scappare la statuetta. Il suo avversario più potente,”Il club” di Pablo Larraín, era rimasto a casa, anche per non inflazionare, probabilmente, il tema degli scandali ecclesiastici già rappresentato da “Spotlight”.

E, alla vigilia, non c’era nessun dubbio nemmeno sul fatto che “Amy di Asif Kapadia avrebbe trionfato tra i documentari. Qui due parole però bisogna spenderle, uscendo per un attimo dall’imparzialità che ha caratterizzato e (spero) caratterizzerà queste brevi righe: davvero questo compitino anche ben svolto può sovrastare un’opera epocale come “The Look of Silence” di Joshua Oppenheimer? E se invece bisognava proprio rivolgersi alla musica, omaggiare l’immensa figura artistica di Nina Simone (“What Happened, Miss Simone?” di Liz Garbus), anche in funzione della polemica sulla mancanza di attori di colore nelle candidature, non era forse meglio invece di beatificare così presto Amy Winehouse?

Torniamo nei ranghi, soltanto per parlare velocemente di un altro premio scontato, quello il miglior film d’animazione: “Inside Out” di Pete Docter e Ronnie del Carmen era il favorito annunciato, ed ha giustamente tramutato i pronostici in vittoria, la concorrenza c’era ed era agguerrita ma qui davvero nessun dubbio o critica, parla da sola la forza dirompente del capolavoro Pixar.

Abbiamo lasciato per ultimi i due Oscar che si portano dietro le storie più appassionanti dell’intera serata (“Spectre ha consegnato l’ennesimo Oscar alla miglior canzone alla saga bondiana, ma c’era davvero bisogno di specificarlo?), quello per il miglior attore non protagonista e quello per la miglior colonna sonora originale.

Sylvester Stallone era prontissimo a ricevere un’altra standing ovation da amici e colleghi dopo quella tributatagli ai Globes, ma l’urlo gli è rimasto in gola: la spia russa interpretata da Mark Rylance (unica statuetta per il meraviglioso “Ponte delle spie” di Steven Spielberg) è spuntata all’ultima curva ed ha sorpassato il vecchio Sly sulla dirittura d’arrivo del miglior ruolo di supporto.

Un’interpretazione fatta di semitoni, quella di Rylance, di tic, tesa a valorizzare al massimo il ruolo scritto (tra gli altri) da quei geniacci dei fratelli Coen. Anche in questo caso, bisogna calarsi nella mentalità dell’Academy per capire e attenuare la sorpresa. Hollywood, per onorare carriere o (come in questo caso) personaggi, concede l’Oscar alla carriera, nel caso specifico premia sempre il merito, o quantomeno quello che i giurati credono sia il più meritevole. E questa volta siamo d’accordo con loro, anche se probabilmente ci saremmo nuovamente commossi nel vedere il vecchio orso (decisamente l’animale simbolo di questa edizione) Sly piangere e biascicare ringraziamenti.

Doppia soddisfazione per quanto riguarda il capitolo colonna sonora, unica statuetta per “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino e, soprattutto, primo Oscar per il maestro Ennio Morricone (ma ne aveva già avuto uno alla carriera). L’ultraottantenne compositore italiano riceve il premio dalle mani di Quincy Jones e, con voce tremante, pronuncia il suo breve e toccante discorso (in italiano) dedicando la musica (non l’Oscar, LA MUSICA, grande stile) alla moglie Maria. Tutti contenti, e ci mancherebbe altro, e una domanda: ma davvero Morricone, che lavora all’estero da più di quarant’anni, non spiccica una parola d’inglese? Per quella generazione, non c’è nulla da fare, la lingua straniera rimane una barriera culturalmente invalicabile.

Diamo un’occhiata ora allo show vero e proprio. L’atteso monologo iniziale del comico afroamericano Chris Rock è quasi interamente incentrato sulla polemica degli Oscars so White, e c’era da aspettarselo. Un’infilata di battute riuscite (“Perché nel 1962 non ci arrabbiavamo se non c’erano candidati neri? Perché avevamo problemi seri di cui preoccuparci. È difficile pensare alla migliore fotografia mentre ti linciano”, “Nella categoria in memoriam ci saranno neri uccisi dalla polizia mentre andavano al cinema” “Jada Pinkett-Smith che boicotta gli Oscar è come se io boicottassi le mutande di Rihanna. Non sono stato invitato”) è però seguita da una reiterazione del tema probabilmente eccessiva ed irritante.

E anche il momento della raccolta fondi per i biscotti delle piccole scout (tentativo di replicare lo sketch della pizza di Ellen DeGeneres di due anni fa) non scalda troppo la platea. Meglio del Neal Patrick Harris dello scorso anno, ma ci attendevano di più da grandi fan del Rock stand-up comedian (e grandi detrattori del Rock attore cinematografico).

La presentazione migliore di tutte è quella di un altro grande comico, Louis C.K., che, introducendo il premio per il miglior corto documentario, proclama l’importanza assoluta di questo Oscar, che premia gente povera e sfigata alla quale la vittoria può DAVVERO cambiare la vita, mentre il resto dei miliardari hollywoodiani sono comunque tutti vincitori. Nella vita.

Un cambio anche per l’ordine di consegna dei premi, che quest’anno è partito dalle due sceneggiature. La motivazione ufficiale? Ricalcare il processo di composizione di un film, dal copione fino al prodotto finito. Il retropensiero? Collocare a inizio serata, prima quindi dell’arrivo del grande pubblico alla tv, i due premi politici (quello per il miglior adattamento è andato a Charles Randolph e Adam McKay per “La grande scommessa”) per il timore di discorsi di accettazione scomodi. Che non sono mancati. “Non votate per candidati collusi con le lobbies” è un messaggio chiaro e diretto, gancio perfetto per tornare a quanto dicevamo all’inizio.

Come si colloca Hollywood nella corsa alla Casa Bianca prossima a partire? Sempre all’insegna dell’ecumenismo democratico, onnicomprensivo o politically correct, dipende dai gusti. Oltre al risarcimento umoristico di Chris Rock per gli afroamericani, durante la serata si è parlato anche di violenza sessuale (Lady Gaga e la sua canzone candidata), ecologia e rispetto dei nativi americani (tutto il team “Revenant”), tematiche LGBT, di tutto un po’. E vogliamo interpretare, probabilmente è una forzatura ma ne siamo consapevoli, i premi ai messicani Iñárritu e Lubezki come una forte risposta all’agghiacciante discorso pronunciato dal candidato repubblicano in pectore Donald Trump qualche sera fa in Texas, e alla sua folle proposta di chiudere il confine con il Messico con un muro perimetrale.

Hollywood non si smentisce mai: piccoli passi avanti, con prudenza, a rimorchio del sentire comune e raramente ad anticiparlo (con l’eccezione degli anni Settanta, come si diceva nella storia degli Oscar pubblicata di recente). Chiudiamo dunque il sipario, appuntamento al prossimo anno e vi lasciamo, come è sempre bene fare visto che non siamo depositari di nessuna risposta, con un paio di ulteriori domande: com’è possibile che qualcuno di età superiore ai dieci anni possa trovare simpatici e divertenti gli orrendi Minions (qui chiamati in causa per premiare il miglior corto animato)? Non è possibile studiare come si organizza un lungo show con ritmi serrati che scorre via che è un piacere per evitare la pessima figura che solitamente fa il cinema italiano sul palco dei David di Donatello? E, per tornare seri, come è possibile che nella sfilata dell’ In Memoriam non trovino posto artisti giganteschi mancati recentemente come Jacques Rivette e Andrej Zulawski?

 

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