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Oscar 2019 – Un commento ai premi

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Possiamo iniziare questo articolo, che arriva a bocce ferme e (quasi) fuori tempo massimo, con un’unica, granitica certezza: il “maquillage” che i social stanno operando su eventi televisivi considerati bolliti (vedi Sanremo) ha funzionato anche in questo caso. La Notte degli Oscar è stata vista in diretta (poco), commentata e giudicata da chiunque e in ogni angolo del pianeta, segno inequivocabile della centralità mantenuta da un evento da sempre sotto il fuoco di fila di detrattori, complottisti, appassionati di moda che guardano solo il red carpet, e via discorrendo…

Il panico da ascolti bassi aveva attecchito anche ai vertici dell’Academy, che ha cercato in tutti i modi di trovare nuove formule (premio al film “popolare”, snellimento attraverso la consegna di alcuni premi durante le pause pubblicitarie) poi puntualmente abortite in seguito alle critiche, tranne una: la serata, dopo decenni, non ha avuto un presentatore. Questo di sicuro ha contribuito a diminuire la durata della cerimonia (di circa tre quarti d’ora) ma ha anche tolto una patata bollente non da poco al “malcapitato/a” di turno, visto che sbagliare battuta e venire travolti dal neopuritanesimo di ritorno è facilissimo. Questo, comunque, ha dato più scioltezza ma meno coerenza allo show, che è sembrato un collage di momenti senza un filo logico.

Ma parliamo delle cosa più importante, i premi, che, come capita puntualmente da qualche anno a questa parte, sono stati divisi, più o meno equamente, tra tutti i plurinominati in competizione. Come si spiega questa cosa vista l’impossibilità di coordinare oltre 7mila votanti? Non ne ho idea, e passo oltre. Il film che, numericamente, ha ottenuto più Oscar di tutti è risultato essere “Bohemian Rhapsody”, con quattro statuette, anche se solo una “pesante” al miglior attore protagonista Rami Malek, e tre premi tecnici (sonoro, montaggio e montaggio sonoro). L’opera del pubblico per il pubblico, con una strategia comunicativa tesa a far percepire il film come venuto fuori dalla produzione dei Queen e dalla bravura di Malek, eliminando lo “scomodo” Bryan Singer, il regista colpito da accuse di violenze sessuali e non nominato sul palco da nessuno, in seguito evidentemente a diktat ben precisi.

Se ne sono dette tante su questo film, sui suoi prodigiosi incassi, sul fatto che generalmente non sia piaciuto alla critica, esagerando nei due sensi come spesso accade. Siamo di fronte ad un fantasioso biopic (sulla vita di Freddie Mercury, per quei due o tre al mondo che non lo sapessero) che fa delle disintermediazione il suo scopo programmatico: nel film c’è Freddie e c’è il pubblico, la stampa è sentenziosa e pruriginosa, non serve a nulla se non ad attizzare rancori tra gli stessi membri della “famiglia” Queen. Obiettivo riuscito, chapeau a loro, ma la tendenza potrebbe portare ad un progressivo appiattimento dei blockbuster del prossimo decennio che non ci auguriamo, e solo il tempo ci dirà se le nostre sensazioni sono giuste.

I veri trionfatori della serata, per motivi diversi, sono i tre film vincitori, cadauno, di tre Oscar. Cominciamo dal miglior film (oltre che miglior sceneggiatura e miglior attore non protagonista Mahershala Ali),“Green Book” di Peter Farrelly. Un buddy-movie non banale, che ci porta a spasso per il Sud degli Usa degli anni Sessanta con Don e Tony, un pianista classico afrodiscendente (lo stesso Ali) e un rozzo italoamericano (Viggo Mortensen, terza nomination e ancora a bocca asciutta) entrambi realmente esistiti. Don Shirley era davvero un grande virtuoso del pianoforte e Tony Villalonga si è poi riciclato in ruoli da “mangiaspaghetti” al cinema e in Tv (era Carmine Lupertazzi ne “I Soprano”). Tutti e due reietti all’interno della propria comunità, tutti e due l’opposto degli stereotipi culturali e razziali a loro associati.

La pellicola ha avuto letture di diverso segno, e la furia di Spike Lee all’annuncio del premio le rappresenta tutte plasticamente, ma per chi vi scrive è vittima degli stessi pregiudizi di cui si vorrebbe trovare traccia all’interno del film. Apriamo una piccola parentesi dedicata a “BlackKklansman”, premiato per la miglior sceneggiatura adattata e primo Oscar nella carriera del grande Lee. L’argomento è più o meno lo stesso: un poliziotto bianco ebreo infiltrato nel KKK (Adam Driver, anche lui nominato) e un poliziotto nero che spia le Black Panthers (no, non T’Challa, di lui parleremo tra poco), uomini che cercano di essere quello che non sono. Solo che Farrelly si muove sul terreno della commedia leggera con innesti di dramma, mentre Lee realizza un pamphlet incavolato e militante che, come tutti i film dove l’impegno programmatico trascende gli intenti artistici, sembra più concentrato sulla denuncia che sugli snodi necessari per porgerla al pubblico. Stai tranquillo, quindi, Spike (mi permetto di dargli del tu perché, anche se lui non lo sa, sono venuto su col suo cinema, che mi accompagna da sempre), perché l’irruenza che hai dimostrato è il contrario della lucidità intellettuale e il tuo film, purtroppo, lo dimostra. Che bello, invece, il salto tra le braccia di Samuel L. Jackson, ebbro di felicità.

Passiamo quindi a T’Challa e a “Black Panther”, tre premi tecnici (scenografia, costumi, colonna sonora) ma un piede forte e ben saldo nella fessura che fa entrare il Marvel Cinematic Universe all’interno della stagione dei premi, e con il film più politico del lotto. Servirà a fare da apripista per il trionfo, il prossimo anno, di “Avengers: Endgame”, con una messe di premi al progetto in stile “Il ritorno del re”? Staremo a vedere, intanto gli Oscar ottenuti per l’accattivante veste “grafica” del film, un afrofuturismo davvero MAI visto al cinema, sono, a parere di chi scrive, meritati. Si potrebbe dire molto, invece, sul contenuto, sull’ode al riformismo e la condanna al rivoluzionario, ma lo spazio è tiranno e vi rimando alla recensione appositamente dedicata sul nostro sito.

Per “Roma” di Alfonso Cuarón, invece, tutto come da copione: miglior film straniero, regia e fotografia, con il regista messicano tre volte sul palco a prendere i meritati onori, con un passaggio di consegne alla regia suggellato da un abbraccio al “predecessore” Guillermo Del Toro, sintesi mirabile, ancora una volta, con un gesto in luogo di mille parole. Il trio di cineasti messicani che, con l’eccezione di Damien Chazelle due anni fa, ha monopolizzato il premio alla regia negli ultimi sei anni (il terzo, per chi non lo sapesse, è Alejandro Gonzalez Iñarritu) relega i deliri trumpiani  su muri e divisioni alla feccia propagandistica che sono, senza tante ulteriori storie. Un film “arty” e popolare al contempo, l’apologo universale, le memorie personali e la Storia con la S maiuscola che si sovrappongono e si compenetrano.

Grande sconfitto (dieci nominations, un Oscar vinto per la strepitosa interpretazione della protagonista Olivia Collman) è probabilmente “La favorita” di Yorgos Lanthimos, che sancisce l’apertura “parziale” dell’Academy al cinema europeo: tante candidature, a Lanthimos come al Pawlikowski di “Cold War”, ma pochi premi. Anche Bradley Cooper non torna a casa soddisfatto, il suo “A Star is Born” prende solo l’Oscar più scontato, quello alla miglior canzone per “Shallow” e per Lady Gaga (un’emozionante esecuzione dei due sul palco del Dolby Theatre ha scatenato inni all’amore che nemmeno in un Harmony di quart’ordine, ma lasciamo perdere, è spettacolo anche questo). Non rimane che felicitarsi per l’Oscar per il miglior film d’animazione a “Spider Man: Un nuovo universo”, rivoluzionario prodotto che toglie, per una volta, lo scettro alla Pixar, che si consola comunque con il premio al miglior cortometraggio animato per “Bao”. E intristirsi un po’, ma solo un po’, per l’unica statuetta (effetti speciali visivi) assegnata al sottovalutato “The First Man – Il primo uomo”.

Bisogna decisamente chiudere, e allora lo si fa nel modo più divertente possibile, per chi scrive e (spero) per voi che leggete. Due graduatorie, sempre d’attualità in tempi di classificatori compulsivi di cui il sottoscritto fa sicuramente parte: i cinque film più belli tra i candidati in tutte le categorie e i cinque momenti migliori dello show. All’anno prossimo.

I cinque migliori film

First Reformed – La creazione è a rischio

Roma

La ballata di Buster Scruggs

Un affare di famiglia

Spider Man: Un nuovo universo

I cinque migliori momenti della serata

Samuel L. Jackson che annuncia il premio a “BlackKklansman” come fece la Loren con Benigni, e Spike Lee che gli salta addosso festante

Il folle discorso di Olivia Colman, spontaneo e non preparato (di contro, il sorriso di Glenn Close che mascherava sapientemente le contumelie)

La dedica del clan “Green Book” a Carrie Fisher e Steven Spielberg

La carezza affettuosa di Viggo Mortensen a Mahershala Ali che si apprestava a ritirare il suo secondo Oscar

Julia Roberts che annuncia il premio al miglior film, perché sì

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