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Oscar Mania: Nomination 2012, la sicurezza delle convenzioni

Ammettiamolo: il 2011 è stato un anno eccezionale per il cinema. Ma non c’è da stupirsi se l’Academy, tradizionalmente ostile tanto alle controversie quanto alle novità, non abbia voluto riconoscere molti dei più autentici tesori della stagione. A parte gli sfolgoranti omaggi alle origini della settima arte rappresentati da “Hugo Cabret” e “The Artist“, che guidano la corsa con undici e dieci nomination rispettivamente, e la piacevole sorpresa di veder candidati capolavori come “The Tree Of Life” e “Una Separazione“, la tendenza dominante è una preoccupante onda conservatrice che celebra — quest’anno più che mai — il potere consolatorio e rassicurante delle convenzioni.

Ecco che l’epica spielberghiana “War Horse” e il dramma post 11 settembre di Stephen Daldry “Extremely Loud And Incredibly Close“, tearjerkers tutt’altro che amati dalla critica, riescono comunque a strappare una nomination per il miglior film. Il gradevole ma inerte “Midnight In Paris” ruba il posto del feel good movie dell’anno a “Le Amiche Della Sposa“, molto più complesso e sorprendente ma sicuramente meno nobile in fatto di credenziali. Sia “Paradiso Amaro” che “The Help” seguono alla lettera la ricetta del dramedy hollywoodiano: ottime performance, alternanza di risate e lacrime, impegno e buoni sentimenti ma nessuna idea narrativa o visiva. Appena un gradino sopra ci sarebbe “Moneyball – L’Arte Di Vincere“, ma nonostante il brillante script di Zaillan & Sorkin, il film non va molto oltre lo status di onesto star-vehicle per Brad Pitt. Persino il trionfo dei film di Scorsese e Hazanavicius può essere visto come parte di una tendenza nostalgica e regressiva, tutta rivolta al passato, sebbene lo sguardo in entrambi i casi sia decisamente innovativo e moderno.

Dov’è il cult “Drive” con l’impenetrabile eroe Ryan Gosling già icona dell’immaginario collettivo? Nicholas Winding Refn frulla i cliché dell’action thriller anni ’80 con uno stile forse troppo avanguardistico per i gusti dell’Academy? Perfino Albert Brooks, per il quale tutti pronosticavano un testa a testa con Christopher Plummer nella categoria migliore attore non protagonista, è stato silurato per far posto al Max Von Sydow del film di Daldry e al Nick Nolte di “Warrior”. Altro cult dell’anno è senza dubbio il lacerante e coraggioso “Shame“, ignorato in ogni categoria sebbene fotografia, regia e soprattutto le magnifiche interpretazioni di Michael Fassbender e Carey Mulligan avrebbero meritato citazioni più che doverose. Il divieto ai minori, i centimetri di pelle esibita e lo sguardo senza moralismi su una tematica così scivolosa come la dipendenza sessuale devono aver allontanato i membri dell’Academy. Da qui alla cecità assoluta, però, il passo è breve.

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Eppure, appena una manciata di anni fa, trionfavano film anticonformisti e destabilizzanti come “Non È Un Paese Per Vecchi” e “Il Petroliere”. E sembra perdersi nella leggenda la vittoria, due decenni or sono, di un titolo davvero sconvolgente come “Il Silenzio Degli Innocenti”. Restando in zona thriller, quest’anno solo il compassato “La Talpa” e il miliardario remake “Millennium – Uomini Che Odiano Le Donne” sono riusciti ad ottenere qualche candidatura, fra cui quelle per gli interpreti Gary Oldman e Rooney Mara. Molto peggio è andata ai titoli indipendenti: l’ambiguo e disturbante “Martha Marcy May Marlene”, il tempestoso “Take Shelter” con Michael Shannon, e soprattutto il geniale horror psicologico “We Need To Talk About Kevin” con la grande Tilda Swinton snobbata per il terzo anno consecutivo. Completamente dimenticati anche “A Dangerous Method”, “Tyrannosaur” e “Melancholia”: tutti film scomodi, potenti e difficili, che hanno smosso le acque, fatto discutere, alzato i toni, rischiato qualcosa.

Quanto agli attori, anche quest’anno l’Academy non ha smentito la sua tendenza a favorire i biopic ed ha riconosciuto sia a Meryl Streep che a Michelle Williams il merito di aver egregiamente sollevato con le loro performance due film non proprio entusiasmanti come “The Iron Lady” e “My Week With Marilyn”. La Streep, in perpetua attesa di un terzo Oscar, dovrà vedersela con l’agguerritissima Viola Davis di “The Help” e l’enigmatica, straziante Glenn Close di “Albert Nobbs”. Se la mancata nomination a Fassbender era nell’aria, quella a DiCaprio deve essere stata una vera doccia fredda, almeno per il povero Leo. Prima o poi arriverà un Oscar di risarcimento anche per lui, non tanto per “J.Edgar” quanto per le intense prove in “Revolutionary Road” e “Shutter Island”. Spazio, quindi, al magnetico Gary Oldman, che conquista finalmente la sua prima nomination, e al Demian Bichir di “A Better Life”. Ma la vera gara è tra George Clooney, annunciato vincitore per “Paradiso Amaro”, Brad Pitt, molto bravo in “Moneyball”, e il sensazionale Jean Dujardin di “The Artist”.

Tra le attrici non protagoniste è facile prevedere il trionfo di Octavia Spencer per “The Help”, ma l’intera cinquina è di altissimo livello, con Berenice Bejo trainata dal successo di “The Artist” e le splendide conferme di Jessica Chastain, Janet McTeer e soprattutto Melissa McCarthy, ciclone comico in “Le Amiche della Sposa”. Che “Bridesmaids” figuri anche nella categoria miglior sceneggiatura originale è tutt’altro che scontato. Peccato che l’Academy si sia lasciata sfuggire l’occasione di celebrare anche lo script di “Beginners“. Ma ci penserà Plummer a tenere alto l’onore del bellissimo film di Mike Mills.

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