Home > Rubriche > Eventi > Oscar 2017 – Da La La Land a Moonlight, un commento

Oscar 2017 – Da La La Land a Moonlight, un commento

Nell’anno della sua rinascita artistica e commerciale (grazie alla Blumhouse e a “Split”), M.Night Shyamalan deve aver scritto, inaspettatamente, anche il finale della Notte degli Oscar 2017. Lo stesso regista ha scherzato su questo con un tweet, ma il colpo di scena finale della serata di premiazione è degno de “Il sesto senso” e inevitabilmente rischia di oscurare tutto il resto.

Facciamo un breve riassunto: Warren Beatty e Faye Dunaway, per celebrare i cinquant’anni del capolavoro “Gangster Story” che lanciò entrambi, sono designati per premiare il miglior film. Beatty apre la busta, tentenna, cerca meglio, estrae il cartoncino, lo mostra alla Dunaway, che finalmente urla: “La La Land“! Giubilo della delegazione, partono i discorsi di ringraziamento dei produttori ma, sullo sfondo, si nota che qualcosa sta andando come non dovrebbe: un addetto cerca spasmodicamente di recuperare la busta con il nome del vincitore, Beatty fa delle smorfie, torna sul palco anche il presentatore della serata Jimmy Kimmel.

A quel punto il produttore di “La La Land” Jordan Horowitz, già con la statuetta in mano, annuncia che il vincitore è “Moonlight” e non il suo film, e che c’è stato un errore. Beatty si riappropria del microfono e chiarisce l’arcano: tra le sue mani è arrivata la busta sbagliata, quella dove era contenuta la migliore attrice, e motiva così il suo tentennamento. Un episodio che rimarrà nella storia, un disguido tecnico imbarazzante sotto gli occhi dell’intero pianeta, che, per di più, non accade in occasione di un premio minore ma di quello principale. E quindi, dopo questa rutilante serie di eventi, è il dramma di Barry Jenkins a vincere il terzo premio della serata, dopo quelli per il miglior attore non protagonista (Mahershala Ali) e per la sceneggiatura non originale, tratta da un testo mai messo in scena, uno dei tanti focolai di polemica in questa controversa edizione degli Academy Awards.

Ma andiamo con ordine, sottolineando il risultato comunque notevole per “La La Land” che (seppure a fronte di 14 nominations) si porta comunque a casa sei statuette, tra cui la regia per Damien Chazelle, vincitore più giovane di sempre, e il premio per la migliore attrice protagonista alla splendida Emma Stone. Scontati i premi per colonna sonora e la canzone (il dubbio era solo tra “City of Stars” e “Audition”, entrambe opera del team di autori capitanato da Justin Hurwitz). Scenografia e la rutilante fotografia dello svedese Linus Sandgren (dopo la tripletta messicana di Lubezki ancora Oscar “straniero” nella categoria) completano il quadro, e fanno del musical citazionista e moderno al contempo il “vincitore” in termini meramente numerici della serata.

Il premio maggiore a “Moonlight” era comunque nell’aria, visto il momento politicamente complicato nel quale si trova l’Academy (e il mondo intero) in questo momento, schierata in forze contro i provvedimenti e le azioni del Presidente eletto Donald J. Trump, e vista anche la polemica dell’anno passato relativa alla totale mancanza di candidature afroamericane. Ma sarebbe strumentale attribuire solo a questo la vittoria: anche nel 2016 ci fu un film che razziò tanti premi tecnici, lo strepitoso “Mad Max: Fury Road”, ma poi la statuetta principale andò a “Il caso Spotlight”. È già successo, succederà ancora. L’impressione è che possa finire nel dimenticatoio come il suo predecessore molto presto, ma sarà solo il tempo a dare le sentenze definitive.

Casey Affleck strappa la statuetta come miglior attore a un visibilmente deluso Denzel Washington, e sancisce l’mportanza capitale dell’accoppiata Matt Damon – Ben Affleck nell’industria hollywoodiana. Il primo è produttore di “Manchester by the Sea“, annuncia insieme all’amico il premio per la miglior sceneggiatura a Kenneth Lonergan (i due avevano vinto un Oscar in coppia come sceneggiatori di “Will Hunting” di Gus Van Sant in giovanissima età), rinuncia al ruolo di protagonista per imporre Casey, e porta a casa il risultato. Meritata statuetta comunque, a nostro avviso, per un’interpretazione trattenuta e intensa al contempo, un miracolo di equilibrio recitativo. Denzel può consolarsi parzialmente con il premio a Viola Davis, sua consorte in “Barriere”, coprotagonista effettiva ma “relegata” nella categoria dei ruoli di supporto per la minore concorrenza.

Scelta fatta anche da Harvey Weinstein per il Dev Patel di “Lion” (e qui si sfiora il ridicolo, perchè l’attore di origine indiana è l’assoluto protagonista della modesta pellicola) e che, per la legge del contrappasso e per la bravura di Maershala Ali, non ha giustamente pagato. Il nostro cuore batteva per i due polverosi “sceriffi” di Jeff Bridges e Michael Shannon, ma con nessun speranza effettiva.

Ampiamente pronosticato il miglior film d’animazione per “Zootropolis“, Disney con Lasseter in cabina di regia alla produzione, premio meritato come l’immancabile premio dell’anno alla Pixar vera e propria, con il miglior corto animato “Piper”. Premi meritati ma, a parere di chi scrive, ormai ridondanti e “inutili”. L’animazione è il settore più vivo del cinema mondiale, le case di produzione sono tante e ben rappresentate anche nelle cinquine, premiare sempre la stessa eccellenza, quella più ricca e potente, comincia a dare una sensazione d’incompiuto. Auspichiamo maggior coraggio nelle prossime edizioni, a volte una nomination non basta per legittimare uno stile o un gruppo di lavoro. Claude Barras (“La mia vita da Zucchina”) e Michael Dudok de Witt (“La tartaruga rossa”) sono arrivati a un passo dall’Olimpo anche questa volta, così come Tom Moore negli anni passati, per fare un solo nome: inizia a non bastare più, Pixar e Disney fanno un lavoro magnifico, e lo sappiamo tutti, per una volta la luce dei riflettori potrebbe anche illuminare qualcos’altro.

Il premio per il miglior documentario va al fluviale “O.J. Made in America” di Ezra Edelman, e qui rimane a bocca asciutta il nostro Gianfranco Rosi e il suo “Fuocoammare”. Giusto così, per noi, con l’Italia che si consola con il premio ai truccatori Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini (insieme a Christopher Nelson): non riusciamo ad esultare fino in fondo, perchè insignire di una statuetta “Suicide Squad” va contro ogni valutazine artistica ed estetica. Ottimo lavoro per la coppia italiana comunque, unico valore produttivo notevole in una produzione sostanzialmente fallimentare.

Capitolo miglior film straniero, dove merito e segnale politico sono finalmente abbarbicati in un connubio fecondo: Asghar Farhadi vince il secondo Oscar (dopo “Una separazione” nel 2012) con “Il cliente”, e rifiuta di avere una deroga al Muslim Ban che colpisce i suoi connazionali iraniani e quelli di altri sei Paesi a maggioranza musulmana. Decisione inappuntabile e inevitabile, al momento della premiazione viene letta sul palco una dichiarazione del regista che spiega il motivo della sua assenza. Con le sanguinose defezioni di “Elle” e “Neruda” nella cinquina, era davvero il premio più giusto.

Veloce sguardo alle categorie tecniche: un premio per “Animali fantastici e dove trovarli” (quarto Oscar personale per la costumista Colleen Atwood) e per “Il libro della Jungla” e i suoi meravigliosi effetti visivi. Devono accontentarsi di premi tecnici anche due tra i plurinominati, con “Arrival” che trionfa soltanto per il miglior montaggio sonoro e “La battaglia di Hacksaw Ridge” che invece porta a casa montaggio E sonoro. A quest’ultimo premio è legata la storia più interessante della serata, con Kevin O’Connell premiato finalmente alla VENTUNESIMA nomination, altro che Di Caprio.

Parliamo, in chiusura, dello spettacolo organizzato intorno alle premiazioni. Il presentatore Jimmy Kimmel svolge bene il suo ruolo, un monologo d’apertura meno incisivo di quanto si attendeva ma poi svariati interventi sostanzialmente riusciti, ironici e dissacratori. Da segnalare i tanti siparietti con Matt Damon, che si sbeffeggiare e sta al gioco magnificamente, il tormentone sulla “sopravvalutata” Meryl Streep (era stato Trump a definirla così dopo l’appassionato discorso dell’attrice ai Golden Globes) e la sorpresa per ignari turisti che vengono catapultati all’interno del Kodak Theatre convinti di entrare in una mostra, entusiasti di attraversare la prima fila e stringere la mano a tutte le star presenti.

Il momento più “cult”? Seth Rogen e Michael J. Fox che arrivano a consegnare un premio a bordo della DeLorean di “Ritorno al futuro”, con Rogen che indossa una replica delle mitologiche scarpe con gli autolacci che facevano la loro comparsa nel secondo capitolo della trilogia.

Il momento che nessun dimenticherà? Indubbiamente quello con il quale abbiamo aperto queste riflessioni, il pasticciaccio brutto del Sunset Boulevard. Talmente dilettantesco come errore, che non può non prestarsi a interpretazioni metacinematografiche: Damien Chazelle che si trova e rivivere il finale del suo film è quella più affascinante e divertente. Tanto di cappello per la signorilità con la quale la delegazione di “La La Land” lascia il palco ai veri vincitori, per una sorta di happy end (per alcuni, per chi vi parla una chiusura che lascia l’amaro in bocca sui livelli del depalmiano “Blow Out”, permettetemi l’ironica iperbole) che sembra davvero quello di un film. Se era tutto preordinato per dare corpo e interesse a una serata dove quasi tutte le previsioni della vigilia si sono rivelate esatte, ci dispiace solo che tutto questo sia stato fatto sulla pelle di due icone assolute come Beatty e la Dunaway, oggi sbeffeggiate in ogni dove. Il finale di “Gangster Story”, dove i loro corpi venivano crivellati dalle pallottole consegnando i rapinatori Bonnie & Clyde alla leggenda, era molto meno crudele di questo.

Scroll To Top