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Oscar 2017 — Cinema e politica, l’urlo di Hollywood terrorizza Trump?

Se le polemiche ce le aspettiamo persino dal Festival di Sanremo, figurarsi dalla Notte degli Oscar. E, se agli Oscar polemiche e gesti politici si ripropongono ogni anno, figurarsi in questa prima edizione sotto la presidenza di Donald J. Trump, che gran parte degli artisti e professionisti di Hollywood ha osteggiato già prima della sua elezione e non ha certo smesso di protestare dopo.

D’altro canto il popolo di Trump, quella parte di America profonda che ne condivide e sostiene l’attitudine patriottica e le promesse di protezionismo, ha già presentito che il palco del Dolby Theater quest’anno non ospiterà solo celebrazione della fantasia, discorsi sull’arte e l’industria del cinema e abiti d’alta moda. Quest’anno praticamente chiunque calcherà quel palco dirà la sua contro Donald Trump e tutto l’universo di intolleranza, fanatismo e altre nostalgie antidemocratiche che gli orbita intorno.

Proprio ieri Trump (con un tweet, ovviamente) ha chiamato all’adunata i suoi seguaci, ché organizzassero una protesta in risposta a quelle liberali. Intanto l’hashtag #boycottoscars, benché feroce, stenta a diventare tendenza. Boicottare la TV è difficile. Homer Simpson, abbracciando la sua, promise: «Non litighiamo mai più». E “I Simpson” è la Bibbia del popolo americano.

Ma quanto è montata questa indignazione che inonda le strade di Los Angeles in questi giorni? Quanto è spettacolo? Quanto politica? Quanto impegno civile genuino?

IL CLAMORE, FINORA

La cerimonia degli Oscar sarà quella con il maggior numero di occhi puntati addosso, non v’è dubbio. Ma la Resistenza degli artisti al nazionalismo trumpiano non ha certo aspettato che si aprisse il sipario più prestigioso. Ogni occasione è servita a comunicare il disappunto del mondo dell’arte, che fossero le manifestazioni come le Women’s March nelle maggiori città del mondo o altre cerimonie glamour come quella di consegna dei Golden Globe. Il memorabile discorso di Meryl Streep in occasione del suo premio alla carriera ha più clamorosamente dato il via alle proteste di attori e cineasti. Poco hanno potuto i tentativi di moderazione di artisti altrettanto celebri e rispettabili come Matthew McConaughey.

Poi vennero i SAG Award, i premi del sindacato degli attori, dove persino dalla serie televisiva meno sospettabile (“Stranger Things”) è arrivata la chiamata alle armi più infiammante, per voce dell’attore David Harbour:

Noi, americani del Midwest del 1983,” (in riferimento ai personaggi della serie, ndr) “rifiuteremo i bulli, accoglieremo gli strambi e gli emarginati, quelli senza piú una casa, supereremo le bugie, e daremo la caccia ai mostri!

Persino durante la cerimonia più disgraziata, quella dei premi Annie per l’industria dell’animazione, trasmessa in streaming e vista da circa nessuno, con artisti conosciuti solo dagli addetti ai lavori (una comunità incredibilmente multietnica), i vincitori hanno inveito continuamente contro Trump e la sua amministrazione.

E la protesta è dilagata anche ai César, i premi del cinema francese, dove George Clooney ha ritirato un premio alla carriera e approfittato per fare anche lui un discorso contro Donald Trump, in un siparietto con l’amico e collega Jean Dujardin.

Ultima in ordine di tempo, la protesta “United Voices” degli artisti dell’agenzia United Talent Agency, con le ennesime incitazioni alla resistenza, stavolta da parte di nomi come Jodie Foster e Michael J. Fox, e un videomessaggio dall’Iran di Asghar Farhadi.

L’AMERICA CHIARA

Non si tratta solo di Trump, però. La concentrazione di temi impegnativi nei 62 film e cortometraggi candidati in praticamente tutte le ventiquattro categorie, anche quelle minori, quest’anno è notevole. E fra i temi impegnativi non ci sono solo quelli in conflitto con le campagne plebiscitarie di Trump ma anche l’autoanalisi della società americana. Alcuni dei film candidati sono addirittura beniamini dei conservatori, inni al patriottismo, storie di riscatto degli ultimi: l’eroe di guerra di “La battaglia di Hacksaw Ridge”, guardie e ladri di “Hell or High Water”, il “miracolo dell’Hudson” nel “Sully” di Clint Eastwood, il giornalista americano sgozzato dall’IS del documentario “Jim: The James Foley Story”, i lavoratori delle piattaforme petrolifere di “Deepwater”, le persecuzioni cristiane del “Silence” di Martin Scorsese; una nomination l’ha agguantata persino il discutibile “13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi” di Michael Bay, con la critica a Hillary Clinton ai tempi della sua Segreteria di Stato.

[Il nostro commento alle nomination, prima parte e seconda parte]

Ma l’autoanalisi della nazione più potente del monto non può certo essere solo consolatoria. Se il trionfatore annunciato di questa edizione è tutto fuorché un film impegnato (“La La Landcon le sue quattordici nomination), fra gli altri candidati a Miglior film troviamo film introspettivi come “Arrival”, dove si l’arrivo degli alieni si rispecchia nei ricordi di una madre e di una figlia, o “Manchester by the Sea” dove qualunque possibile critica alla società è sopraffatta dal vortice del lutto.

Alcuni film più sfortunati trattano temi che quest’anno, purtroppo, non andavano abbastanza di moda. La formazione femminista nel secolo scorso di “20th Century Women”, o l’ecologismo di “Captain Fantatic” difficilmente offiranno argomenti di discussione su quel palco, ma certi autori indipendenti non hanno bisogno di scuse per prendere una posizione contro l’oppressione. Anche i documentari come “Life, Animated” e “Extremis”, con le loro storie di dolore e difficoltà umane, stenteranno a suscitare la solidarietà del pubblico. Troppa indignazione politica, quest’anno, per pensare all’autismo o all’eutanasia: sarà per l’anno prossimo.

Vi risparmio, poi, il conto di film per famiglie, fantasy, melodrammi, commedie e storie personali. Questi, e i film citati finora, arrivano a 69 nomination sul totale di 122. Abbiamo girato la boa della lista dei candidati di questa edizione degli Oscar, e i boicottatori non hanno ancora da preoccuparsi eccessivamente.

AFFARI ESTERI

Altre 30 nomination vanno in quota non americana (più o meno: “Jackie”, ad esempio, è tecnicamente una produzione cilena, ma cavolo se non è una storia americana!).

La gran parte di questi film stranieri si fanno gli affari propri e non portano certo grosse polemiche sul palco degli Oscar: animazioni strabilianti (“La tartaruga rossa”), romanzi di formazione (“La mia vita da Zucchina”, “Lion”), distopie assurde (“The Lobster”), straniamento moderno (“Elle”, “Vi presento Toni Erdmann”, il corto “Timecode”), miti tribali (“Tanna”), inglesi che fanno gli inglesi diolibenedica (“Florence”) e simpatici cortometraggi (“La femme et le TGV”, “Sing”).

E con questi abbiamo neutralizzato il potenziale polemico di 84 nomination, oltre i due terzi del totale.

[La nostra guida ai cortometraggi live-action, tutti europei]

Fra gli stranieri rimangono nove film (10 nomination in cinque categorie) che, qualora salissero sul palco, il teatro rischierebbe di venir giù.

Film storici che dalle nebbie dei dopoguerra rimettono in discussione convinzioni oggi tornate maggioritarie: “Land of Mine” dalla Danimarca, e l’orrore della vendetta dei vincitori; il cortometraggio francese “Ennemis intèrieurs” (“Nemici interni”), sul vero significato di “cittadinanza”.

Fuocoammare” e il cortometraggio documentario “4.1 Miles” portano con loro drammatici appelli alla sensibilizzazione degli americani verso i traffici umani sul Mediterraneo, mentre esempi indicativi, drammatici e commoventi, di integrazione fra i migranti africani e mediorientali nel cuore dell’Europa occidentale ce li danno lo svedese “A Man Called Ove” (candidato a Miglior film straniero e al Miglior trucco), il corto danese “Silent Nights” e il corto documentario inglese “Watani: My Homeland”.

Un altro cortometraggio documentario, “Caschi bianchi” si occupa della guerra in Siria. La delegazione di soccorritori soggetti del documentario era stata invitata agli Oscar e, dopo un primo divieto, ha ottenuto il visto d’ingresso. Ma hanno comunicato che non parteciperanno alla cerimonia, a causa dell’intensificarsi dei bombardamenti a Aleppo nelle ultime ore.

[La nostra guida ai cortometraggi documentari, disponibili online e su Netflix]

E nel caso del film iraniano “Il cliente”, anche se la storia raccontata non ha a che fare con i temi scottanti di questi mesi, è il film straniero che assorbe la maggiore attenzione per via della sua nazionalità che rischiava di compromettere la presenza degli autori alla cerimonia. Nonostante il divieto di ingresso ordinato da Trump sia stato poi annullato dalla giustizia americana, il regista Asghar Farhadi e il resto della delegazione iraniana diserteranno la cerimonia in segno di protesta.

Alla vigilia di una nuova iniziativa della Casa Bianca contro l’immigrazione, e all’ombra del paventato Muro col Messico, una vittoria di uno qualunque di questi film offrirà risonanza a accorati gridi di allarme, quando non a gesti eclatanti. Una lezione dagli artisti e i giornalisti/documentaristi a Trump e alla sua gente, ma anche a un’Europa sull’orlo della stessa sorte americana.

Se non fosse ancora chiaro che sul palco si protesterà duramente, i registi di tutti e cinque i film candidati nella categoria Miglior film in lingua straniera hanno appena diffuso un comunicato congiunto dove mettono nero su bianco che, chiunque lo vinca, questo Oscar sarà si opporrà a ogni spirito nazionalista:

A nome di tutti i candidati, vogliamo esprimere il nostro dissenso forte e unanime per il clima di fanastimo e nazionalismo che osserviamo oggi negli Stati Uniti e in tanti altri Paesi, in parte della popolazione e, ancora peggio, fra i politici che le guidano. [...]

L’AMERICA OSCURA

Non era mia intenzione fare giochi di parole. È una coincidenza se è contro la gente nera che gli americani hanno svelato l’aspetto più oscuro della loro coscienza individuale e collettiva.

Quest’anno agli Oscar ben otto film ce lo raccontano, che hanno raccolto 20 nomination in tutto. E stavolta Trump non c’entra perché tutte queste questioni sono vecchie, vecchie come l’“atletica democrazia” americana.

Un film d’animazione, probabile vincitore, si è fatto portabandiera dell’anti-razzismo quest’anno, e anche in virtù di questo è il probabile vincitore della sua categoria. Parliamo di “Zootropolis”, un film che, senza alcuna ingenuità, espone un contrasto allegorico (prede contro predatori) che non è poi così distante dalla cruda realtà americana di gente in balìa di paure e pregiudizi.

Dopo due annate infamate dall’assenza di candidati di colore, quest’anno la comunità afro-americana colonizza l’attenzione delle categorie principali: “Moonlight” (i neri e l’omosessualità), “Barriere”, “Il diritto di contare” e “Loving” (i neri, le donne e l’onta della segregazione razziale). Coincidenze? Contentini? Nessuna delle due cose. In questi ultimi tre anni è evidentemente arrivata dal pubblico una maggiore domanda di storie “diverse” (ricalcando il significato della parola americana “diversity” che si riferisce alla varietà di scelte, temi, rappresentanze in un gruppo) a cui i produttori e distributori hanno prontamente risposto.

Nella tendenza rientrano anche altri film sul tema, che hanno mancato l’appello agli Oscar, come “The Birth of a Nation” (vittima degli scandali che hanno travolto il suo autore Nate Parker) e “Free State of Jones” (vittima di una saturazione del tema della schiavitù dopo film di successo come “Django Unchained” e “12 anni schiavo”). Sceneggiature illuminanti e interpretazioni magistrali, film solidi e emozionanti che non permettono alcun dubbio riguardo qualsivoglia concessione fatta a tavolino: è perfetto materiale da Oscar e in certi casi da libri di storia del cinema. E una loro vittoria (quasi certa, almeno per “Barriere” e “Moonlight”) è ovviamente occasione di portare sul palco la lotta, alla luce dei conflitti fra comunità nere e Polizia: conflitti che precedono l’amministrazione Trump, ma che Trump carezza fra quella parte del suo elettorato che rivendica intolleranza e superiorità.

È dai documentari che arriva però il colpo più duro per i sentimenti nazionalisti americani. L’ascesa e declino della star del football e della TV O.J. Simpson sullo sfondo degli scontri razziali di Los Angeles nel megadocumentario di otto ore “O.J.: Made in America”; il cavillo disumano ancora iscritto nella Costituzione americana, il tredicesimo emendamento che “giustifica” lo schiavismo in “13th” di Ava DuVernay; gli studi e la lotta dello scrittore James Baldwin tratto dal suo manoscritto incompiuto e raccontato da Samuel L. Jackson nel film di Raoul Peck “I Am Not Your Negro”. Documentari che toccano marginalmente o affatto la “scesa in campo” di Donald Trump ma che ripercorrono decenni di storia americana, riesumando colpe e meriti di presidenti tanto democratici quanto repubblicani, da Kennedy fino a Obama.

L’URLO DEL CINEMA TERRORIZZA TRUMP. E VICEVERSA.

Di fatto solo gli stranieri si rivolgono direttamente al nuovo presidente americano e alle sue politiche sull’immigrazione, cui si è dedicato nel primo mese in carica. È degli stranieri che Donald Trump ha paura. E non sembra essere pronto a gestire queste proteste.

È Hollywood, invece, che ha paura di Donald Trump: delle sue promesse, della sua propaganda, della nostalgia che riesuma, degli anni di lotta che potrebbe cancellare in un attimo con una firma. Trump terrorizza il mondo della cultura, il mondo liberale. Qualunque dichiarazione o gesto che saranno evocati al Dolby Theater questa notte sono mere barricate. È l’America libera, e Hollywood in essa, che si è stata preparando finora. Stanotte sarà pronta?

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