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Oscar 2017: Guida ai cortometraggi – Documentari

I corti documentari selezionati ogni anno dai documentaristi membri dell’Academy sono sempre i piú duri. Testimonianze di eventi e condizioni al limite dell’umano, difficili da digerire, che inducano rabbia o compassione. Quest’anno poi, come abbiamo già visto nel caso dei cortometraggi live-action, la guerra, le migrazioni e l’integrazione domandano attenzione piú del solito. Uno dei cinque nominati di quest’anno è più leggero, ma anche il meno interessante.

Due di questi documentari sono disponibili su Netflix e inclusi nell’abbonamento. Altri due sono stati resi disponibili liberamente su internet. Li abbiamo segnalati nell’articolo.

Shorts HD, come ogni anno, mette a disposizione il programma completo dei corti per l’acquisto o il noleggio su iTunes e altre piattaforme di video on demand dal 21 febbraio, anche se in Italia la categoria dei documentari non è accessibile, probabilmente per ragioni di diritti.

Ecco il mio commento sui cinque cortometraggi documentari, in ordine di preferenza dal migliore in giú.

WATANI: MY HOMELAND

di Marcel Mettelsiefen (Regno Unito, 39′) (trailer)
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Mettelsiefen segue la famiglia siriana di un comandante ribelle: uno scorcio fra i resti di Aleppo, dove una donna cresce i suoi quattro figli nel terrore della guerra civile, immersi nell’ideologia della rivoluzione e nell’imminenza di imbracciare le armi loro stessi. Un giorno il padre e marito non fa ritorno dalla sua missione, probabilmente catturato dai guerriglieri dello Stato Islamico; probabilmente morto. Con il dubbio agghiacciante sulle sorti del padre (a tutt’oggi ignote) la famiglia decide di lasciare il paese, con regolari visti. Sono accolti in un caratteristico borgo medievale tedesco dove i cinque tentano di ricominciare la loro vita, fra la nostalgia della Siria e la costante meraviglia per il mondo occidentale.

Un’epopea familiare struggente e appassionante, grazie all’entusiasmo dei quattro ragazzini; una testimonianza esclusiva e puntuale dal caldissimo fronte di Aleppo; l’ennesima esortazione a rimanere umani nonostante l’assuefazione alle notizie.

4.1 MILES

di Daphne Matziaraki (Stati Uniti/Grecia, 26′) (The New York Times)

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L’espressione “pugno allo stomaco” è stata coniata per racconti come questo.

“4.1 Miles” fa il paio con il documentario di Gianfranco Rosi “Fuocoammare”, anzi ci va giú ancora piú duro. Daphne Matziaraki sale su una vedetta della guardia costiera greca e raccota il drammatico (per usare un eufemismo) salvataggio di una carretta del mare carica di profughi afgani nei pressi dell’isola di Lesbo, a quattro miglia e dieci dalla costa turca.

Ammassata lei stessa fra profughi in stato di shock e bambini urlanti, soccorritori stremati (non addestrati né psicologicamente preparati allo straordinario e costante afflusso dei mesi precedenti) e corpi già cadaveri. I turisti, prima spettatori impotenti dalle terrazze dei bar, si ritrovano anche loro a collaborare con i soccorritori. Una presa di coscienza che a livello governativo e Comunitario dobbiamo ancora vedere.

Probabile vincitore.

EXTREMIS

di Dan Krauss (Stati Uniti, 24′) (Netflix)

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L’ho già detta la cosa del “pugno allo stomaco”? Ecco, ripetiamola. Vale nelle emergenze geopolitiche come nella atavica ironia della sorte. Due (e più) casi di pazienti in stato vegetativo o di dolore cronico, e le loro famiglie, davanti all’opzione dell’eutanasia. Fra drammi spirituali e razionalizzazioni impossibili, famiglie amorevoli nella disperazione e dottoresse di un’umanità e professionalità che non sembrano possibili.

Anche questo è un probabile vincitore per la sua carica emotiva disarmante, anche se non porta con sé il discorso politico che quest’anno ha dominato il cinema e le scelte dell’Academy.

JOE’S VIOLIN

di Kahane Cooperman (Stati Uniti, 24′) (The New Yorker)

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Un sopravvissuto dell’olocausto degli ebrei nella Seconda guerra mondiale decide di donare il suo violino per un’iniziativa della radio pubblica americana, che redistribuisce strumenti musicali agli studenti delle scuole piú problematiche. Joe, insieme al violino, lascia una lettera con la sua storia, cosa che colpisce gli organizzatori dell’iniziativa al punto da far incontrare Joe e la ragazzina assegnataria dello strumento.

Né Joe né la bambina sembano sentirsi coinvolti dalla pantomima che il circo mediatico cerca di costruire attorno a loro. La batosta emotiva degli altri documentari qui è cercata con un’insistenza a cui è spiacevole assistere, e alla fine nemmeno trovata.

CASCHI BIANCHI (THE WHITE HELMET)

di Orlando von Einsiedel (Stati Uniti, 41′) (Netflix)

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I Caschi bianchi sono la “protezione civile” siriana, auto-organizzatasi fra le file della resistenza all’invasione dell’IS. Sono sempre i primi a accorrere e prestare soccorso quando sentono un’esplosione, a costo di rimanere vittima di attacchi “a due tempi” mirati a decimare proprio i soccorritori. Per questo sono considerati da molti come degli eroi. Anche loro stessi si considerano degli eroi, costruendo una narrazione della loro opera che alla lunga mostra difetti di spontaneità.

Quando sono costretti a una trasferta all’estero per ulteriori addestramenti, li si vede assistere nervosi alla TV che mostra immagini di altri soccorritori.

Anche questo corto è un probabile vincitore (il regista è già stato nominato all’Oscar per il documentario di lungometraggio “Virunga”), ma la sua aura propagandistica fa un po’ storcere il naso.

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