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Oscar 2017 — Farsi travolgere dal fenomeno La La Land

L’ultima volta che sono rimasta così spiazzata da un finale annunciato fu con “Moulin Rouge!” ormai qualche lustro fa. Attenzione, esordire menzionando il finale di un film è una chiara ALLERTA SPOILER volta a far desistere dalla lettura coloro che non hanno ancora avuto il piacere di vedere “La La Land”, ma che nonostante la sua sovraesposizione mediatica hanno ancora l’intenzione di andare al cinema per sapere dove schierarsi: l’ultima bellissima fatica del giovane Damien Chazelle che ha appena conquistato quattordici nomination agli Oscar, infatti, merita di essere amata o detestata o qualcosa nel mezzo, ma non ignorata per colpa dell’incessante chiacchiericcio che suscita.

Questo profluvio di parole gettate alla rinfusa è invece destinato a coloro che dal film sono rimasti scottati o fulminati, da parte di chi è rimasto prima scottato e poi fulminato. Non si tratta di una recensione, per la quale vi rimando al nostro articolo scritto da Venezia, ma di una shock blanket, un goffo tentativo di venire incontro alle anime scombussolate, a coloro che sono usciti dalla sala inviando messaggi vocali concitati agli amici che c’erano passati prima o fiondandosi sui social per esprimere il groviglio di emozioni che sta saturando i nostri feed. Ai quali mi unisco dunque con puro spirito filantropico.

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In breve è andata così: l’attesa lunghissima per vederlo, spinta al parossismo dalla delusione di dover soprassedere ad un paio di anteprime mentre gli altri potevano già scrivere inni d’amore, e finalmente ero lì in una saletta intima di un cinema capitolino insieme agli altri puristi che “solo v.o. con sottotitoli” dove la visione è stata un’esperienza comune, in cui tutti ridacchiavano e sospiravano nei momenti giusti, all’unisono.

Poi arriva il prefinale, all’ombra dell’osservatorio: “Ti amerò per sempre”. No eh, voi due… no! “Inverno, cinque anni dopo”. Ohhh, vedi? Il caffè adesso lo paga lei! … Ma se vive a LA, che ci fa allo Chateau Marmont? …Oddio NO! NOOOOO!!

Disperazione, frustrazione e senso d’abbandono mi hanno accompagnato per ventiquattro ore, quando la seconda visione ha portato con sé l’illuminazione e dunque l’amore furioso, la frenetica voglia di accumulare articoli da leggere, gif da condividere, fermo-immagine da usare come copertina di Facebook.

C’è stata anche una terza volta, il giorno seguente, quella necessaria per assimilare tutto ciò che restava con calma e lasciarsi anestetizzare. La vita va avanti oltre “La La Land”.

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 Ma non è così, non con questo film. Il mio mondo era giallo e blu, e nelle mie giornate facevano capolino i versi delle canzoni, le melodie fischiettate; mentre mi immergevo in altri film meritevolissimi (tanti sospiri per “Moonlight”, “Hacksaw Ridge” e il povero “Paterson”) vedevo  amici e conoscenti andare ad infoltire la schiera di vittime d’amore, ormai numericamente superiore a quella dei detrattori sussiegosi sempre più inviperiti. Mi sono trovata a consolare chi c’era rimasto male come me quella prima volta che sembra lontanissima, ma era solo qualche giorno fa.

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Come può essere che i miei sentimenti siano mutati in maniera tanto repentina? Che un film riesca ancora a sconvolgermi come da piccola, quando la visione di un classico significava che tutto un nuovo microcosmo di personaggi, luoghi e storie colonizzava un pezzetto di me per non lasciarmi mai più? Perché Damien Chazelle è un fottuto genio, ecco come. Non il migliore in assoluto (chi mai lo sarà?), ma il folle sognatore con un amore vorace, irrefrenabile e contagioso per il cinema — e il jazz — che è riuscito a regalarci un nuovo classico, senza perdere di vista la realtà.

Che sia perfetto o meno non è ciò che voglio indagare ora, anche perché quando mai la perfezione suscita tanto trasporto? 

Ma ripensando a quella scena del provino alternativo fatta di sagome, la danza tra le stelle, la sequenza strabordante di omaggi a “Un Americano a Parigi” o proprio  quell’inquadratura della coppia seduta sulla panchina, di spalle, stagliati sullo sfondo del Griffith Observatory… è come guardare un quadro famoso: appena le vediamo sono già immagini senza tempo, e nel film ci raggiungono tutte una dopo l’altra in rapida successione, tanto che quasi non ci rendiamo conto di quanto ci abbia colpito addirittura il trascurabile dettaglio della chioma di un palma stagliata contro il cielo, o di una macchia di umidità sul soffitto.

 Vi è mai capitato di ascoltare un pezzo storico e fantasticare su come deve essere stata l’atmosfera nella sala di registrazione mentre veniva inciso? O come sia stato trovarsi a passare da Abbey Road quando quei quattro attraversavano la strada, o più semplicemente essere entrati al cinema curiosi e inconsapevoli il primo giorno di programmazione di “Guerre Stellari” quando non si poteva davvero immaginare l’impatto culturale che continua ad avere oggi?

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Le due ore passate in quella saletta mi hanno fatto assaporare un po’ di questa magia, come sempre più di rado succede, perché più andiamo avanti e più siamo smaliziati. Il fatto stesso di ingurgitare tantissimi film, serie tv e libri ci porta a riconoscere la direzione che la narrazione sta prendendo, immaginare le probabilità del lieto fine. Eppure ci sono ancora quelle volte in cui non te lo aspetti, anche se in realtà gli indizi c’erano. Ed è qui che vengo a consolare quelli rimasti scottati.

Menzionavo al riguardo “Moulin Rouge!”: il film apre con l’annuncio della morte della protagonista e il dolore di lui che ci porta a rivivere la loro struggente storia d’amore. Ma dopo questo esordio emotivamente spiazzante siamo travolti da una girandola di colori e commistioni stilistiche che ci fanno dimenticare che tra un po’ vedremo morire Nicole Kidman. E se siamo fortunati, alla fine siamo un po’ tutti rappresentati dai singhiozzi straziati di Ewan McGregor.

Succede qualcosa di simile, ma in maniera più sottile, in “La La Land”: tutte le canzoni, ed il dirompente numero iniziale su tutti, ci dicono già tutto quello che c’è da sapere. L’amore romantico è solo uno dei sogni, il più accattivante, quello raccontato sullo sfondo di cieli dipinti. Ma il sogno di sfondare, di raggiungere la vetta e diventare noi stessi l’oggetto delle fantasticherie di chi rimane indietro è più forte, a La La Land ma non solo.

La prima attrice che compare sullo schermo esordisce sulle note di “Another Day of Sun” raccontando di aver lasciato quel ragazzo “dolce e sincero” ad una stazione, perché sapeva che era la sola scelta che poteva fare per raggiungere la vetta. Le coinquiline di Mia le spiegano che un giorno arriverà il qualcuno che la scoprirà, trasformandola in “molto di più di quanto tu riesca a vedere adesso”. È Sebastian che interroga la Città delle Stelle nel dubbio che questo nuovo amore “sia solo l’inizio di un altro sogno che non potrà realizzare”, aiuta lei a spiccare il volo ma poi non sacrifica il proprio desiderio per seguirla. Ed è infinitamente significativo che nel momento in cui lei fa il provino della vita la storia che decide di raccontare non è quella di loro due, ma una tutta sua, personalissima: il momento in cui, da piccola, è nato il suo sogno di sfondare nel cinema a qualunque costo, anche se sembra una cosa da matti.

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In beffa alla mia presunta esperienza, non ho registrato tutte queste cose subito, o almeno in tempo per evitare lo schiaffo finale: l’armonioso susseguirsi di citazioni colte, eco dei musical — e non solo — con cui siamo cresciuti, o semplicemente la bellezza di una messa in scena che non vuole collocarsi in un momento definito e crea sospensione in ogni inquadratura, incorniciando la splendida alchimia dei due protagonisti in un fiorire di melodie, mosse di tip tap ed abiti d’altri tempi ci fanno dimenticare la realtà nostra e soprattutto quella del film, che però rimane in agguato, e man mano che i numeri musicali si diradano lei avanza in sordina, le melodie diventano più lente e malinconiche nel riarrangiare i motivi che abbiamo ascoltato fino a quel momento e non si balla più, finché non arriva il pugno allo stomaco. Un altro uomo, un’altra vita, una bambina.

La prima sera al cinema mi sono fermata lì, ho guardato gli ultimi minuti di film senza vederli davvero, e anzi arrabbiandomi sempre di più quando mi veniva mostrato ciò che sarebbe potuto essere, aggrappandomi allo scambio di sguardi finali: Damien, sadico che non sei altro! Quelli lì si amano! Dove sta scritto che tra il coronamento del sogno della carriera e quello d’amore sia quest’ultimo a dover soccombere? Non è mica “Come Eravamo” che quelli si capiva fin da subito che non avrebbero funzionato! Hai ricordato al mondo che “vintage -ma non troppo- è cool”, che inseguire i sogni è bello, mi ci fai credere e poi devi fare il maturo rovinando tutto alla fine con quella doccia fredda?

Non smettevo di perdermi dietro idee inutili: lei poteva tornare a Los Angeles, ci potevano provare. Praticamente ero come quelli che ancora si chiedono perché Kate Winslet non ha fatto a turni con DiCaprio sul portone galleggiante.

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Solo la sera successiva mi sono resa conto che mi ero impantanata in piccolezze, e con la calma di chi ha già superato lo shock mi sono ritrovata a guardare oltre, ammirando il ricchissimo montaggio finale con occhi nuovi. Non importa che non siano ballerini! Viva l’incertezza dell’intonazione e l’imperfezione dei passi di danza: non è il musical d’altri tempi che facilmente creava un mondo avulso dalla realtà, perfettamente coreografato. Il genere è un’occasione per parlarci di altro: nello scorrere di immagini, stili e melodie che alla fine raggiunge il picco c’è tutto l’amore per il cinema, la musica, la narrazione di cui un incredibile trentenne è stato capace.      

C’è poesia anche nel fatto stesso di essere costretti a vedere il finale negato, una poesia che si adagia su un umanissimo desiderio di sguazzare nel dolore e lo sublima con una ricerca estetica straripante, bulimica… insomma lo schiaffo in una carezza. E per fare questo, oltre all’ottimo reparto tecnico, servivano attori; ricordiamolo pure a quelli che storcono il naso sulle doti canore di Gosling e Stone e rimpiangono la leggiadria ineguagliata nei passi di danza delle leggende del passato.

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Quindi consolatevi, lettori giunti fino alla fine di questo flusso di coscienza, perché non c’è stato negato il finale felice con il numero musicale roboante alla “Grease”, ma c’è stato ricordato che può esserci incanto anche nel non ottenere proprio tutto tutto. Il film l’ha scritto, dipinto, suonato per tutto il tempo. Ci ha fatto evadere in una parentesi rosa, ma non poteva permetterci di dimenticare che la bellezza della vita sta anche nel suo essere dolceamara, o “happy-sad” come dicono gli inglesi, o blu e gialla, come dice Chazelle.

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