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Oscar 2018, un commento sui vincitori

Quasi nessuna sorpresa, uno show blando e ripetitivo molto più delle edizioni precedenti, un conduttore (Jimmy Kimmel, confermato) che contiene le battute sugli argomenti “scivolosi”, ed ecco spiegato quello che forse avrete letto in queste ore: si tratta dell’edizione degli Oscar con l’audience televisiva più bassa da molti anni a questa parte. Prima di iniziare a commentare quello che davvero c’interessa, i film premiati, una veloce riflessione: la Notte più celebrata di Hollywood è tornata in diretta anche in Italia in chiaro, da qualche anno, per merito dell’avvento dei social network, che hanno portato l’evento e la sua attesa sulle bacheche di una marea di utenti magari poco interessati o competenti sul tema, ma comunque pronti a diventare platea televisiva per #livetweet. D’altro canto, però, tutta questa copertura mediatica relativa alla stagione dei premi ha un’ulteriore controindicazione: si sa già tutto, i superfavoriti e quelli un po’ meno, e quindi l’interesse verso la manifestazione è destinato a scemare. Negli Usa è già successo. Tra i candidati, solo “Scappa – Get Out“Dunkirk” hanno avuto grandi incassi in patria, e ben prima delle nominations, l’effetto “guardo tutti i film così posso tifare” funziona ancora solo da QUESTA parte dell’oceano Atlantico (con fruizione perlopiù illegale, ma questo è un altro discorso).

Finite le considerazioni generali, anche per non tediarvi, passiamo ai risultati dell’altra notte. Viene confermata la tendenza a spalmare i premi su tutti i film candidati, se si sostituisce “Lady Bird” con “Coco” (miglior film d’animazione e canzone originale, come da tradizione Disney/Pixar) tutti i candidati a miglior film hanno preso almeno un Oscar. Ok, non ha preso niente nemmeno lo strepitoso “The Post”di Steven Spielberg, ma qui la delusione è tale che permettetemi di dimenticare il fatto che fosse tra i candidati.

Quattro Oscar (su tredici nominations) per “La forma dell’acqua” di Guillermo Del Toro, che aggiunge il premio come miglior film dell’anno al Leone d’Oro veneziano. Graditissima consacrazione per un Autore e per il suo cinema favolistico e legato a miti e leggende sempre in stretto contatto con la (con UNA) realtà. Per sbancare ha dovuto diventare più “semplice”, più cinico, più scopertamente citazionista, ma ha comunque realizzato un’opera deliziosa, adorata dalla maggioranza di pubblico e addetti ai lavori fin dalla prima proiezione al Lido di quest’estate. LoudVision è stato strenuo sostenitore fin dal primo momento, e quindi esulta. Forse eccessiva la regia, che noi avremmo consegnato nelle mani di Paul Thomas Anderson, che con il suo splendido “Il filo nascosto” porta a casa solo la (doverosa, per un film che ci parla di uno stilista) statuetta per i migliori costumi, ma sta bene anche così. Premiato anche per la scenografia, semplicemente meravigliosa, e per la colonna sonora di Alexandre Desplat, sorta di felice (e irresistibile) fusione degli stili compositivi di Danny Elfman e Yann Tiersen, coretti e fisarmoniche, Edward mani di forbice e Amèlie Poulain.

Al secondo posto come numero di Oscar vinti, ma vero grande sconfitto della nottata, “Dunkirk” di Christopher Nolan, che porta a casa tre premi tecnici, indubbiamente meritati (e, per il sottoscritto, nelle uniche categorie in cui il film davvero eccelle): sonoro, montaggio sonoro e il montaggio di Lee Smith, davvero magistrale nel comprimere tre diversi periodi temporali dando l’impressione di un film in sequenza. Nemmeno il premio a Nolan sarebbe stato un furto, sia chiaro, ma a me il suo approccio a metà tra Kubrick e Spielberg, tra cerebralità e propaganda, tra analisi ed emozione, non convince, perché un autore che tiene tantissimo agli incassi faraonici, anche per mantenere l’attuale libertà creativa, dovrebbe essere capace di prendere una strada ben delineata.

Un altro deluso della serata è sicuramente Martin McDonagh, che si vede sfilare la statuetta per la miglior sceneggiatura originale da Jordan Peele, scrittore, regista e attore di “Scappa – Get Out”. Premio molto criticato, ma per me sostanzialmente giusto. Meravigliosi i dialoghi da tragedia elisabettiana immersa nel fango della provincia di “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” (d’altronde, parliamo del film che preferisco in assoluto tra i candidati), ma l’idea alla base di “Scappa – Get Out” è, semplicemente, folgorante. E mi fermo qui, perché chi non ha visto il film (ma cosa aspettate?) è giusto che non sappia altro. Per noi amanti del cinema di genere “politico”, per noi orfani di George A. Romero e John Carpenter, una manna dal cielo.

Al film di McDonagh vanno comunque due premi, sacrosanti, per la coppia di protagonisti Frances McDormandSam Rockwell (ok, il secondo era nella categoria del non protagonisti, ma è un “trucco” per avere più possibilità di vittoria). Il miglior attore protagonista è, invece, Gary Oldman, che regala, grazie alla sua performance, due statuette anche a L’ora più buia” di Joe Wright, premiato appunto anche per il pesante make-up che ha trasformato il poliedrico attore britannico in Winston Churchill. Una sorta di controcampo del film di Nolan: dove quello racconta del dramma dei soldati britannici sulle coste francesi, qui invece vediamo il clima in patria, le decisioni, la politica. Un dittico vero e proprio, chissà quanto casuale.

C’è ancora un film ad aver preso due premi, ed è “Blade Runner 2049″ di Denis Villeneuve, premiato per gli effetti speciali visivi e, finalmente!, per la fotografia di Roger A. Deakins, al primo premio a fronte di QUATTORDICI nominations. Qualcuno dei film per cui era stato nominato, tanto per capire a quale incredibile mancanza ha rimediato l’Academy? “Fargo”, “Kundun”, “Fratello, dove sei?”, “L’uomo che non c’era”, “Sicario” … Un abituale collaboratore dei Coen e di Villeneuve, oltre che di tanti altri.

Cos’è rimasto? Allison Jeanney e la sua terribile madre di “Tonya” (in sala dal 22 marzo, non perdetelo) premiata come non protagonista, l’unico film che non  avevo visto della cinquina premiato per il miglior film straniero (“Una donna fantastica” di Sebastiàn Lelio, produce Pablo Larraìn, come marchio di qualità dovrebbe e potrebbe bastare) che evita il da me temutissimo premio a “The Square”, ultima immeritata Palma d’Oro e grande sconfitto in ogni competizione fuori dal continente europeo, ma non mi fa felice onorando Andrej Zvyagintsev e il suo bellissimo “Loveless”.

E chiudiamo parlando dell’Italia e del “nostro” Luca Guadagnino, che partiva da quattro nominations per “Chiamami col tuo nome” e deve accontentarsi del premio per il miglior adattamento (dal romanzo omonimo di André Aciman), veicolo per insignire di una statuetta il veterano James Ivory, plurinominato negli anni Ottanta e Novanta per i suoi raffinati drammi in costume (“Camera con vista”, “Casa Howard”, “Quel che resta del giorno”) realizzati insieme ai suoi collaboratori abituali Ismail Merchant e Ruth Prawer Jhabvala, ricordati entrambi nel discorso di ringraziamento dal palco. La sceneggiatura di Ivory è stata, pare, pesantemente rimaneggiata e modificata sia da Guadagnino che dal montatore del film Walter Fasano che, però, non risultano accreditati. Scelta sbagliata, ora avrebbero entrambi un Oscar a casa.

Bisogna stringere, è terminato lo spazio a disposizione, ma una cosa è bene ribadirla: è stata una delle annate migliori del XXI secolo, per qualità dei film nominati, davvero alta, sia mediamente che in alcune straordinarie punte. Non è un caso, purtroppo, che sia stata l’edizione meno seguita dal grande pubblico. Forse bisognerà trovare una sintesi ancora maggiore tra il cinema d’autore e il grande cinema commerciale, e il premio principale a “La forma dell’acqua” può solo aiutare in tal senso, un film autenticamente, genuinamente, per tutti. All’anno prossimo.

 

 

 

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