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Oscar 2017 – Jackie di Pablo Larraín e Natalie Portman

Sì, “Jackiedi Pablo Larraín e Natalie Portman: questo straordinario film dedicato alla nascita del mito di Jackie Kennedy, candidato a tre premi Oscar (troppo pochi) e in uscita nei cinema italiani il 23 febbraio dopo l’anteprima alla scorsa Mostra di Venezia, è una portentosa creazione di regia su corpo d’attore, nella quale il lavoro di Larraín è inscindibile da quello di Portman, e tanto Larraín quanto Portman debbono essere considerati autori dell’opera.

La trama è stringata, e la conosciamo benissimo: il 35esimo presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy, viene assassinato a Dallas il 22 novembre 1963. La First Lady Jacqueline Lee Bouvier deve affrontare il lutto come essere umano, organizzare il funerale come donna di Stato, e consegnare all’eternità l’immagine del suo Jack, ma soprattutto la propria: Jacqueline deve creare Jackie, e deve farlo in fretta, pena l’oblio.

La sceneggiatura di Noah Oppenheim (il progetto è arrivato a Larraín tramite Darren Aronofsky, qui produttore) prende le mosse dall’intervista che la ormai ex First Lady rilasciò al giornalista di LIFE Theodore H. White subito dopo la morte del presidente, nella quale, tra le altre cose, citava l’amore di John per il musical “Camelot”: se ancora oggi gli anni della presidenza Kennedy sono ricordati come la Camelot Era, se i Kennedy hanno assunto nell’immaginario popolare il ruolo della famiglia reale d’America, lo dobbiamo a quelle parole stampate su LIFE.

“Nella fase iniziale delle mie ricerche ho scoperto, con mia grande sorpresa, come la mitologia di Camelot legata all’amministrazione Kennedy provenga proprio da quell’intervista rilasciata da Jackie una settimana dopo l’omicidio del marito – spiega Oppenheim – Io stesso credevo che il riferimento fosse pre-esistente ma no, è stato specificamente creato da lei in quei giorni”.

“And that last song, that last side of ‘Camelot’ is all that keeps running through my mind.
Don’t let it be forgot, that for one brief shining moment there was a Camelot.”

Senza la morte di JFK, insomma, non può esistere il mito. Se JFK non muore, non può nascere Jackie.

TESTA

“Jackie” è un film in primissimo piano: Pablo Larraín porta il nostro sguardo costantemente a pochi centimetri dalla testa di Natalie Portman, costringendoci a una vicinanza che è fonte di piacere (la bellezza stupefacente di quei lineamenti la conosciamo dal 1994) ma anche di disagio. Ho scritto testa, sì, e non semplicemente volto, perché la testa è occhi, pelle, bocca, ma anche cervello, punto di comando del corpo. E mentre la testa di Jack viene fatta a pezzi dal proiettile che lo uccide (una testa che era «così bella», ricorda lei con rimpianto), quella di Jackie resta salda, divora il fotogramma e assorbe su di sé tutta l’attenzione degli altri (compresa la nostra, naturalmente). Se il marito, il Presidente, esce di scena (simbolicamente ma anche letteralmente, perché stiamo guardando un film), allora l’unica protagonista della storia, o meglio dello spettacolo, resta lei: Jackie. E il primo, primissimo piano, l’extreme close-up, è il modo più efficace per affermarlo.

… with all due respect, you were at the center of it all, Mrs. Kennedy.
And I’d imagine, from that vantage, it was impossible to have any perspective.
But I can assure you – it was a spectacle.

Che cos’è il primo piano piano cinematografico? A cosa serve? Facciamola semplice, consultiamo la definizione data dall’Enciclopedia del Cinema Treccani: “Il complesso meccanismo dello star system, il cui peso in questo scorcio di 21esimo secolo non sembra essere diminuito di molto rispetto ai grandi fasti degli anni Trenta del Novecento, non potrebbe probabilmente funzionare così bene se il primo piano cinematografico, nella sua funzione ‘mitizzante’, non fosse mai esistito. Ciò che il primo piano produce al cinema è una rappresentazione del personaggio che non lo limita più alla componente del fare, bensì gli attribuisce anche quella dell’essere. […] Il volto mostrato in un primo piano si configura come una mappa di segni, una zona di frontiera tra il mondo esterno e quello interno […]. Il primo piano è il tentativo ‒ forse utopico ‒ del cinema di provare a definire l’interiorità di un personaggio […] con tutto quel sottile gioco di sfumature, allusioni e fertili ambiguità di cui il segno iconico è portatore”.

Se leggiamo queste righe pensando a “Jackie”, ecco che una fredda voce enciclopedica, volta a spiegare la grammatica del linguaggio filmico, si trasforma sotto i nostri occhi in un pezzo di pertinente critica cinematografica. E l’interiorità del personaggio di cui parla la Treccani, in “Jackie”, è più ambigua che mai, perché Jackie recita costantemente, s-velandosi (al funerale, il grande spettacolo orchestrato da Jackie, il velo nero nasconde il suo volto ma attrae il nostro sguardo) attraverso un’accurata messa in scena.

Anche nei momenti privati, quelli dove la macchina da presa fa lo sforzo di immaginare, attraverso il cinema, ciò che nessuno ha visto (i pianti di Jaqueline Kennedy nella solitudine della sua stanza, le spiegazioni date ai figli), Jackie recita per noi. Del resto l’attore cinematografico è sempre cieco, e non può vedere il suo pubblico né l’effetto che vi produce. Che faccia riferimento proprio a questo il dialogo tra Jackie e il sacerdote (John Hurt!), che le cita la parabola del cieco nato?

“Right now you are blind.
[…] because you’ve been chosen – so that the works of God may be revealed in you.”

jackie_natalie_portman
VOCE

Tra le armi in possesso dell’attore c’è, oltre al viso, anche la voce, e quella di Jackie è molto particolare: in quell’intonazione così cadenzata, lenta, reticente e al tempo stesso autorevole, si celano controllo e determinazione. Benché il lavoro sulla voce della vera Jackie sia tecnicamente ineccepibile, quella di Natalie Portman non è mai una recitazione vocale di tipo imitativo né naturalistico. Più che l’aspetto corporeo, e il modo in cui Larraín colloca quel corpo così minuto e così forte all’interno dell’inquadratura, è la voce a definire Jackie come fantasma. Perché è una voce che sembra non rivolgersi mai ai presenti, e si colloca così fuori dal tempo: quando Jackie parla al giornalista, non sta parlando all’uomo che le siede davanti, ma a un futuro che lei stessa sta plasmando con le proprie parole. E in quel futuro ci siamo anche noi, spettatori di scene girate in un tempo precedente a quello della visione.

A rendere più esplicito questo gioco di piani temporali, c’è la ricostruzione del tour della Casa Bianca che vediamo nel film, nel quale il fantasma (gli attori sullo schermo sono sempre fantasmi, no?) di Natalie Portman si sovrappone a quello di Jackie Kennedy, che a sua volta evocava la figura di Mary Lincoln (e a questo punto ci viene voglia di rivedere anche il film di Steven Spielberg dove Mary era Sally Field). Quella Mary Lincoln che sarà poi un punto di riferimento nella pianificazione del funerale di Jack. Perché Abraham Lincoln non è stato l’unico presidente americano assassinato prima di Kennedy, ma se ci ricordiamo bene di lui e non degli altri (James A. Garfield e William McKinley) un motivo ci sarà, pensa Jackie.

NOME

«Non sono più la First Lady. Chiamami Jackie», dice la nostra protagonista all’amica e segretaria Nancy (Greta Gerwig), segnando con queste parole non un ritorno alla normalità dopo la parentesi presidenziale, ma un passaggio dalla subalternità di moglie (benché First Lady, quindi prima fra tutte) all’unicità del mito personale, che non ha più bisogno del cognome acquisito.

Molto pertinente, in questo senso, è il poster del film, mantenuto anche per la versione italiana, che mostra la firma autografa di Jackie sovrapposta alla sua immagine. Un nome che si fa titolo, o forse epitaffio (non è un caso che il film ci faccia passare un bel po’ di tempo al cimitero) e in un certo senso anche marchio. Il celeberrimo tailleur rosa Chanel, che la Storia ha reso indimenticabile macchiandolo di sangue, diventa merce, oggetto di desiderio e riproducibile strumento di emulazione: lo vediamo, e lo vede anche Jackie, in una delle ultime scene, indossato da una serie di manichini tutti uguali pronti a invadere le vetrine (e ci torna in mente “No“, il film del 2012 in cui Pablo Larraín raccontava la politica mangiata dal linguaggio pubblicitario). Mettendo al mondo la propria immagine mitica, quindi un’identità nuova, Jackie ha perso se stessa? Le storie sono davvero distinguibili dalla verità?

“I’m not the First Lady anymore.
You can call me Jackie.”

jackie-poster

Le citazioni riportate nel testo provengono dalla sceneggiatura di “Jackie” scritta da Noah Oppenheim (disponibile qui — Fonte: gointothestory.blcklst.com).

Letture consigliate
The Gore and Glory of Jackie – Angelica Jade Bastién, The Outline
The Serious Camp of Natalie Portman – Manuel Betancourt, Vague Visages

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